Il dipendente che parla male del datore di lavoro sui social rischia il licenziamento

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A qualsiasi lavoratore dipendente può capitare di lasciarsi sfuggire qualche lamentela sull’azienda in cui lavora, sull’organizzazione o sullo stipendio. Nulla di grave, almeno finché le dichiarazioni corrispondono al vero e si utilizzano toni e lessico appropriati. Bisognerebbe, però, avere cura di moderare le affermazioni che possono screditare l’azienda o la figura del datore di lavoro.

Un danno simile può perfino portare al licenziamento, così come confermato anche dalla Corte di Cassazione in più occasioni. Prima di parlare male del datore di lavoro bisognerebbe fare più attenzione e non usare il pretesto del diritto di critica, assolutamente legittimo, per giustificare la diffamazione.

Il diritto di critica deve comunque avere una finalità divulgativa, un interesse collettivo, e non essere un mero mezzo per denigrare il datore di lavoro.

La legge non dice che non si può parlare male del datore di lavoro. È possibile farlo se le proprie affermazioni si basano su dati effettivi e comprovati, senza utilizzare toni denigranti, rispettando il decoro, la reputazione e l’immagine (pure morale) del datore di lavoro e dell’attività. Limiti che, peraltro, valgono anche per il datore di lavoro nei confronti del dipendente.