La nuova identità giuridica degli equini e le sanzioni penali:
Per rendere efficace il divieto, la proposta introduce l’obbligo di iscrizione al Registro anagrafico nazionale e l’identificazione tramite microchip per ogni singolo animale entro 60 giorni. La tracciabilità totale è finalizzata ad evitare che gli equini possano sfuggire ai controlli e ai circuiti legali per finire nei macelli. Chi non rispetterà le tempistiche di registrazione potrà incorrere in sanzioni pecuniarie che partono da 20.000 euro e possono arrivare fino a 50.000 euro. Tale sistema di controllo, di fatto, trasforma ogni esemplare registrato in un soggetto giuridicamente protetto dalla filiera alimentare, rispondendo anche alle denunce delle associazioni che – per anni – hanno documentato sofferenze e poca trasparenza nei trasporti e negli allevamenti di questi animali.
La riforma non punta solo sulla repressione, ma cerca di gestire con equilibrio l’impatto economico che il divieto avrà sulle attività produttive ancora esistenti. È stata infatti prevista l’istituzione di un fondo specifico per la riconversione degli allevamenti, con una dotazione di 6 milioni di euro all’anno per il triennio che va dal 2025 al 2027. L’obiettivo è quello di accompagnare i lavoratori del settore verso nuove attività, come i centri di recupero per animali, il turismo equestre, l’ippoterapia o i maneggi sociali.
I dati più recenti dell’inizio del 2026 confermano che il settore è già in fase di declino naturale. Se nel 2012 i capi macellati in Italia erano oltre 4000, nel 2025 la cifra si è dimezzata, scendendo a circa 2000 unità. Questa riduzione drastica dimostra un progressivo disinteresse dei consumatori, nonostante rimangano alcune zone dove la pratica è ancora radicata, come la Puglia, l’Emilia-Romagna e il Veneto, che insieme coprono oltre il 60% delle macellazioni residue.
