Avvocati: gli anni di inattività fanno media per la pensione

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Corte di Cassazione, sentenza n. 9366 del 17.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in materia di liquidazione degli onorari dovuti dal cliente al proprio avvocato, il parere del consiglio dell’ordine è vincolante per il giudice solo in sede di emissione di decreto ingiuntivo ma non nella eventuale fase di opposizione, nella quale il giudice può motivatamente disattendere tale parere.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16439 del 27.09.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che ogni procedimento ha una sua autonomia e il compenso per l’attività professionale dell’avvocato deve essere chiesto al termine di ciascuno di essi. Del resto, il mandato professionale si esaurisce con il passaggio in giudicato della sentenza e le prestazioni successive, esecuzione della sentenza e giudizio di opposizione, formano oggetto di un diverso mandato.
La Suprema corte ha anche chiarito che il tentativo di conciliazione non è obbligatorio e la sua omissione non costituisce motivo di nullità del procedimento di liquidazione degli onorari. Né si può sostenere che se il tentativo fosse avvenuto si sarebbe potuta provare l’esistenza del debito perché tale prova poteva essere data anche in replica alla memoria depositata dalle intimate.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15628 del 18.09.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il professionista che ha concordato un compenso forfetario con il cliente può ottenere un adeguamento dell’onorario per le prestazioni ulteriori prestate solo quando la richiesta è immediata.
La Corte ha respinto la richiesta di adeguamento di un architetto che aveva concordato con il cliente un importo forfetario per la ristrutturazione di un immobile. Al termine dei lavori il professionista aveva però avanzato una richiesta di adeguamento del compenso con la motivazione che, nell’esecuzione del mandato, era stato costretto a compiere ulteriori attività rispetto a quelle inizialmente previste con conseguente inadeguatezza del compenso.
I giudici di merito e la Cassazione hanno però respinto la domanda. In particolare la Suprema corte ha affermato che un eventuale incremento delle prestazioni effettuate rispetto a quelle inizialmente previste “avrebbe dovuto essere palesato immediatamente dal professionista al cliente”. Infatti, hanno proseguito i giudici, è contrario a buona fede “il comportamento del professionista che avesse svolto prestazioni ulteriori rispetto a quelle pattuite, con la riserva mentale di chiedere un compenso aggiuntivo”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11139 del 04.07.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che per la riabilitazione penale dalla condanna per falso ideologico subita durante lo svolgimento della pratica forense non permette automaticamente l’iscrizione all’albo degli avvocati una volta superato l’esame.
Secondo il Cnf infatti i fatti del ’96 “benché risalenti nel tempo” sono ancora tali “da compromettere il requisito della condotta specchiatissima ed illibata” che l’articolo 17 del Rd n. 1578 del 1993 ritiene necessaria ai fini dell’iscrizione all’ordine degli avvocati.
Decisione non sindacabile, dunque, in sede di legittimità in quanto immune da vizi logici e giuridici, e neppure censurabile rispetto alla valutazione della onorabilità dell’aspirante avvocato che compete in autonomia al Cnf. Un cosa infatti è il piano penale altro quello deontologico, ragion per cui anche una passata condotta può comportare degli elementi di indegnità.

Corte di Cassazione, sentenza n. 42967 del 22.11.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è escluso l’esercizio abusivo della professione per l’avvocato che, radiato dall’albo, fa una consulenza isolata. La Corte di Cassazione, salva dalla condanna per esercizio abusivo della professione il ricorrente che aveva fatto, poco dopo essere stato cancellato dall’albo, una sporadica consulenza. Gli ermellini chiariscono che nella Suprema corte c’è una diversità di vedute tra giudici che considerano la consulenza appannaggio esclusivo dell’avvocato e altri che la ritengono un’attività relativamente libera, solo connessa con la professione forense. Una spaccatura che non riguarda comunque il caso specifico dal momento che, anche aderendo all’orientamento più restrittivo, non può considerarsi ininfluente il fatto che l’imputato è stato accusato di un singolo episodio nei confronti di una sola cliente. Tanto basta per escludere il reato che scatta soltanto quando la consulenza viene esercitata in modo continuativo, sistematico e organizzato.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 22380 del 27.10.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che deve essere punito con la sanzione disciplinare dell’avvertimento il legale che fa partecipare un collega di studio al colloquio con un cliente che deve rendere una testimonianza al solo fine di predisporre una testimonianza che smentisca quella difforme eventualmente resa al giudice in udienza. Lo hanno chiarito le sezioni Unite che hanno confermato la decisione dei giudici di merito. Il professionista è stato riconosciuto colpevole di aver mancato al suo dovere di riservatezza perché la partecipazione dell’estraneo al colloquio era tesa solo a chiamarlo a deporre per contrastare la versione dei fatti riferita dal teste al giudice

Corte di Cassazione, sentenza n. 21000 del 12.10.2011

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che è nullo il decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento dei compensi professionali di un avvocato emesso dal tribunale del luogo in cui vi è il domicilio del legale. Infatti, non trattandosi di una obbligazione liquida ed esigibile, il foro competente è quello del domicilio del debitore.
La Suprema Corte, infatti, ha affermato il seguente principio di diritto “Il compenso per prestazioni professionali, che non sia convenzionalmente stabilito, è un debito pecuniario illiquido, da determinare secondo la tariffa professionale; perciò il foro facoltativo del luogo ove eseguirsi l’obbligazione (art. 20 c.p.c., secondo ipotesi) va individuato, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 1182 c.c., nel domicilio del debitore in quel medesimo tempo”. E dunque nel caso specifico non era competente il tribunale di Salerno bensì quello di Sant’Angelo dei Lombardi.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 16173 del 25.07.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha respinto il ricorso di un avvocato che era stato cancellato dall’Albo perché colpevole di aver iscritto più volte la stessa causa presso un Giudice di Pace.
Con tale modalità il professionista si era assicurato la possibilità di scegliere il giudice più «vantaggioso» cui affidare la causa, fra i vari ai quali la stessa veniva assegnata.
L’avvocato, infatti, aveva depositato oltre cento volte, a breve distanza di tempo, la stessa causa, con uno stratagemma: depositava al registro generale gli atti di citazione corredati da mandati alle liti autenticati con nomi leggermente alterati rispetto a quelli originari.
Il legale spiegava di aver agito per tutelare gli interessi dei propri assistiti, evitando loro le valutazioni di giudici ritenuti meno benevoli di altri nell’applicazione dei criteri di valutazione del danno.
Il Consiglio nazionale forense non condivideva le motivazioni ed infliggeva la sanzione più severa, ovvero la cancellazione dall’Albo.
Il provvedimento è stato confermato dalle Sezioni Unite, che hanno sottolineato la disonestà della condotta e la violazione da parte del professionista dei doveri di probità, lealtà e correttezza che dovrebbero caratterizzare l’esercizio della

Corte di Cassazione,Sezioni Unite, sentenza n. 12903 del 13.06.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ah precisato che non è qualificabile come illecito disciplinare il comportamento dell’avvocato difensore che in un processo penale non si presenta in udienza per assistere il proprio cliente. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza in oggetto con la quale ha chiarito che tale comportamento può rientrare “in una strategia processuale”.
Il caso era quello di un avvocato, anche parlamentare, che aveva subito la “sanzione disciplinare della censura” dall’ordine di Pinerolo ma poi era stato assolto dal consiglio nazionale forense secondo cui “l’assenza da una udienza non integra abbandono della difesa” e può ricollegarsi anche “a ragioni di scelta processuale”.
Secondo i giudici di Piazza Cavour, che hanno condiviso la testi del Cnf, “il quadro delle garanzie che le norme deontologiche mirano ad assicurare è quello dell’apprestamento della difesa nell’ambito del mandato defensionale” e “fuoriesce dalla esatta e doverosa prospettiva sanzionatoria quell’atto che – per la assoluta episodicità – non sia riconducibile ad un contegno abdicativo del difensore ma ad una scelta individuale di un singolo comportamento”.
Infatti, argomenta la Suprema corte, la valutazione del comportamento “omissivo” del difensore “è frutto di interpretazione affidata al giudice del merito”. E, secondo la comune giurisprudenza, “la sola assenza ad una udienza del difensore di fiducia non può interpretarsi come sintomo di un atto abdicativo espresso o di revoca dell’incarico, né tampoco di un comportamento di abbandono ai fini della concessione al difensore di ufficio del termine a difesa”. Non solo, ma l’ipotesi di abbandono prevista dall’articolo 105 del Cpc “non è desumibile dal solo comportamento processuale del difensore di fiducia (anche nell’ipotesi di mancata comparizione all’interrogatorio di garanzia) stante l’equivocità di un dato di mera astensione e la sua riconducibilità ad una diversa, alternativa ed insindacabile, strategia processuale”.

Corte di cassazione, sentenza n. 12136 del 03.06.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel computo della media delle dichiarazioni Irpef degli avvocati degli ultimi 15 anni, dovranno entrare obbligatoriamente anche le annualità in cui il professionista non ha lavorato.
Bocciata la tesi del ricorrente per cui “gli anni da considerare a ritroso […] debbano essere necessariamente quelli in cui l’avente diritto è stato effettivamente iscritto all’Albo ed abbia versato i contributi alla Cassa”. Secondo i giudici della Suprema corte, il tenore letterale della norma è sufficientemente chiaro da non aver bisogno di ulteriori interpretazioni. Secondo la legge di “Riforma del sistema previdenziale forense” (L. 576/1980), la pensione di vecchiaia è corrisposta a coloro che abbiano compiuto almeno sessantacinque anni di età, dopo almeno trenta anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa. Ed è pari, per ogni anno di effettiva iscrizione e contribuzione all’1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali dichiarati dall’iscritto ai fini Irpef, risultanti dalle dichiarazioni relative ai quindici anni solari anteriori alla maturazione del diritto a pensione. Non vi è, dunque, per Piazza Cavour, alcun collegamento tra le 15 annualità e gli “anni di effettiva iscrizione e contribuzione”, come sostenuto dal ricorrente.
Nel confermare la sentenza della Corte di Appello di Roma, la Cassazione, visto il rilievo della vicenda, ha ritenuto di dover comunque affermare, con riguardo alla riforma della previdenza forense, legge 576/1980, il seguente principio di diritto <>.