Usucapione del coerede: va dimostrato il possesso ad excludendum

Non è sufficiente un mero atto di interversione del possesso ma occorre dimostrare una relazione tra il coerede ed il bene, così da escludere nel godimento altri eredi.

Questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 22444 del 2019 nel caso di una successione apertasi nel 1946, avente ad oggetto la domanda con cui alcuni dei coeredi chiedevano lo scioglimento della comunione ereditaria.

I coeredi convenuti si costituivano in giudizio e proponevano domanda riconvenzionale, chiedendo che venisse accertato l’avvenuto usucapione, da parte del loro dante causa (a sua volta erede dell’originario de cuius), su un immobile facente parte del compendio ereditario.

Con sentenza non definitiva il Tribunale rigettava la domanda di usucapione, ritenendo non vi fosse prova di un atto di interversione del possesso da parte del coerede dante causa. Quest’ultimo, con un atto del 1988, aveva infatti richiesto, anche a nome degli altri comproprietari, un contributo per la ristrutturazione dell’immobile oggetto della domanda riconvenzionale, riconoscendo in tal modo  – a detta del Tribunale – l’altrui comproprietà del bene.

La sentenza di primo grado veniva appellata dai coeredi soccombenti ma la Corte d’Appello respingeva il gravame. Dall’istruttoria era emerso infatti che già al momento dell’apertura della successione il dante causa dei ricorrenti occupava l’immobile assieme alla madre e che, anche quando vi aveva successivamente abitato con la propria famiglia, vi era stato comunque il consenso degli altri coeredi.

I coeredi soccombenti proponevano ricorso per cassazione. La Corte condivideva la valutazione del giudice di secondo grado, ritenendo corretto qualificare i coeredi come compossessori e non detentori del bene ereditario, non essendo stato provato il possesso esclusivo da parte del loro dante causa. Prescindendo dal caso in esame, gli Ermellini osservavano inoltre che i coeredi non possono qualificarsi detentori dei beni ereditari, difettando un rapporto di natura obbligatoria tra questi e i beni oggetto della comunione ereditaria. Ne consegue che, ai fini dell’usucapione di beni ereditari, a nulla serve dar prova di un atto di interversione del possesso, dovendosi piuttosto provare un possesso ad excludendum, vale a dire una situazione in cui il rapporto materiale tra il coerede e i beni ereditari è tale da escludere gli altri coeredi dalla possibilità di instaurare con essi un rapporto analogo.

La Corte reputa quindi irrilevante che il dante causa avesse utilizzato e amministrato il bene ereditario, mentre gli altri coeredi si erano astenuti da analoghe attività: vale infatti la presunzione, pur suscettibile di prova contraria, che questi abbia agito anche in nome e per conto degli altri eredi (in tal senso si vedano Cassazione civile sez. II, 16/01/2019, n. 966; Cass. 04/05/2018, n. 10734; Cass. 25/03/2009, n. 7221).

In base a tali considerazioni la Corte ha quindi rigettato il ricorso, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese.

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