Condannata perché chiede insistentemente il mantenimento

La Corte di cassazione con la sentenza n. 29830 del 2018 chiarisce che il ritardo nel versamento dell’assegno di mantenimento non giustifica le condotte moleste della donna, la quale quotidianamente si recava sul luogo di lavoro dell’uomo, accusandolo di non prendersi cura dei figli.

Nella fattispecie, l’atteggiamento della donna era dovuto al costante ritardo da parte dell’uomo nell’assolvimento all’obbligo di mantenimento dei figli, il quale influiva negativamente sulle precarie condizioni economiche della stessa.

Nel respingere il ricorso, gli Ermellini rammentano il consolidato principio secondo cui l’elemento soggettivo del reato consiste nella coscienza e volontà della condotta – tenuta nella consapevolezza della sua idoneità a molestare o disturbare il soggetto passivo – invadendone inopportunamente la propria sfera di libertà, senza che possa rilevare l’eventuale convinzione dell’agente di operare per un fine non biasimevole o addirittura per il ritenuto conseguimento, con modalità non legali, della soddisfazione di un proprio diritto. Per i giudici, inoltre, non vi è compatibilità fra la circostanza attenuante della provocazione e un reato in concreto a condotta abituale, come quello accertato dalla sentenza impugnata: infatti, deve escludersi l’applicabilità della attenuante in questione ad un reato a condotta concretamente abituale, contrassegnato da una serie di comportamenti antigiuridici di analoga natura che si ripetono e si replicano nel tempo.

 

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