Scappa dai domiciliari dopo litigio con la consorte

  • Autore dell'articolo:

Il caso

Uomo costretto ai domiciliari litiga con la moglie ed esce di casa. Dopo aver percorso poche centinaia di metri raggiunge la caserma del Carabinieri dove si consegna alle forze dell’ordine chiedendo di poter interrompere la convivenza con la moglie.

Accusato per evasione in prime e seconde cure, l’uomo spiega di aver violato i domiciliari solo a seguito del litigio con la consorte e di essersi immediatamente recato di sua spontanea volontà nella caserma più vicina.

In Appello l’accusato riesce ad ottenere uno sconto della pena a due mesi e venti giorni di reclusione.

L’avvocato difensore dell’uomo tuttavia sottolinea che il suo assistito non è stato trovato fuori dalla sua abitazione ma che egli si è autonomamente recato presso le forze dell’ordine. A detta della difesa non è possibile configurare il reato di evasione data l’assenza di offensività dell’uomo: uscendo dalla propria abitazione egli voleva solo allontanarsi dalla consorte e non era sua intenzione sottrarsi al controllo delle forze dell’ordine.

La Suprema Corte ricorda che il reato d’evasione di realizza anche con «la condotta di volontario allontanamento dal luogo di restrizione domiciliare e di presentazione presso la stazione dei Carabinieri ancorché per chiedere di essere ricondotto in carcere».

Nel caso di specie è evidente «il dolo del reato di evasione per abbandono del luogo degli arresti domiciliari, essendo necessaria e sufficiente – in assenza di autorizzazione – la volontà di allontanamento nella consapevolezza del provvedimento restrittivo a proprio carico, non rivestendo alcuna importanza lo scopo che il soggetto si propone con la sua azione».

Secondo i Giudici sono irrilevanti il motivo e lo scopo dell’allontanamento.

Va riconosciuta tuttavia «la causa di non punibilità per tenuità del fatto».

La Corte di Cassazione ritiene che «la sussistenza di tutti i presupposti per la applicazione della non punibilità, essendo stata già assodata la minima offensività della condotta di evasione per la breve durata in cui il soggetto si è allontanato dal luogo degli arresti domiciliari al solo ed unico fine di sottoporsi al controllo diretto delle forze di polizia».

Con la sentenza n. 36518/20 del 18 dicembre la Suprema Corte “annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non è punibile per la particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen.”.