Che fine fa la casa coniugale con la separazione?

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Quando si verifica lo scioglimento del vincolo coniugale, uno degli aspetti principali da regolare riguarda l’assegnazione della casa coniugale. In materia, legge e giurisprudenza annoverano alcune regole generali, lasciando tuttavia le parti libere di accordarsi diversamente. Nel caso in cui non si verifica la separazione consensuale attraverso la quale gli aspetti patrimoniali e non vengono puntualmente disciplinati,  la questione circa l’assegnazione della casa familiare si risolve facendo riferimento alla presenza o meno della prole.

Se all’interno della famiglia ci sono figli minori o maggiorenni non ancora autosufficienti, la casa coniugale viene assegnata a chi dei due è il genitore collocatario. L’attribuzione della casa familiare costituisce un evidente vantaggio economico a favore del genitore, il quale non è così obbligato a munirsi di un’altra abitazione, con notevole aggravio di costi e comprensibile disagio. Il giudice può assegnare ad un coniuge anche solo una porzione dell’immobile se questo è già diviso in due unità indipendenti e se tale soluzione realizzi al meglio l’interesse dei figli. La giurisprudenza prevalente ritiene che il coniuge (nella fattispecie non assegnatario) possa chiedere la divisione della casa coniugale di proprietà comune.

Quando la coppia non ha figli, l’immobile torna nella disponibilità dell’intestatario. Qualora l’immobile sia cointestato perché sottoposto a regime di comunione legale, oppure intestato ad entrambi per quote uguali anche se in regime di separazione dei beni, si individuano due possibili soluzioni:

-se i coniugi trovano un accordo, prevale la loro intesa: ad esempio potrebbero decidere di attribuire la proprietà intera a uno dei due, salvo il diritto dell’altro ad ottenere un corrispettivo pari alla metà del valore del bene;

-se i coniugi non trovano un accordo, ciascuno dei due può agire in tribunale per ottenere la divisione della comunione. In tal caso il giudice valuta la possibilità di dividere l’immobile in natura, qualora invece la divisione non possa avere luogo, l’immobile dovrà essere alienato con la procedura giudiziale e il ricavato diviso tra le parti.

Può risultare infine che l’immobile sia intestato solo a uno dei due coniugi, o magari risultare in comunione, pur essendo stato acquistato con denaro dell’altro. La legge attribuisce la possibilità al coniuge non proprietario dell’immobile di dimostrare che lo stesso è stato acquistato con il proprio denaro e che la donazione all’altro è puramente formale. Secondo infatti una recente sentenza del Tribunale di Firenze  n. 2934/16, nell’ambito dei rapporti di convivenza stabile e duratura, la presunzione di gratuità della cessione di un bene, come una casa, viene meno se ci si trova di fronte a una vera e proprio operazione economica patrimoniale. Non sussistono quindi elementi sufficiente per parlare di donazione se uno dei due coniugi si fa inizialmente carico di tutto il corrispettivo per l’acquisto dell’immobile e poi lo intesta all’altro. Le prestazioni fra conviventi – così come quelle tra sposi – si presuppongono di natura gratuita soltanto quando rientrano nell’ambito dei doveri di mutua assistenza e collaborazione, che hanno carattere morale e civile e scaturiscono dal rapporto esistente fra le parti