DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK: RIMOZIONE DEL CONTENUTO SU SCALA MONDIALE O EUROPEA?

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In un momento storico in cui le battaglie  si combattono sui Social, la questione che scalda le aule dei Tribunali italiani è quella dell’efficacia mondiale o europea del comando giudiziale volto alla rimozione dei contenuti lesivi sulle piattaforme digitali.

Risulta evidente come la scelta finisca per riflettersi nell’infinita dicotomia tra sovranità dello Stato e sovranità della piattaforma.

In tal senso, si inserisce l’ordinanza del Tribunale di Milano del 17 giugno 2020 resa a seguito del reclamo di precedente ordinanza ex art. 700 c.p.c. in tema di rimozione di contenuti diffamatori su Facebook.

La questione riguarda un imprenditore italiano noto anche all’estero, il quale, sommerso da reiterate attività denigratorie da parte dell’ex compagna, chiede a Facebook la rimozione dei contenuti lesivi.

Il Giudice del ricorso emette un ordine di rimozione a livello mondiale nei confronti del social network. Quest’ultimo oppone reclamo al Collegio che in parziale riforma conferma la condanna alla rimozione ma limita gli effetti territoriali del provvedimento al solo spazio europeo.

L’ordinanza, nel determinare la portata territoriale dell’ordine del giudice per gli illeciti digitali distingue tra l’illecito per violazione dell’onore e della reputazione (diffamazione) e l’illecito per scorretto trattamento dei dati (data protection). Distinzione che è stata oggetto anche delle valutazioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

La CGUE per la diffamazione ammette l’estensione mondiale del comando del giudice interno mentre per la data protection predilige la limitazione ai confini europei.

Pertanto, sulla scorta di quanto affermato in ambito europeo, il Tribunale di Milano avrebbe potuto confermare l’efficacia mondiale della condanna stabilita dal giudice di prime cure. Invece viene prediletta la via dell’autolimitazione al solo territorio europeo nell’ottica della funzione sociale dei diritti fondamentali e quindi della loro relativizzazione o comparazione con diritti in contrasto di pari rango. A parere dei Giudici, non esistono diritti assoluti, esiste la comparazione bilanciata degli stessi secondo il principio della proporzionalità scandita sui parametri suggeriti dalla prassi giudiziale che nel nostro caso vengono individuati nella «tipologia di contenuti pubblicati, caratteristiche del soggetto denigrato (il quale non svolge alcun ruolo pubblico) e dell’autore delle pubblicazioni (la ex compagna del danneggiato) e delle espressioni utilizzate (che in più parti fanno riferimento a vicende dal carattere privato)».

Inoltre, l’autolimitazione del comando del Giudice viene reputata opportuna anche per rispetto del diritto degli altri Stati che potrebbero avere discipline diverse rispetto a quella dello Stato emittente l’ordine di rimozione.