Il diritto della madre all’anonimato cessa con la sua morte

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La Corte di Cassazione con la sentenza n. 19824 del 2020 ha chiarito che i rapporti tra il diritto all’anonimato della madre e il diritto del figlio all’accertamento dello status di filiazione, si risolvono attribuendo prevalenza al secondo con il decesso della genitrice.

Più nel dettaglio, la fattispecie riguardava la richiesta di accertamento giudiziale avanzata ai sensi dell’art. 269 c.p.c. dal figlio maggiorenne nei riguardi di una donna deceduta che riteneva presumibilmente essere sua madre.

All’esito del giudizio in primo grado, il compendio probatorio (consulenza immunogenetica, deposizioni testimoniali ed esame del testamento olografo) conduceva a ritenere che proprio quella donna potesse essere la madre dell’attore.

La sentenza, che è stata confermata in grado di appello, è stata poi impugnata in Cassazione per veder affermare la prevalenza del diritto all’anonimato della madre sul diritto del figlio all’accertamento del proprio status, anche dopo la morte di questa.

La Corte di Cassazione, interrogandosi sulla questione, ha proceduto dapprima ad un excursus normativo di disposizioni di legge dalle quali desumere i fondamenti del diritto della madre a mantenere l’anonimato al momento del parto. Tale diritto è riconosciuto, infatti, da una pluralità di disposizioni normative:

  • art. 30 comma 1 del D.p.r. 3 novembre 2000 che individua le persone che sono tenute ad effettuare la dichiarazione di nascita del bambino (genitori, curatore speciale, medico ed ostetrica o persona che ha assistito al parto), che in ogni caso devono rispettare la volontà della madre di non essere nominata;
  • art. 93 comma 1 D.lgs 196 del 2003 (legge sulla privacy) che consente il rilascio del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica contenenti i dati della madre, solo dopo che siano decorsi cento anni dalla formazione del documento;
  • art. 28 comma 7L. 184/1983 che non consente all’adottato di accedere alle informazioni sulla propria nascita se il genitore ha manifestato la volontà di rimanere anonimo;
  • la sentenza n. 278/2013 della Corte Costituzionale, che ha riconosciuto il fondamento costituzionale del diritto di anonimato della madre, nella tutela del diritto alla vita e alla salute, perchè l’anoninato è finalizzato a salvaguardare la madre ed il neonato da qualunque perturbamento possa creare pericoli alla salute psico fisica o all’incolumità degli stessi.

La Corte ha proseguito, poi, esaminando i fondamenti del diritto all’accertamento dello stato di figlio: il procedimento di accertamento dello status di figlio, attraverso il quale è possibile risalire alla verità biologica della propria nascita, salvaguarda una componente del diritto all’identità personale, necessaria alla persona per il corretto instaurarsi e svolgersi della propria vita di relazione e della propria personalità. Il diritto al riconoscimento dello status di figlio pertanto trova fondamento pertanto nell’art. 2 della Costituzione e nell’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. La piena tutela di tale diritto è desumibile anche dalle previsioni normative degli arti. 269 c.c. e 270 c.c., le quali stabiliscono che la prova dello status di figlio possa essere data con ogni mezzo, e che l’azione giudiziaria finalizzata al riconoscimento dello status è imprescrittibile.

Nel bilanciamento tra i due diritti di rango primario, la Corte di Cassazione ha ritenuto, quindi, che dopo la morte della madre, il diritto del figlio alla propria identità personale acquista prevalenza, con la conseguenza che l’esigenza di tutela dei diritti alla vita ed alla salute, che erano stati fondamentali nella scelta dell’anonimato, non costituiscono più con la morte elementi ostativi  per la conoscenza del rapporto di filiazione.

Alla luce delle argomentazione sopra addotte, la Suprema Corte ha pertanto rigettato il ricorso.