Medico risponde anche della mancata prevenzione della malattia

È configurabile il nesso causale tra il comportamento omissivo del medico ed il pregiudizio subito dal paziente qualora, attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno. 

È questo il principio di diritto elaborato dalla Suprema Corte nella sentenza 27 marzo 2019, n. 8461, che ha accolto il ricorso promosso dai figli di una signora deceduta in corso di causa a seguito di tumore maligno diagnosticato tardivamente.

Nello specifico, il giudice di primo grado aveva respinto la domanda risarcitoria ritenendo le prove non sufficienti a dimostrare il nesso tra la negligenza del medico e la patologia e il successivo decesso. In appello il medico e la asl venivano condannati al risarcimento del danno patrimoniale corrispondente al reddito medio che la donna avrebbe garantito per il periodo di sopravvivenza di cui avrebbe potuto godere in caso di tempestiva diagnosi.

La vertenza è poi approdata in Cassazione e gli eredi hanno contestato la decisione per non aver applicato correttamente i principi civilistici in materia di nesso di causalità.  In particolare, hanno lamentato che la motivazione fosse riferita non alle conseguenze della condotta negligente costituita dall’evento morte, ma soltanto all’ipotetica maggiore durata della vita di cui la donna avrebbe potuto godere, fondando tale statuizione su una erronea e lacunosa interpretazione della CTU rinnovata in grado d’appello. Il giudice dell’Appello infatti non avrebbe tenuto conto dei chiarimenti resi dall’ausiliare, giungendo all’erronea convinzione secondo cui “in presenza di una tempestiva diagnosi, la donna avrebbe potuto godere soltanto di due anni di vita in più, mentre le maggiori percentuali di sopravvivenza indicate nell’accertamento peritale (oltre i dieci anni dal 75 all’80/85 % dei casi) ed il minore rischio di morte (a dieci anni, dal 21 al 7%) avevano valorizzato una possibilità di sopravvivenza, in termini percentuali, ben superiore senza limiti di tempo scientificamente apprezzabili”.

La Suprema Corte, pertanto, nell’accogliere il ricorso, ha osservato che il giudice dell’appello effettivamente, pur richiamando il principio del “più probabile che non”, non ne ha fatto corretta applicazione in quanto ha statuito che la morte della donna non sarebbe stata evitata dalla diagnosi tempestiva del medico, la quale avrebbe consentito soltanto una sopravvivenza più lunga di due anni. La decisione impugnata, pertanto, si è focalizzata non sull’evento morte ma sul probabile tempo di sopravvivenza, configurando il vizio di violazione di legge denunciato dai ricorrenti.

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