Delitto di riciclaggio: condannato uomo

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Il caso

Un uomo aveva prelevato del denaro presso uno sportello automatico utilizzando una carta PostePay intestata ad un terzo soggetto. Nel conto collegato alla PostePay erano stati versati dei soldi sottratti indebitamente dal bancomat di un uomo da un altro soggetto, identificato poi dalla polizia giudiziaria.

Condannato in prime e seconde cure per il delitto di riciclaggio propone ricorso per cassazione.

Tra i vari motivi la sua difesa deduce l’assenza di una prova decisiva che documenti con certezza la presenza dell’imputato presso lo sportello nel momento del prelievo.
L’avvocato dell’uomo contesta la decisione del giudice d’Appello anche per l’assenza di una provata conoscenza tra l’imputato, l’uomo che ha effettuato il versamento sulla PostePay e il titolare della carta PostePay.
Sempre secondo la difesa affinché si potesse configurare il delitto di riciclaggio era necessario che la ricostruzione provasse l’esistenza di un accordo tra chi aveva versato il denaro e il suo cliente.

La Suprema Corte ritiene manifestamente infondata «la censura che mira a svalutare l’operazione di prelievo eseguita dal ricorrente ritenendola inidonea a raggiungere l’effetto tipico considerato dalla norma incriminatrice dell’art. 648 bis cod. pen.»

I Giudici ricordano che «integra il delitto di riciclaggio la condotta di chi, senza aver concorso nel delitto presupposto, metta a disposizione la propria carta prepagata per ostacolare la provenienza delittuosa delle somme da altri ricavate dall’illecito utilizzo di una carta clonata, consentendo il versamento del denaro in precedenza prelevato al bancomat dal possessore di quest’ultima (resosi perciò responsabile del delitto di frode informatica), ovvero consentendo il diretto trasferimento, sulla predetta carta prepagata, delle somme ottenute dal possessore della carta clonata con un’operazione di “ricarica” presso lo sportello automatico (assumendo comunque rilievo, in tale seconda ipotesi, il delitto presupposto di falsificazione o alterazione della carta originaria, di cui all’art. 55, comma nono, D.Lgs. n. 231 del 2007)».

Con la sentenza n. 2715/21 del 22 gennaio la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile confermando la responsabilità penale dell’uomo e condannandolo al pagamento delle spese processuali.