L’impugnazione di avvisi di accertamento

Corte di Cassazione, sentenza n. 15905 del 06.07.2010

La Corte di Cassazione ha precisato che il Fisco può attivare l’accertamento applicando gli standard degli studi di settore se il contribuente non ha risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa. Lo ha chiarito la sezione tributaria della Cassazione con l’ordinanza 15905/2010 secondo la quale se è vero che la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, è altrettanto vero che, nel caso di mancata risposta all’invito al contraddittorio, il contribuente si assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’Ufficio è legittimato a motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli standard, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente

Corte di Cassazione, sentenza n. 10151 del 02.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che deve pagare l’Irap lo studio di professionisti che, pur non avvalendosi di personale proprio, ha un contratto di fornitura di tutti i servizi (ad esempio telefonia e segretariato) con una società Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso dell’amministrazione delle finanze presentato contro la decisione della commissione tributaria regionale di Perugia che aveva accordato a uno studio associato l’esenzione dal tributo in quanto privo di autonoma organizzazione. In particolare lo studio aveva affidato tutti i servizi, fra cui la segreteria, a una società non disponeva di dipendenti o collaboratori. La tesi dell’assenza di un’autonoma organizzazione ha convinto i giudici di merito ma in Cassazione la vicenda si è completamente ribaltata. Secondo l’approdo giurisprudenziale raggiunto dagli Ermellini “in tema di Irap, il ricorso al lavoro di terzi per la fornitura di tutti i necessari servizi (dalla telefonia al segretariato) in forma rilevante e non occasionale, ma continuativa, integra il presupposto dell’esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata, previsto dall’art. 2, comma 1, del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, non rilevando che la struttura posta a sostegno e potenziamento dell’attività professionale del contribuente sia fornita da personale dipendente o da un terzo in base ad un contratto di fornitura”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14960 del 22.06.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che sono deducibili i costi versati da uno studio associato a una fondazione (impegnati nello stesso tipo di attività professionale) in virtù di un contratto d’uso di macchinari anche se presi in leasing dall’ente no profit. Con tale pricipio la Corte, ha respinto il ricorso dell’amministrazione finanziaria che aveva chiesto le maggiori imposte a uno studio associato di medici che avevano stipulato con una fondazione un contratto d’uso dei macchinari (presi in leasing). Per la Corte “il costo portato in detrazione dall’associazione professionale è stato ritenuto inerente dalla C.T.R. sulla base di considerazioni logiche e conseguenti mentre quanto alla congruità dei costi la C.T.R. ha affermato che il costo dei beni e servizi appare commisurato al loro valore e all’alto grado di specializzazione professionale dei dati scientifici raccolti ed elaborati dalla banca dati della Fondazione. A fronte di tale valutazione, che non appare né meramente apparente, né illogica, le amministrazioni ricorrenti non hanno dedotto alcuno specifico motivo di contestazione indicando elementi probatori non valutati o tacitamente contraddetti dalla C.T.R. Ogni ulteriore richiesta di valutazione nel merito va pertanto ritenuta inammissibile”.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 14499 del 16.06.2010

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza in esame ha precisato che i contribuenti devono essere risarciti davanti alla Ctp per i ritardi del fisco. Con tale principio la Corte apre ai risarcimenti dei contribuenti danneggiati dalle lungaggini dell’amministrazione finanziaria. Infatti il cittadino che chiede i danni al fisco per ritardi nei rimborsi deve rivolgersi alla commissione tributaria provinciale e non al Tribunale. Lo hanno sancito le Sezioni unite civili della Cassazione che, hanno dichiarato la giurisdizione della ctp in una causa promossa da un avvocato che chiedeva il risarcimento del danno per i “ritardati rimborsi” dell’amministrazione finanziaria. Il Collegio esteso ha motivato la decisione richiamando il principio secondo cui “in base al alla concentrazione della tutela, le Commissioni Tributarie possono riconoscere al contribuente non soltanto il rimborso delle imposte indebitamente versate, ma pure gli accessori come gli interessi ovvero il maggior danno o l’importo eventualmente pagato per la prestazione di cauzioni non dovute

Corte di Cassazione, sentenza n. 13576 del 04.06.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il giudice non può dichiarare l’inammissibilità del ricorso del fisco se il termine per la presentazione dell’atto è superato a causa del malfunzionamento (accertato con decreto) dell’ufficio delle entrate. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso dell’amministrazione finanziaria. In sostanza la sezione tributaria ha affermato che è valida la proroga dei termini processuali richiesta dall’amministrazione finanziaria dopo la scadenza del termine, e che abbia perciò effetto di una rimessione, per malfunzionamento degli uffici, se la dilazione è necessaria per garantire il diritto dell’amministrazione al regolare accertamento e riscossione delle imposte. In tali casi i diritti del contribuente sono garantiti dal rispetto di quattro principi: il diritto alla parità delle parti, il principio della parità processuale, il diritto di difesa e il diritto alla ragionevole durata del processo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12247 del 19.05.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha riconosciuto ampi poteri al fisco sulla valutazione dei bilanci. Infatti rientra nei poteri dell’amministrazione finanziaria negare la deduzione dei costi “sproporzionati ai ricavi”. Non solo. Può provare le maggiori imposte anche attraverso le dichiarazioni di persone qualificate del settore, raccolte in sede di ispezione dalla Guardia di finanza. Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso di una piccola casa editrice che aveva esposto in bilancio una serie di costi “sproporzionati”, secondo l’amministrazione finanziaria, ai ricavi. Sulla valutazione, fra l’altro, avevano pesato molto le dichiarazioni raccolte dalla Fiamme gialle presso esperti del settore. Un metodo, questo, avallato dalla sezione tributaria della Cassazione, secondo la quale, “si deve ragionevolmente ritenere che soggetti operanti nel settore, ancorchè non addetti alla specifica lavorazione in contestazione, siano tutt’altro che ignari del valore di mercato di servizi resi a monte e a valle della specifica attività svolta”. Nelle motivazioni viene inoltre precisato che “rientra nei poteri dell’amministrazione finanziaria la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni e la rettifica di queste ultime, anche se non ricorrano irregolaritàè della tenuta delle scritture contabili o vizi degli atti giuridici compiuti nell’esercizio d’impresa, con negazione della deducibilità di parte di un costo sproporzionato di ricavi o all’oggetto dell’impresa; pertanto, la deducibilità dei costi esposti in bilancio non implica che gli uffici finanziari siano vincolati alla misura indicata in delibere o libri sociali o contratti e che sia irrilevante la divergenza tra il valore effettivo e il valore ivi iscritto o riportato”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12214 del 19.05.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, contro la decisione della CTR della Campania, che aveva dichiarato l’inammissibilità dell’accertamento in capo al socio di una s.a.s, poiché tale società aveva ottenuto il condono fiscale. Nella motivazione, la Suprema Corte ha infatti spiegato come : “il condono fiscale ottenuto dalla società di persone non estende automaticamente i propri effetti ai singoli soci, nei confronti dei quali l’Amministrazione finanziaria conserva il potere di procedere ad accertamento, e che devono pertanto presentare autonoma istanza per potersi avvalere del beneficio; fermi restando tutti i diritti dell’Erario nei confronti dei soci che non abbiano richiesto il condono, l’imponibile preso a base dall’Ufficio per l’ammissione della società al beneficio può essere assunto dal giudice tributario come riferimento per determinare in modo congruo il reddito dei singoli soci, in considerazione della correlazione logica, giuridica ed economica esistente tra il reddito della società a quello di partecipazione dei soci, e quindi della necessità che, nella determinazione di quest’ultimo, si tenga conto dell’imponibile accertato e definito nei confronti della società stessa”.

Corte di Cassazione, sentenza n.12269 del 19.05.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che sono esenti dall’Ici gli appartamenti situati nello stesso stabile (e destinati ad abitazione principale) anche se di proprietà dei coniugi, in separazione dei beni. Lo ha stabilito la Suprema Corte, decidendo sul ricorso presentato da una donna contro la sentenza della Commissione Tributaria di Torino, che aveva respinto il ricorso presentato contro gli avvisi di liquidazione Ici per gli anni dal 1998 al 2001. La signora, in regime di separazione dei beni, era proprietaria di un appartamento sito nello stabile in cui anche suo marito aveva acquistato un’unità immobiliare. Entrambi avevano registrato la proprietà come “abitazione principale”, ma alla moglie era stata negata la possibilità di pagare l’imposta con la relativa agevolazione. La CTR aveva infatti stabilito che, nel caso in esame, in cui un nucleo familiare vive in due unità contigue, ma catastalmente distinte, la detrazione spetta una sola volta e in riferimento ad una sola unità era quelle utilizzate. La Corte, rovesciando tale decisione, ha invece affermato il principio di diritto per cui: “il contemporaneo utilizzo di più di una unità catastale come abitazione principale, anche se di proprietà non di un solo coniuge ma di ciascuno dei due in regime di separazione dei beni, non costituisce ostacolo all’applicazione, per tutte, dell’aliquota prevista per l’abitazione principale, sempre che il derivato complesso abitativo utilizzato non trascenda la categoria catastale delle unità che lo compongono, assumendo rilievo, a tal fine, non il numero delle unità catastali ma la prova dell’effettiva utilizzazione come “abitazione principale” dell’immobile complessivamente considerato, ferma restando, ovviamente, la spettanza della detrazione prevista dell’art. 8, comma 2 della l. 168/1982, una sola volta per tutte le unità in presenza dei requisiti di legge”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12149 del 18.05.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il liquidatore della società non risponde delle imposte verso l’amministrazione finanziaria se non ha effettuato pagamenti “di debiti di grado inferiore”… rispetto a quelli tributari e cio se non viene dimostrato che ha “scavalcato l’Erario. Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate. In particolare la sezione tributaria ha spiegato che la responsabilità personale dell’amministratore per mancato pagamento dei tributi della società in liquidazione, deve essere sempre dimostrata. E “in caso di violazioni tributarie è necessario l’accertamento dell’avvenuto pagamento di debiti di grado inferiore a quelli tributari. Infatti, la responsabilità ex art. 36 DPR 602/1973 trova la sua fonte in una autonoma obbligazione legale, che insorge quando ricorrono gli elementi obiettivi della sussistenza di attività nel patrimonio della società in liquidazione e della distrazione di tali attività ai fini diversi dal pagamento delle imposte dovute.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11423 del 11.05.2010

La Corte di cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la mancata risposta dell’azienda al questionario inviatogli dall’ufficio (prima del ’99) non legittima l’accertamento induttivo. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di un contribuente, dando una risposta per tutto il contenzioso ancora in corso. Secondo gli Ermellini, infatti, “la mancata risposta del contribuente ad un questionario inviatogli dall’ufficio non legittima, di per sé sola, una rettifica del reddito d’impresa in via induttiva, ai sensi dell’art. 39, comma secondo, lettera d), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ove tale omissione si sia verificata prima dell’entrata in vigore dell’art. 25 della legge 18 febbraio 1999, n. 28, stante la tassatività delle ipotesi previste dalle lettere a), b), c) e d) del citato art. 39. comma secondo, nel testo all’epoca vigente

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 11082 del 07.05.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il giudice tributario a esprimersi sul segreto professionale eccpito dal legale tributarista. La Corte ha chiarito, infatti, che le notizie conosciute dal legale vanno a tutelare esclusivamente la posizione del cliente-contribuente e in modo particolare il rapporto di quest’ultimo con il Fisco. Quindi l’autorizzazione attiene esclusivamente al procedimento amministrativo di verifica tributaria e produce effetti solo nell’ambito dello stesso. La giurisdizione del giudice tributario, così come è delineata dal Dlgs 546/1992 non ha a oggetto solo gli atti finali del procedimento amministrativo di imposizione tributaria, ma anche quelli prodromici a esso tra i quali rientra senza meno l’insieme di notizie conosciute da un professionista e che riguardano in prima persona il cliente-contribuente.

Consiglio di Stato ,sentenza n. 1901 del 06.04.2010

Il Consiglio di Stato con la decisione in esame ha precisato che sono sempre di competenza del Giudice tributario e mai del Giudice amministrativo le controversie relative a fermi amministrativi su beni mobili per crediti di natura tributaria vantati dalla Pubblica Amministrazione . Il Consiglio ha superato l‘impostazione fornita TAR della Regione Puglia secondo cui la misura di fermo di bene mobile deve qualificarsi come un provvedimento di natura amministrativa dal momento che esso si estrinseca nell’emanazione di un atto unilaterale idoneo ad incidere in maniera autoritativo nella sfera giuridico-patrimoniale del destinatario, con l’imposizione di un vincolo di indisponibilità del bene che implica la temporanea privazione del diritto di godimento e il divieto di utilizzazione del mezzo, la cui violazione comporta una sanzione amministrativa pecuniaria e l’asportazione del veicolo. Con l’impugnativa di tale pronuncia veniva posta in discussione il carattere amministrativo del fermo beni mobili per crediti di natura tributaria. Il Consiglio con la sentenza suindicata ha avuto modo di chiarire che ,se a partire dall’entrata in vigore dell’articolo 35, comma 26 quinquies, del Dl 223/2006 è stata espressamente prevista, con riferimento alle controversie di natura tributaria, la possibilità di impugnare dinanzi alla Commissione tributaria il provvedimento di fermo e se la giurisdizione, ai sensi dell’articolo 5 del codice di procedura civile, si determina con riguardo alla legge vigente al momento della proposizione della domanda, ciò nostante, tale diposizione non ha innovato la normativa previgente ma ha solo chiarito il riparto di giurisdizione per controversie relative a crediti di natura tributaria vantati dalla Pubblica amministrazione. Anche se la domanda è precedente all’entrata in vigore del decreto Visconti Bersani la competenza rimane sempre e comunque in capo alla giustizia tributaria.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9590 del 22.04.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha stabilito che la notifica fatta al familiare del contribuente è valida. La Corte accogliendo il ricorso del fisco ha stabilito che la notifica mediante consegna a persona di famiglia non postula necessariamente l’ulteriore requisito della convivenza non espressamente menzionato dall’art.139 c.p.c. risultato sufficiente l’esistenza di un vincolo (di parentela o di affinità tale da giustificare la presunzione che la persona di famiglia Consegnerà l’atto al destinatario.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8495 del 09.04.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è dovuta l’I.C.I. su un immobile di proprietà della Regione ma utilizzato da un soggetto pubblico diverso: il diritto all’esenzione non può infatti, essere esteso per via analogica, soprattutto quando il bene non sia più utilizzato per scopi istituzionali.

Consiglio di Stato, sentenza n.1740 del 24.03.2010

Il Consiglio di Stato con la decisione in esame ha precisato che non può essere giudice tributario chi esercita in qualsiasi forma la consulenza fiscale ovvero l’assistenza o la rappresentanza dei contribuenti nei rapporti con l’amministrazione finanziaria o nelle controversie in questa materia. Il Consiglio di Stato, con l’occasione ha precisato che anche la tenuta e la custodia di scritture contabili nonché la predisposizione della dichiarazione dei redditi un’attività incompatibile con le funzioni svolte dai componenti delle commissioni tributarie.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5913 dell’11.03.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha stabilito che è legittimo l’accertamento fiscale che si basa sui versamenti sui conti correnti bancari dei familiari dei soggetti contribuenti che risultano indagati per il reato corruzione. È onere del contribuente poi dimostrare che i soldi confluiti sui conti correnti non potevano essere soggetti ad alcuna imposizione. In particolare la Corte oltre a precisare che, in forza della retroattività della L. 24 dicembre 1993, n. 537, i proventi illeciti sono imponibili anche retroattivamente, hanno quindi spiegato che nel processo tributario, nel caso in cui l’accertamento effettuato dall’ufficio si fondi su verifiche di conti correnti bancari, tenere del contribuente a carico del quale si determina un’ iinversione dell’onere della prova, dimostrare che gli elementi desumibili della movimentazione bancaria non siano riferibili ad operazioni imponibili mentre l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, per legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti. La Corte ha concluso precisando un altro punto sollevato dal ricorrente: in particolare, per quanto attiene alle motivazioni di atti amministrativi per relationem, che l’atto amministrativo d’imposizione tributaria può essere motivato per relationem ad un atto istruttorio del procedimento ma il rinvio motivazionale, dell’atto amministrativo d’imposizione tributaria ad un atto istruttorio deve essere adeguato. In tal senso l’accertamento giudiziale dell’adeguatezza della motivazione per relationem dell’atto amministrativo d’imposizione tributaria deve essere adeguatamente motivato e l’accertamento in sede di giudizio di legittimità dell’adeguatezza della motivazione per relationem dell’atto amministrativo d’imposizione tributaria deve essere specificamente contestato dal ricorrente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5050 del 03.03.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che le aziende condannate a pagare le sanzioni antitrust non possono dedurle dalle imposte. A questa conclusione è giunta la Corte che con tale principio, ha respinto il ricorso della Sony spa. In particolare per la Corte è a pretendere pertanto che l’entità di tale sanzione costituisca un costo deducibile dal reddito imprenditoriale significherebbe neutralizzare interamente la ratio punitiva della penalità trasformandola in un risparmio d’imposta.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4737 del 26.02.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che commettono elusione fiscale le società i calcio che, per per dissimulare gli ingaggi dei propri giocatori, cedono a un’altra società i diritti d’immagine dei calciatori stessi. Per la Corte è precluso al contribuente, trattandosi di abuso del diritto, il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei a ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4013 del 19.02.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nere del contribuente, in tema di IVA, fornire la prova circa l’effettiva esistenza delle operazioni sottese alle fatture delle spese offerte in detrazione nel caso in cui l’amministrazione finanziaria ne contesti, al contrario, l’esistenza indicando in maniera specifica gli elementi, anche a carattere indiziario, sulle quali si fonda la contestazione. La prova da offrire, peraltro, non può consistere semplicemente nell’esibizione dei mezzi di pagamento – che sono utilizzati abitualmente in maniera fittizia – i quali mantengono solo una valenza meramente indiziaria e la cui attendibilità deve essere necessariamente valutata alla luce del quadro probatorio complessivo.

Corte di Cassazione sentenza n.3542 del 16.02.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame decidendo nel merito la questione, ha stabilito che l’accertamento che si basa sul listino prezzi che viene esposto al pubblico (accertamento di tipo induttivo) si deve ritenere valido anche in presenza di scritture contabili regolari (accertamento analitico). La decisione della Corte, su ricorso proposto dal Ministero dell’economia e delle Finanze per la cassazione della sentenza, si basa sull’articolo 54 del D.P.R. del 26 ottobre 1972 n. 633 (Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto), che autorizzerebbe, anche in presenza di una regolare contabilità il ricorso al cd. metodo induttivo e cioè il ricorso ad altri documenti o scritture contabili purchè abbiano i requisiti dalla gravità concordanza e precisione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 737 del 19.01.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che non può essere concesso al contribuente il condono se il valore potenziale della lite, basato su un processo verbale di constatazione della guardia di finanza, supera il limite imposto dalla legge per la definizione agevolata. Non solo. Il calcolo va fatto parametrando il tetto massimo previsto dalle norme sui vari condoni alla sanzione minima sancita per l’irregolarità fiscale e accertata dalla guardia di finanza. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso del fisco presentato contro la decisione della commissione tributaria regionale di Ancona che aveva bocciato il provvedimento dell’amministrazione finanziaria con il quale era stata dichiarata l’inammissibilità dell’istanza di condono.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto Tributario.

Corte di Cassazione, sentenza n. 587 del 15.01.2010

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che in caso di incendio della documentazione contabile il cittadino può porsi all’accertamento induttivo anche con dei testimoni. Ma se non riesce a giustificare i versamenti in banca l’atto impositivo resta valido. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso dell’amministrazione finanziaria precisando che nel processo tributario, nel caso in cui l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, tenere del contribuente, a carico del quale si determina una inversione dell’onere della prova, dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non siano riferibili ad operazioni imponibili mentre l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, per legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti. Nel caso in cui il contribuente si trovi nell’incolpevole impossibilità di produrre documentazione contabile a prova contraria (a causa di furto o, come nella fattispecie, di incendio), trova applicazione la regola generale prevista dall’art. 2724, n. 3, cod. civ., secondo cui la perdita incolpevole del documento occorrente alla parte per attestare una circostanza a lei favorevole non costituisce motivo di esenzione dall’onere della prova, né trasferisce lo stesso a carico dell’ufficio, ma autorizza soltanto il ricorso alla prova per testimoni o per presunzioni, in deroga ai limiti per essa stabiliti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26340 del 16.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo l’accertamento induttivo nei confronti di un’azienda destinataria di merce con bolle di accompagnamento l’alterate nella quantità. Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso di un’impresa nei confronti della quale la Guardia di finanza aveva accertato, in sede di verifica, delle alterazioni nei dati relativi alle quantità di bolle di accompagnamento di merce comprata da questa società. Nella massima ufficiale si legge infatti che il rinvenimento di bolle di accompagnamento alterate nei dati relativi alle quantità presso la società risultante destinataria della merce ed esercente il commercio della stessa, legittima nei suoi confronti l’accertamento induttivo in materia di Iva.

Corte di Cassazione, sentenza n. 35 del 05.01.2010

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che le circolari del fisco non sono vincolanti per il contribuente e quindi non possono essere impugnate davanti ad un giudice. In particolare la Corte ha ritenuto che la violazione di circolari ministeriali non può sostituire motivi di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali, in riferimento ai quali può essere denunciata per cassazione soltanto la violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, nella misura in cui essi sono applicabili anche agli atti unilaterali, ovvero i vizi di motivazione. Pertanto le circolari dell’amministrazione finanziaria che non hanno poteri discrezionali nella determinazione delle imposte dovute non vincolano né i contribuenti né i giudici e non costituiscono fonte di diritto

Corte di Cassazione, sentenza n. 27564 del 29.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha preciasato che la conclusione di un solo affare fra due contribuenti non può essere bollato dal fisco come società di fatto. In particolare la sezione tributaria ha respinto il ricorso dell’amministrazione finanziaria condividendo le motivazioni della commissione regionale di Cagliari che aveva escluso la ripartizione di utili e l’esistenza della società di fatto fra due contribuenti, uno dei quali dipendente pubblico a tempo pieno, che si erano accordati soltanto per la costruzione di un fabbricato, senza adottare uno schema tipico societario.

Corte di Cassazione, sentenza n. 28004 del 30.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che nelle liti fiscali valore limitato alle informazioni sommarie ottenute in fase di verifica e di ispezione o in altro procedimento. Infatti, le dichiarazioni rese nel processo penale dai vertici aziendali in affari con la società contribuente sono solo degli indizi da soli insufficienti a legittimare l’accertamento nei confronti di quest’ultima. La Corte, ha inoltre precisato che non sono deducibili i costi sostenuti per l’assicurazione infortuni dei dirigenti. Occorre premettere che: ha motivato la sezione tributaria – il divieto di ammissione della prova testimoniale nel giudizio innanzi alle Commissioni tributarie, sancito dall’art. 7 , quarto comma, del D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546, si riferisce alla prova testimoniale quale prova da assumere nel processo con le garanzie del contraddittorio e non implica, pertanto, l’impossibilità di utilizzare, ai fini della decisione, le dichiarazioni che gli organi dell’Amministrazione finanziaria sono autorizzati a richiedere anche ai privati nella fase amministrativa di accertamento anche sui conto di un determinato contribuente. Non solo. Tali dichiarazioni, proprio perché assunte in sede extraprocessuale, rilevano quali semplici elementi indiziari, il cui valore può essere sempre contestato dal contribuente nell’esercizio del suo diritto di difesa ; conseguentemente, le dichiarazioni di terzi raccolte dalla Polizia tributaria ed inserite nel processo verbale di constatazione non hanno natura di testimonianza (quand’anche siano state, come nella specie, già spese in seno a procedimento penale), bensì di mere informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative, sfornite, pertanto, ex se, di efficacia probatoria, con la conseguenza che esse risultano del tutto inidonee, di per sé a fondare un’affermazione di responsabilità del contribuente in termine di imposta, potendo soltanto fornire un eventuale ulteriore riscontro a quanto già accertato e provato aliunde in sede di procedimento tributario od avere un valore probatorio proprio degli elementi indiziari , i quali possono concorrere a formare il convincimento del giudice ma non sono idonei a costituire , da soli, il fondamento della decisione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26689 del 18.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che è nullo l’accertamento basato sulle verifiche della guardia di finanza che si sono protratte oltre i trenta giorni lavorativi stabiliti dallo Statuto del contribuente, che al massimo diventano sessanta nei casi di particolare complessità La norma invocata dalla società contribuente che lamentava la permanenza presso la propria sede delle Fiamme Gialle per oltre quattro mesi articolo 12 dello Statuto secondo cui la permanenza degli operatori civili o militari dell’amministrazione finanziaria, dovuta a verifiche presso la sede del contribuente, non puo’ superare i trenta giorni lavorativi, prorogabili per ulteriori trenta giorni nei casi di particolare complessita’ dell’indagine individuati e motivati dal dirigente dell’ufficio. Gli operatori possono ritornare nella sede del contribuente, decorso tale periodo, per esaminare le osservazioni e le richieste eventualmente presentate dal contribuente dopo la conclusione delle operazioni di verifica ovvero, previo assenso motivato del dirigente dell’ufficio, per specifiche ragioni.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26687 del 18.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precistao che non paga l’ Iva sulle spese pubblicitarie pubblicate sui quotidiani italiani, l’azienda, se la sede della società che ha acquistato gli spazi è fuori della Comunità europea. Ciò che se lo ha fatto con l’aiuto di un intermediario fiscale in Italia. Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso di un intermediario fiscale in Italia, che agiva per conto di un’impresa avente la sede legale in Austria (i fatti risalgono al 1993), il quale aveva comprato degli spazi pubblicitari sulla carta stampata nostrana

Corte di Cassazione, sentenza n. 26862 del 21.12.2009 dicembre 2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che la dichiarazione integrativa non vincola il contribuente se i versamenti fatti al fisco dimostrano altre intenzioni. Spetta infatti agli uffici dell’amministrazione finanziaria, in sede di liquidazione delle imposte concordate, accertare quali effetti il cittadino abbia voluto effettivamente conseguire. Con tale principio la Corte, ha accolto il secondo motivo del ricorso di un contribuente che, pur avendo segnato nella dichiarazione il quadro riservato al condono tombale si era di fatto comportato diversamente versando per ciascun anno per cui non aveva presentato la dichiarazione 50 euro (somma corrispondente alla definizione semplice).

Corte di Cassazione, sentenza n. 26688 del 18.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che deve comunque il canone di fognatura il condomino che si rifiuta di allacciarsi all’impianto realizzato dal comune. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso del comune di Pordenone. In particolare, ha motivato la sezione tributaria, il canone di fognatura e di depurazione delle acque richiede, ai fini del sorgere dell’obbligo del suo pagamento che il comune abbia istituito e predisposto gli impianti necessari per il relativo servizio e che, perciò esso sia concretamente fruibile dall’utente, a prescindere dalla sua utilizzazione o meno per il fatto del destinatario medesimo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26323 del 16.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il condono fiscale della società non opera direttamente in favore dei soci ma cambia la loro posizione verso l’amministrazione finanziaria. È infatti illegittima la richiesta di maggiori imposte al singolo socio basata sull’accertamento dei redditi dell’impresa e non sui tributi concordati nella definizione agevolata. Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso di un contribuente, socio insieme alla moglie di una sas che contestava le maggiori imposte sui redditi chieste dall’amministrazione in virtù di un accertamento fatto nei confronti della società tralasciando il condono ottenuto dall’azienda.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25713 del 09.12.2009

Più facile per il fisco recuperare la maggiore Iva dalle società fallite. Infatti, la procedura concorsuale non giustifica lo smarrimento delle fatture e la contribuente che ha chiesto la deduzione dovrà al più provare le spese mediante testimoni o per presunzioni. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 25713 del 9 dicembre 2009, ha accolto il ricorso dell’amministrazione finanziaria, bocciando la decisione della commissione tributaria regionale della Campania. In sostanza, hanno affermato i giudici della sezione tributaria, il subentro della procedura fallimentare non giustifica lo smarrimento della documentazione. Questo perché ha motivato il Collegio, in tema di Iva, la deducibilità dell’imposta pagata dal contribuente per l’acquisizione di beni o servizi inerenti all’esercizio dell’impresa è subordinata, in caso di contestazione da parte dell’ufficio, alla relativa prova, che deve essere fornita dallo stesso contribuente mediante la produzione delle fatture e del registro in cui vanno annotate; nel caso in cui il contribuente dimostri di trovarsi nell’incolpevole impossibilità di produrre tali documenti (ad esempio, a causa di furto) e di non essere neppure in grado di acquisire copia delle fatture presso i fornitori dei beni o dei servizi, trova applicazione la regola generale prevista dall’art. 2724, n. 3, cod. civ., secondo cui la perdita incolpevole del documento occorrente alla parte per attestare una circostanza a lei favorevole non costituisce motivo di esenzione dall’onere della prova, né trasferisce lo stesso a carico dell’Ufficio, ma autorizza soltanto il ricorso alla prova per testimoni o per presunzioni, in deroga ai limiti per essa stabiliti

Corte di Cassazione, sentenza n. 25623 del 04.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che soltanto i versamenti nei conti dell’azienda si presumono come proventi tassabili, mentre il flusso di denaro nei conti dei soci o dei loro familiari non può essere attribuito all’impresa, a meno che l’amministrazione non riesca a provare che l’intestazione di tali conti è fittizia. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza in oggetto ha respinto il ricorso dell’amministrazione finanziaria che aveva accertato, in virtù della presunzione legale esistente sui conti bancari dell’azienda, un maggior reddito per il passaggio di denaro sul conto di un familiare di un socio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 46855 del 09.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non possono essere sottoposti alla misura cautelare finalizzata alla confisca i beni acquistati prima della frode fiscale e del mancato pagamento delle imposte è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza in oggetto ha revocato il sequestro preventivo di un immobile acquistato, da un imprenditore imputato di evasione e frode fiscale, l’anno precedente il mancato pagamento dell’Iva

Corte di Cassazione, sentenza n. 25486 del 03.12.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che è legittima la cartella di pagamento notificata alla ex moglie sui redditi dichiarati dalla coppia durante il matrimonio anche se le sentenze depositate dopo il divorzio, che respingono i ricorsi di lui contro il fisco, non le sono mai state notificate o comunicate. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che,con la sentenza in oggetto, ha accolto il ricorso del fisco presentato contro la decisione della Ctr del Lazio che aveva dato ragione a una contribuente che non aveva mai ricevuto la notifica delle sentenze nella causa persa dall’ex marito su imposte dichiarate durante il matrimonio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25136 del 30.11.2009

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che non paga le sanzioni il contribuente che non presenta la dichiarazione dei redditi se dimostra le responsabilità del professionista a cui ha affidato la contabilità denunciandolo all’autorità giudiziaria. Lo ha stabilito la Corte che con la sentenza in esame ha respinto il ricorso dell’amministrazione finanziaria presentato contro la sentenza della commissione tributaria regionale della Lombardia che aveva deciso di non far pagare a un contribuente le sanzioni per la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi e per il mancato versamento delle imposte.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25127 del 30.11.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il contribuente che recinta un terreno per farlo apparire come pertinenza del suo capannone industriale al fine di risparmiare sull’Ici commette un abuso del diritto. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza in oggetto che ha accolto il ricorso di un Comune nei confronti di una società proprietaria di alcuni terreni edificabili nelle vicinanze del suo stabilimento. La costruzione di una recinzione, ha affermato la Cassazione, non prova assolutamente nulla quanto ai rapporti tra fabbricato e aree circostanti. Infatti il muro di recinzione, in mancanza della prova di un vincolo sostanziale di asservimento funzionale, non è sintomatico di un collegamento durevole, in quanto può essere abbattuto in qualsiasi momento

Corte di Cassazione, sentenza n. 24933 del 26.11.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il fisco può attribuire al reddito del professionista, e quindi accertare induttivamente le maggiori imposte, anche i versamenti fatti da un amico o parente, dimostrati in giudizio con distinte e assegni bancari, se la causale del versamento non è giustificata da una fattura. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che con tale principio ha respinto il ricorso di un professionista a cui il fisco aveva fatto un accertamento basato su dei versamenti fatti sul suo conto dal fratello della convivente, per lavori di ristrutturazione (avevano dichiarato i due), non fatturati

Corte di Cassazione, sentenza n. 23852 del 11.11.2009

la Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che i versamenti in banca, oltre lo stipendio, non possono essere considerati automaticamente come fonte di reddito da lavoro autonomo. È l’amministrazione a dover provare questa circostanza ed eventualmente riscuotere la maggiore imposta. Con questo principio la Corte ha accolto il ricorso di una contribuente, dattilografa di una società nel conto della quale erano stati fatti dei versamenti attribuiti dall’ufficio delle imposte a un’attività di lavoro autonomo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 23017 del 30.10.2009

la Suprema Corte con la sentenz in esame ha precisato che il personale bancario deve segnalare al direttore dell’agenzia e questo al Questore ogni sospetto sui clienti, altrimenti rischia una sanzione. Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso del Ministero delle finanze che aveva sanzionato un impiegato della banca che non aveva segnalato un cliente autore di ingenti versamenti non supportati da grossi giri d’affari.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22790 del 28.10.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che ciascuna società che partecipa ad un consorzio di aziende non può prodursi tutte le spese sostenute sulla base del patto consortile ma soltanto quelle di cui è riuscita a dimostrate l’inerenza e cioè quelle direttamente riferibili alla sua attività. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di una società che aveva partecipato a un consorzio di imprese nato con lo scopo di pubblicizzare prodotti e aziende. Nella motivazione la sezione tributaria ha ribadito un altro importante aspetto. Le spese di pubblicità sono soltanto quelle sostenute per sponsorizzare un prodotto mentre quelle di rappresentanza sono quelle sostenute per accrescere il nome dell’azienda. Da questa differenza deriva un diverso regime di deducibilità

Corte di Cassazione, sentenza n. 20094 del 18.09.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’esenzione dalla tassazione delle plusvalenze derivanti dalla vendita di immobili entro il quinquennio dall’acquisto o dalla costruzione, rappresenta un’agevolazione tributaria e, come tale, grava sul contribuente l’onere di provare l’utilizzo dell’unità immobiliare quale abitazione propria o di propri familiari. Inoltre, la sentenza penale di assoluzione dal reato di omessa dichiarazione della plusvalenza, per contrasto tra prove, non ha rilevanza nel processo tributario, in quanto entra in conflitto con la generale regola secondo cui in caso di agevolazione tributaria l’onere della prova resta a carico del contribuente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14735 del 23.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che è valido l’accertamento induttivo dell’Iva nei confronti di un’azienda che fattura tanti acquisiti e poche vendite. La differenza è macroscopica un indizio grave preciso e concordante di evasione dell’imposta.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14014 del 17.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non sono sufficienti gli accertamenti fiscali fondati su documenti extracontabili in cui non è stato fatto dalla Guardia di finanza, o successivamente dall’ufficio, un controllo incrociato fra contabilità dell’azienda e brogliacci.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14125 del 18.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’ufficio Iva può elaborare i dati raccolti dalla Guardia di finanza nel processo verbale di constatazione e rettificare l’imposta, secondo i suoi parametri. Ciò entra infatti nella normale dinamica dellà attività di accertamento e il divieto di rettifica in assenza dei nuovi elementi non c’entra nulla. Con questa pronuncia la Corte, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate su una controversia nata fra l’ufficio Iva di Firenze e una panetteria. In particolare l’amministrazione aveva usato i dati delle verifiche per presumere un’imposta maggiore e quindi aveva provveduto a una rettifica. Il contribuente aveva impugnato gli avvisi sostenendo che tale rettifica era nulla perché non conteneva i nuovi elementi.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25147 del 17.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che commette reato il contribuente che simula una vendita di immobili alla moglie mettendo a rischio la riscossione delle imposte anche se lo fa prima di qualunque accertamento da parte delle Entrate.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10713 del 11.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non è considerata area fabbricabile il terreno destinato, secondo il piano urbanistico, ad una struttura sportiva e per il quale sia previsto un indice minimo di edificabilità. La cessione del suddetto terreno non prevede l’applicazione dell’Iva e prevede un’imposta di registro proporzionale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13510 del 11.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che sono invalidi gli accertamenti fiscali notificati nella casa dove è rimasta ad abitare la moglie separata, anche se lei ha accettato il plico e si è presentata come la coniuge. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso del fisco dando ragione a un contribuente che aveva ricevuto l’accertamento presso l’appartamento dove aveva abitato con la moglie fino alla separazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13197 del 09.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che una società di capitali non ha diritto al rimborso dell’Iva se fa solo operazioni esenti, come il mero godimento di beni immobili. Si tratta infatti di un comportamento “elusivo del divieto di detrazione dell’imposta assolta sugli acquisti da parte di imprese che esercitano esclusivamente operazioni esenti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13201 del 09.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che gli appunti dell’imprenditore nell’accertamento induttivo devono essere allegati al processo verbale di constatazione e devono essere prodotti in giudizio dall’amministrazione finanziaria, altrimenti l’atto impositivo è invalido. Il giudice non puoò acquisirli d’ufficio. Con tale principiala Corte di Cassazione ha bocciato il ricorso del fisco che aveva fatto un accertamento di compensi in nero, basandosi sulle testimonianze di due amministrativi e su degli appunti ritrovati nella sede dell’impresa finita nel mirino delle fiamme gialle.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12777 del 01.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo che l’avvocato imputa i compensi derivanti dall’attività di arbitro all’associazione professionale. E’ onere dell’amministrazione finanziaria che alleghi un intento elusivo sotteso a tale condotta, dimostrarne l’esistenza. E’ necessario però che nell’atto costitutivo dell’associazione professionale deve essere previsto l’obbligo di imputare i compensi allo studio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12653 del 28.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non pagano l’Irap i ragionieri consulenti e membri dei collegi sindacali. Per la Corte infatti chi svolge le attività di libero professionista avvalendosi di una struttura esterna, come può essere la società cui rilascia la consulenza, non paga il tributo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12630 del 28.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il contribuente che non va all’appuntamento con il funzionario dell’Agenzia delle entrate, per dimostrare il reddito inferiore e farsi annullare l’accertamento, non deve necessariamente pagare le maggiori imposte. Può infatti fare causa al fisco in un secondo momento e dimostrare così il vero reddito. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di una contribuente che non si era presentato all’appuntamento con il funzionario dell’Agenzia delle entrate per portargli i documenti che accertavano un reddito inferiore rispetto a quello accertato.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11548 del 19.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che le comunicazioni al Fisco vanno date sempre di persona. Rischia infatti di pagare tasse non dovute l’ex socio di una società il fatto che non comunica all’Amministrazione finanziaria la propria fuoriuscita dalla compagine. Non vi ha consentito rivalersi sulla società che per errore lo ha inserito nella dichiarazione dei redditi dell’ente anche dopo il suo allontanamento. Con tale principio la Corte ha respinto la richiesta di risarcimento avanzata da un agente di assicurazioni nei confronti del suo ex socio. Il ricorrente lamentava di aver subito un danno in quanto dopo la sua uscita dalla società l’altro partecipante aveva presentato la dichiarazione dei redditi dell’ente inserendolo ancora tra i soggetti che ne facevano parte. Il Fisco aveva quindi corretto la sua dichiarazione personale recuperando anche i redditi che egli risultava aver percepito dalla società. Secondo la Corte non esiste alcun rapporto causale che giustifichi il risarcimento tra il comportamento dell’ex socio e l’accertamento fiscale dal momento che era onere del socio uscente spiegare al Fisco al momento della sua dichiarazione dei redditi che aveva cessato il lavoro di agente di assicurazioni. Non è infatti possibile riconoscere un indennizzo a chi avrebbe potuto evitare problemi usando l’ordinaria diligenza.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 12108 del 26.05.2009

La Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la sentenza in esame ha precisato che gli agenti di commercio e i promotori finanziari devono pagare l’Irap solo se hanno una autonoma organizzazione, secondo i canoni fissati dalla Cassazione per autonomi e professionisti. Con tale principio le Sezioni Unite hanno risolto un contrasto sorto nella sezione tributaria, tra le sentenze che sostenevano questa stessa tesi e quelle che invece propendevano per l’imponibilità sempre e comunque di tali soggetti. Il principio affermato in quattro pronunce relative ad agenti di commercio e promotori finanziari.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11620 del 19.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato non è valida la causa contro il fisco instaurata dal cittadino mediante la consegna a mano del ricorso al front office e agli sportelli degli uffici dell’agenzia delle entrate. Con tale principio la Corte ha dichiarato d’ufficio inammissibile il ricorso di un contribuente che aveva consegnato il plico a un front office degli uffici delle entrate.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11466 del 18.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che tutti i professionisti di una società professionale devono partecipare alla causa contro il fisco quando questo accerta il maggior reddito di uno di loro sulla base dei ricavi della società stessa. La Corte applicando il principio dell’unitarietà dell’accertamento ha ravvisato in tale ipotesi un litisconsorzio necessario. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate che aveva chiesto la nullità di un giudizio al quale aveva partecipato soltanto uno dei professionisti di una società professionale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10972 del 13.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che le somme percepite dal contribuente a titolo risarcitorio costituiscono reddito imponibile solo nei limiti in cui abbiano la funzione di reintegrare un danno concretatosi nella mancata percezione di redditi. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso presentato dal professionista che sosteneva la non assoggettabilità d’imposta della somma ricevuta a titolo di risarcimento del danno derivante dalla anticipata risoluzione del rapporto professionale, ai sensi dell’art. 6 d.p.r. n. 917 del 1986 ossia la non assoggettabilità della somma ricevuta, non a titolo di anticipata cessazione del rapporto di lavoro, ma a titolo di ristoro del danno biologico e d’immagine subito dal professionista a causa del licenziamento anticipato.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10981 del 13.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che commette abuso di diritto la società che si deduce i costi delle macchine di sua proprietà a usate dai dipendenti di una ditta individuale collegata perché appartenente a uno dei soci. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di una snc che si era dedotta i costi delle auto di sua proprietà ma usate dalla ditta individuale dell’amministratore

Corte di Cassazione, sentenza n. 10972 del 13.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non sono tassabili le somme ricevute dal professionista che ha fatto una transazione con l’azienda per mettere fine ad una causa nella quale chiedeva i danni all’immagine per essere stato mandato via anticipatamente. Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso degli eredi di un medico che aveva chiesto il danno all’immagine perché la clinica presso la quale lavorava aveva troncato anticipatamente il rapporto di collaborazione professionale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10388 del 06.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che può essere un’operazione elusiva delle norme tributarie anche il leasing fatto per la vendita di una cosa futura. In particolare, l’impresa aveva venduto ad una società di leasing un immobile in ristrutturazione percependo l’80% del valore di questo ed accendendo il contratto di leasing prima dell’ultimazione dei lavori.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10680 del 11.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il fisco può utilizzare contro il contribuente le conclusioni giuridiche (ad esempio fatture inesistenti, redditi in nero) raggiunte dalle fiamme gialle dopo l’ispezione e il vaglio degli indizi raccolti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10336 del 05.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che può essere rimborsata alla parte che vince la causa l’Iva anticipata al legale di fiducia. In particolare la Corte ha precisato che la sentenza di condanna della parte soccombente al pagamento delle spese processuali in favore della parte vittoriosa, liquidandone l’ammontare, costituisce titolo esecutivo, pur in difetto di un’espressa domanda e di una specifica pronuncia, anche per conseguire il rimborso dell’I.V.A. che la medesima parte vittoriosa assuma di aver versato al proprio difensore, in sede di rivalsa e secondo le prescrizioni dell’art.18 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, trattandosi si un onere accessorio che, in via generale, ai sensi dell’art.91, comma primo, cod. proc. civ., consegue al pagamento degli onorari al difensore. Tuttavia la deducibilità di tale imposta potrebbe eventualmente, rilevare solo in ambito esecutivo, con la conseguente possibilità per la parte soccombente, di esercitare la facoltà di contestare sul punto il titolo esecutivo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15528 del 02.07.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha stabilito che normali interventi di manutenzione degli uffici dell’amministrazione finanziaria, come la derattizzazione, non giustificano la proroga unilaterale sui termini previsti per l’accertamento e la riscossione in quanto sicuramente prevedibili. La Corte ha infatti precisato che l’art. 1 del decreto legge 21 giugno 1961, n. 498 (Norme per la sistemazione di talune situazioni dipendenti da mancato o irregolare funzionamento degli uffici finanziari), convertito, con modificazioni, dalla legge 28 luglio 1961, n. 770 nel testo sostituito dall’art. 1 della legge 25 ottobre 1985, n. 592 (Modifiche alle norme sulla proroga dei termini di prescrizione e di decadenza per il mancato o irregolare funzionamento degli uffici finanziari) e rimasto in vigore dal 5 novembre 1985 al 19 marzo 2001 – stabilisce che: qualora gli uffici finanziari non siano in grado di funzionare regolarmente a causa di eventi di carattere eccezionale, i termini di prescrizione e di decadenza nonché quelli di adempimento di obbligazioni e di formalità previsti dalle norme riguardanti le imposte e le tasse a favore dell’erario, scadenti durante il periodo di mancato o irregolare funzionamento, sono prorogati fino al decimo giorno successivo alla data in cui viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il decreto di cui all’art. 3 del medesimo decreto-legge. Questa formulazione prosegue la Corte dell’art. 1 del decreto-legge n. 498 del 1961 è stata successivamente modificata, a decorrere dal 20 marzo 2001, dall’art. 10, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 26 gennaio 2001, n. 32 (Disposizioni correttive di leggi tributarie vigenti, a norma dell’articolo 16 della legge 27 luglio 2000, n. 212, concernente lo statuto dei diritti del contribuente), apportando un’ulteriore chiarificazione, e cio che gli eventi di carattere eccezionale di cui al menzionato art. 1 del decreto-legge n. 498 del 1961, al fine di consentire l’emanazione del decreto di proroga dei termini, debbono essere non riconducibili a disfunzioni organizzative dell’amministrazione finanziaria.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15558 del 02.07.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha stabilito che è valido l’accertamento ICI su un’area divenuta edificabile con un piano regolatore generale anche se il Comune non ha mai avvisato il contribuente, prima dell’avviso fiscale, dell’approvazione dello strumento urbanistico. Secondo la Corte, infatti, la disposizione dell’art. 31 comma 20 della legge n. 289/2002, che impone ai comuni di dare comunicazione ai proprietari dell’attribuzione ad un terreno della natura di area fabbricabile, non è specificamente sanzionata, e la sua inosservanza non ha in alcun modo pregiudicato la difesa del contribuente in questa controversia. La spettanza delle agevolazioni di cui all’art. 9 del D. Lgs. 504/1992 non risulta abbia costituito motivo di ricorso e di appello avverso la sentenza di primo grado. Il ricorso, per il principio di autosufficienza, avrebbe quanto meno dovuto riportare i passi delle difese spiegate nei gradi di merito coi quali le agevolazioni erano state invocate.

Corte di Cassazione sentenza n. 16874 del 21.07.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha stabilito che gli accertamenti fiscali basati sulle verifiche dei conti bancari, prive di autorizzazione da parte del comandante della Guardia di finanza, sono comunque utilizzabili contro il contribuente, purchè non abbiano provocato un grave e concreto pregiudizio. La Corte ha chiarito che un avviso di accertamento fondato sulle risultanze delle movimentazioni bancarie acquisite dall’Ufficio (o dalla Guardia di Finanza) è illegittimo sol quando (a) dette movimentazioni siano state acquisite in materiale mancanza dell’autorizzazione prevista dall’art. 51, n. 7, DPR n. 633/72 e b) tale mancanza abbia prodotto un concreto pregiudizio per il contribuente. Infatti la Corte ha sottolineato che il principio (costituente corollario) già affermato da questa sezione (sentenza 15 giugno 2007 n. 14023), per il quale la norma detta subordina la legittimità delle indagini bancarie e delle relative risultanze all’esistenza dell’autorizzazione e non anche alla relativa esibizione all’interessato, nonché la precisazione (contenuta nella stessa decisione) per la quale eventuali illegittimità dell’ambito del procedimento amministrativo di accertamento diventano censurabili davanti al giudice tributario soltanto quando, traducendosi in un concreto pregiudizio per il contribuente, che nel caso non è stato dedotto, vengano ad inficiare il risultato finale del procedimento e, quindi, l’accertamento medesimo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17074 del 22.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che i gestori di distribuzione di carburanti sono tenuti al pagamento della tassa anche con riguardo agli spazi contigui all’impianto per le manovre e la viabilità Per la Corte l’occupazione del suolo, che legittima il prelievo fiscale, non deve essere segnata in toto dall’impronta di un manufatto, ma, è sufficiente la destinazione funzionale di un’area ad un uso privato. Infatti, in tema di tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche (Tosap), l’art. 48, comma sesto, del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, detta una regolamentazione puntuale dei regime fiscale applicabile ai distributori di carburante, in base alla quale, mentre la tassa annuale forfettaria si applica alle occupazioni tipizzate di spazi e aree da parte degli impianti, tutti gli ulteriori spazi e aree occupati sono assoggettati alla tassa ordinaria prevista dall’art. 44 del menzionato D.Lgs. n, 507 del 1993.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17365 del 24.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che la contabilità è tenuta in nero e parallela a quella ufficiale, costituisce elemento indiziario dotato dei requisiti di gravità precisione e concordanza richiesti dalla legge fino a quando il contribuente non provi il contrario. Basta il flop-disk infatti al Fisco come prova di una contabilità parallela a quella ufficiale. Con questo principio, la Corte di Cassazione risolve una questione in materia tributaria, su ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate, soccombente in secondo grado. L’Agenzia, infatti, aveva affermato che il giudice di merito, a torto, aveva ritenuto difettare i requisiti di gravità precisione e concordanza degli elementi utilizzati ai fini della rettifica – (nel caso di specie, la guardia di finanza aveva ritrovato un flop-disk contenente una contabilità parallela) – e trascurato di considerare i numerosi elementi di fatto evidenziati dall’Amministrazione in sede d’Appello, puntualmente indicati nel provvedimento impugnato e nel verbale della guardia di finanza. La Corte, richiamandosi alla giurisprudenza precedente in materia, ha affermato che il ritrovamento di una contabilità parallela a quella ufficialmente tenuta dalla società sottoposto a verifica fiscale, legittima di per sé a prescindere cioè alla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso al c.d. accertamento induttivo di cui all’art.39, 2 e 3 co, d.p.r. n. 600 del 1973. si tratta, infatti, di dati e notizie da cui possono essere desunte omissioni o false o inesatte indicazioni, atteso che fermi restano i limiti di efficacia delle scritture contabili delle imprese soggette e registrazione anche le altre proveniente dall’imprenditore possono operare come prova contra se. La Corte ha spiegato che mentre le presunzioni legali non necessitano della prova di un fatto sul quale possano fondarsi e giustificarsi, le presunzioni semplici, al contrario necessitano di una prova ma una volta che la presunzione semplice si sia tuttavia formata e sia stata rilevata (cioè una volta che del fatto sul quale si fonda si stata data o risulti la prova), essa ha la medesima efficacia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, in quanto l’una e l’altra trasferiscono a colui contro il quale esse depongono l’onere della prova contraria. Pertanto, la presunzione in assenza di prova contraria (quando, come nel caso, ammessa) impone al giudice di ritenere provato il fatto previsto, senza consentirgli la valutazione ai sensi dell’art.116 c.p.c. Il giudice di merito incontra il solo limite della probabilità gli avvenimenti infatti si devono basare su sull’id quod plerumque accidit, cioè quello che accade con più probabilità. Nel caso di specie, è accertata la contabilità anche mediante dati e notizie raccolti con le modalità stabilite dall’art.51 del medesimo d.p.r. – (n.600/1973) – ovvero con ricorso a presunzioni semplici, a confronto delle quali l’Ufficio non è tenuto a offrire altre prove concrete, ma è il contribuente tenuto ad offrire la prova contraria .

Corte di Cassazione, sentenza n. 15426 del 01.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’agevolazione “prima casa” spetta sull’intero valore della compravendita qualora gli acquirenti siano coniugi in regime di comunione legale dei beni, anche se uno di essi sia sprovvisto dei requisiti richiesti dalla legge per avvalersi di questo beneficio fiscale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17533 del 28.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che basta investire 2500 euro in beni strumentali per pagare l’Irap. In caso contrario il professionista, continua la Corte, deve dare prove certe dell’assenza dell’autonoma organizzazione. L’autonoma organizzazione in requisito che non può essere escluso allorchè l’attività del professionista presenti un contesto organizzativo esterno anche minimo, derivante dall’impiego di capitali e di lavoro altrui, che potenzi l’attività intellettuale del singolo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17194 del 23.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non è prevista nessuna sanzione per la cartella di pagamento notificata senza busta chiusa. I cittadini possono chiedere al giudice tributario il risarcimento per violazione della privacy. Al più affermato la Suprema Corte, possono tentare la strada del risarcimento facendo un’altra causa al fisco, davanti al giudice ordinario.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17200 del 23.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che la Mercedes non giustifica l’accertamento sintetico da parte del fisco. Infatti, essere proprietari di un’auto di grossa cilindrata non è da solo, un indice di maggior reddito. Con tale statuizione la Corte ha dato ragione ad un contribuente che si era difeso sostenendo che la vettura era stata comprata con i suoi risparmi e con gli aiuti della famiglia. In più l’uomo aveva contestato all’amministrazione finanziaria che i suoi redditi non erano stati incongruenti con gli studi di settore, almeno il biennio richiesto dalle norme.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16855 del 20.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che deve pagare l’Irap il notaio che per svolgere pubbliche funzioni attribuitegli dalla legge, si serve dell’aiuto del personale. Secondo la ricostruzione che fa la Corte, il notaio aveva impugnato il silenzio rifiuto dell’amministrazione in merito al rimborso dell’Irap dell’anno 1984. L’impugnazione si basava sull’eccezione dell’inesistenza di una attività autonomamente organizzata è tale da far sorgere l’obbligo di versamento dell’Irap. In primo grado, la commissione tributaria di Napoli, aveva accolto la richiesta del notaio adducendo la prevalenza dell’apporto professionale rispetto agli elementi organizzativi dell’attività. Invece, la commissione tributaria regionale della Campania, facendo riferimento alla costante giurisprudenza della Cassazione, ha rigettato la richiesta del notaio affermando che è integrativo del presupposto dell’Irap il lavoro dipendente da parte del professionista come pure l’utilizzazione di beni strumentali. Su ricorso proposto dal notaio, la Corte, ha quindi stabilito che è ai fini della imposizione IRAP, l’esercizio per professione abituale, ancorchè con esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall’impresa commerciale costituisce, secondo l’interpretazione costituzionalmente orientata della Corte costituzionale con la sentenza n.156 del 2001, presupposto dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività autonomamente organizzata. Il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità che congruamente motivato, ricorre quando il contribuente che eserciti attività di lavoro autonomi a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organzizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità d interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti le quantità che, secondo, l’id quod plerumque accidit, costituiscono nell’attualità il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività anche in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16838 del 20.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che sono legittime le sanzioni amministrative motivate su un parere della pubblica amministrazione che, a sua volta, si fonda su un accertamento. In materia valutaria, anche se la sanzione è irrogata dal fisco, al destinatario non spettano le garanzie previste dallo Statuto del contribuente. Con tale decisione la Suprema Corte è stata chiamata a decidere su un decreto ingiuntivo emesso dal Ministero delle finanze e motivato per relationem al parere di una commissione che, a sua volta, era motivata per relationem al verbale di accertamento.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16238 del 10.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che è legittima la rettifica Iva anche se l’imprenditore è stato assolto in sede penale dalle accuse di fatture false. Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso del fisco e ribaltato la decisione di merito.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15528 del 02.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che solo casi eccezionali giustificano proroghe unilaterali del fisco sui termini previsti per l’accertamento e la riscossione. Normali interventi di manutenzione degli uffici dell’amministrazione finanziaria, come la derattizzazione, non giustificano tale proroga in quanto sicuramente prevedibili.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15717 del 03.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che “Il giudizio dinanzi la Commissione tributaria regionale assume le caratteristiche generali del mezzo di gravame, ossia del mezzo di impugnazione a carattere sostitutivo, con la conseguente necessità per i giudici di decidere nel merito le questioni proposte, e pertanto in caso di accoglimento dell’appello, alla riconosciuta fondatezza dei rilievi del contribuente relativi all’imponibile non deve seguire una pronuncia di illegittimità e quindi di annullamento) dell’atto impugnato, ma un giudizio di merito sull’ammontare delle imposte dovute dal contribuente in luogo di quelle accertate dall’ufficio, richiedendosi la pronuncia costitutiva di annullamento solo nelle ipotesi di vizi formali dell’accertamento o di atti pregressi su cui esso si fondi.” A parere della Corte il giudice tributario non puo annullare l’avviso di accertamento, ma è nelle sue facoltà una volta verificata la legittimità del ricorso al metodo di accertamento induttivo, controllare l’operato della P.A. e verificare se gli effetti che l’ufficio ha ritenuto di desumere, dai fatti utilizzati come indizi, siano o meno compatibili con il criterio della normalità. Qualora vengano riscontrate incongruenze e contrasti con i criteri di ragionevolezza, il giudizio della commissione territoriale può dunque pervenire a conclusioni diverse e quindi alla determinazione di un reddito presuntivo inferiore a quello indicato dall’amministrazione finanziaria.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13512 del 11.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che “In caso di trasferimento a causa di morte della proprieta’ di azioni non quotate in borsa ne trattate al mercato ristretto, il valore venale e’ determinato avendo riguardo alla situazione patrimoniale della societa’, quale risulta dal bilancio, i cui dati possono essere peraltro adeguati dall’Ufficio al loro valore effettivo, attesa la discordanza tra i criteri civilistici, ispirati a considerazioni di carattere prudenziale di iscrizione delle singole poste contabili all’attivo o al passivo del bilancio sociale, ed il valore economico reale, attualizzato, delle poste stesse, per il quale occorre tenere conto anche della rivalutazione degli immobili e degli impianti, nonche’ dell’avviamento”. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di due contribuenti avverso la decisione del giudice di Appello che aveva legittimato la rettifica della denuncia di successione, a seguito della stima di rivalutazione degli immobili e degli impianti della società di cui esse detenevano, proprio in virtù della successione, una quota di azioni non quotate in borsa ne trattate al mercato ristretto. Sul punto la Cassazione osserva come, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 637, articolo 22, l’amministrazione finanziaria, correttamente, può procedere all’accertamento sulla scorta dei nuovi valori di mercato degli immobili, all’epoca dell’apertura della successione, senza attenersi soltanto ai dati emergenti dal bilancio approvato, in cui è indicato soltanto il valore storico.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16220 del 10.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che paga l’Irap il professionista che si avvale soltanto dell’aiuto di una segretaria. Con tale decisioni la Corte abbassa ancora la soglia degli elementi dell’autonoma organizzazione, al di sotto della quale non viene pagata l’imposta, a prescindere dal fatto che i ricavi dello studio dipendano esclusivamente dall’attività del professionista.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15172 del 26.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che con le indagini sul conto in banca del manager il fisco può inchiodare la società infatti legittimo l’accertamento basato su versamento ingiustificati sul conto dell’amministratore di una società/font>

Corte di Cassazione sentenza n. 15424 del 01.07.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha stabilito che non è possibile applicare il fermo amministrativo sui beni del contribuente in favore del quale è in atto la procedura di rimborso Iva anche se la guardia di finanza ha stimato che il debito con l’erario supera il credito. La Suprema Corte ha infatti ricordato che è questa Corte ha, invero, reiteratamente affermato che, in tema di rimborsi iva, l’art. 38-bis d.p.r. 633/1972 prevedendo, accanto alla sospensione dell’esecuzione dei rimborsi in presenza di contestazioni penali, un articolato sistema di garanzie teso a tutelare l’interesse dell’Erario all’eventuale recupero di quanto dovesse risultare indebitamente percepito dal contribuente introduce una specifica garanzia a favore dell’Amministrazione e preclude, pertanto, l’applicazione a detti rimborsi dell’istituto del fermo amministrativo, previsto dall’art. 69 r.d. 2440/1923.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15143 del 26.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che è valida la cartella di pagamento senza l’indicazione del termine entro il quale il contribuente può porsi. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di una piccola società la quale era stata notificata una cartella di pagamento Tarsu priva delle modalità dei termini per l’opposizione. Per risolvere la questione la sezione tributaria della Suprema Corte ha attinto a due principi generali degli atti amministrativi applicandoli espressamente al contenzioso tributario e sancendone la validità anche dopo l’entrata in vigore dello Statuto del contribuente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15110 del 26.06.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha stabilito che non paga l’Irap l’avvocato o il professionista che lavora da casa. La Corte ha infatti precisato che a norma del combinato disposto degli artt. 2, primo periodo, e 3 comma lett. c) del D.Lgs. 15.12.1997 n. 446, l’esercizio delle attività di lavoro autonomo è escluso dall’applicazione dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) solo qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata; il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità di interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui. Nel caso di specie la Corte ha osservato che considerato che, per l’effetto, va cassata l’impugnata decisione e che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, – incontestata la circostanza che il professionista svolgeva l’attività nella propria abitazione, utilizzando una libreria, il fax ed un apparecchio per videoscrittura dovendo escludersi che tali elementi siano idonei e configurare i presupposti impositivi, desumibili dai richiamati principi, può essere decisa nel merito, con l’accoglimento dell’originario ricorso e della domanda di rimborso del contribuente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14693 del 23.06.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha statuito che deve versare l’Irap anche l’avvocato che ha un solo dipendente part-time e ciò nonostante il modesto impiego di beni strumentali, di esiguo valore. La Corte ha infatti evidenziato che la giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte afferma che il requisito dell’autonoma organizzazione ricorre quando il contribuente che eserciti attività di lavoro autonomo: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità d’interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti le qualità che secondo l’id quod plerumque accidit costituiscono nell’attualità il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività anche in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto Tributario.

Cassazione civile sez. trib. sentenza 15/07/2015 n.14787

I parametri o gli studi di settore previsti dall’art. 62-sexies d.l. 331/93, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, ex artt. 39, primo comma, lett. d), del d.P.R. n. 600/73 e 54, comma secondo, D.P.R. 633/72, sicché, fermo restando che il relativo procedimento presuppone l’attivazione del contraddittorio con il contribuente, l’ufficio non è tenuto ad assolvere nessun ulteriore onere probatorio per dimostrare la legittimità della propria pretesa.

Cassazione civile sez. VI sentenza 13/07/2015 n.14547

IN FATTO E IN DIRITTO
L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, contro la sentenza resa dalla CTR Sicilia sez. Catania n.23/18/13, depositata il 29.1.2013. Il giudice di appello, rigettando l’impugnazione dell’Agenzia, confermava la decisione di primo grado che aveva dichiarato l’estinzione del giudizio promosso da F.M. avverso l’avviso di accertamento relativo a Irpef 2002 in relazione all’intervenuta conciliazione innanzi al giudice di primo grado. Rilevava, in particolare, che ai fini dell’estinzione del giudizio prevista dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 48, pur riscontrandosi un diverso orientamento giurisprudenziale di questa Corte che dava rilievo al versamento delle somme concordate, era sufficiente fare riferimento al verbale di conciliazione che, in caso di inadempimento, costituiva titolo per l’iscrizione a ruolo.
L’Agenzia delle entrate deduce la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 48, richiamando a sostegno della censura la giurisprudenza di questa Corte a sostegno della necessità che l’estinzione del giudizio sia agganciata alla verifica del pagamento delle somme concordate in sede di conciliazione.
Nessuna difesa ha depositato la parte contribuente.
Il motivo di ricorso è manifestamente fondato.
La causa può essere decisa sulla base del seguente principio, espresso ripetutamente da questa Corte e dal quale non vi è motivo di discostarsi: Gli atti dichiarativi delle varie specie di conciliazione previste nel giudizio tributario dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 48, non determinano di per sè la cessazione della materia del contendere, producendosi tale effetto solo quando, con il versamento della somma concordata, gli stessi siano divenuti efficaci e perfetti. Pertanto, nella conciliazione cosiddetta “breve postfissazione” – in cui, ai sensi del comma 5, la proposta è depositata dopo la fissazione dell’udienza e prima della trattazione in camera di consiglio – la Commissione Tributaria Provinciale, nel silenzio della norma, deve rinviare l’udienza di trattazione della causa ad una data successiva alla scadenza del termine concesso per il versamento, decorrente dalla comunicazione dell’ordinanza di rinvio dell’udienza di trattazione, in applicazione analogica della disciplina dettata dal comma 1, per la conciliazione cosiddetta “breve prefissazione”, in cui la proposta è depositata prima della fissazione dell’udienza di trattazione; in mancanza di tale rinvio e del versamento, la sentenza dichiarativa dell’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere è appellabile dall’Ufficio, che non può essere costretto all’esecuzione di una conciliazione inesistente, nè privato della sua legittima pretesa di far valere l’interesse ad una pronuncia del giudice di merito sul rapporto giuridico controverso. – cfr. Cass. n. 3560/2009, Cass. n. 9219/2011; Cass. n. 11722/2011. Cass. n. 25931/2011; Cass. n. 5593/2013-.
Allo stesso principio il giudice di appello non si è conformato, ritenendo che ai fini dell’estinzione del giudizio fosse sufficiente il verbale di conciliazione.
Sulla base di tali considerazioni, il ricorso va accolto e la sentenza cassata con rinvio ad altra sezione della CTR della Sicilia sez. Catania anche per la liquidazione delle spese dell’intero giudizio.
PQM
P.Q.M.
La Corte, visti gli artt. 375 e 380 bis c.p.c..
Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della CTR della Sicilia, sez. Catania, anche per la liquidazione delle spese dell’intero giudizio.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta Civile, il 21 maggio 2015.
Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2015

Cassazione civile sez. VI sentenza 07/05/2015 n.9014

Relativamente all’art. 3 d.p.r. n.277 del 2000, reso in attuazione dell’ art. 8 della legge n. 448 del 1998, recante disciplina dell’agevolazione fiscale a favore degli esercenti le attività di trasporto merci nell’ambito dei benefici previsti per l’utilizzo di gasolio per autotrazione, la nozione di anno solare si riferisce al periodo compreso tra il 1 gennaio e il 31 dicembre.

Cassazione civile sez. trib. 22/04/2015 n.8210

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Nella controversia avente ad oggetto l’impugnazione di avvisi di accertamento con i quali l’Agenzia delle Entrate aveva determinato un maggior reddito imponibile della Cofermetal s.p.a., per gli anni dal 2002 al 2004, riprendendo a tassazione i costi relativi a materie prime acquistate in Paesi a fiscalità privilegiata (Libano, Svizzera e Corea del Sud) e ritenuti indeducibili perchè non indicati separatamente in dichiarazione, la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, con la sentenza indicata in epigrafe ed in riforma delle sentenze di primo grado che avevano rigettato i ricorsi proposti dalla contribuente, ha annullato gli avvisi impugnati, applicando la sanzione prevista dal D.Lgs. n. 417 del 1997, art. 8, comma 1.
In particolare, il Giudice di appello ha ritenuto che le operazioni commerciali fossero state effettivamente eseguite, ma, ancor prima, ha rilevato che l’Ufficio, violando l’art. 76, comma 7 ter, del T.U.I.R. (vigente ratione temporis) aveva omesso, antecedentemente all’emissione degli atti impugnati, di notificare alla contribuente l’apposito avviso con il quale viene concesso un termine per fornire la prova che le imprese estere svolgano principalmente un’attività industriale o commerciale effettiva nel mercato del Paese nel quale hanno sede.
La Commissione Tributaria Regionale lombarda, dato atto che l’indeducibilità dei costi era stata soppressa dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 301, ha, poi, ritenuto che la mancata separata indicazione degli stessi in dichiarazione costituisse una mera irregolarità formale con possibilità, quindi, per il contribuente di correzione attraverso la presentazione di dichiarazione integrativa ai sensi del D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2, comma 8, ed applicazione della sola sanzione prevista dal D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 8, comma 1.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi, l’Agenzia delle Entrate.
La Società ha resistito con controricorso e memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo si deduce la violazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 110, comma 11, per avere la C.T.R. ritenuta violata tale norma in quanto l’Ufficio non aveva, preventivamente all’emissione degli avvisi di accertamento, notificato al contribuente l’avviso atto a consentire l’offerta di prova in ordine all’effettività delle operazioni.
1.1. Il motivo è fondato. All’epoca in cui vennero emessi gli avvisi di accertamento impugnati, l’art. 110 del TUIR (nel testo vigente ratione temporis) prevedeva due concorrenti condizioni affinchè il contribuente potesse portare in deduzione i costi rinvenienti da operazioni commerciali intrattenute con imprese aventi sede nei Paesi a fiscalità privilegiata: non la sola effettività e concreta esecuzione di dette operazioni ma anche che i costi fossero stati indicati separatamente in dichiarazione. Nella specie, l’Ufficio ebbe a constatare solo detto ultimo inadempimento, sufficiente, all’epoca, da solo a rendere i costi indeducibili, con la conseguenza che l’emissione della comunicazione al contribuente della possibilità di fornire le sue prove era, a quella data e nel particolare caso, superflua. Ne consegue l’irrilevanza, nel caso in esame, della questione, sollevata dalla contro ricorrente relativa ad un’asserita violazione del principio del contraddittorio, alla luce dei principi fissati dalle SS.UU. di questa Corte con la sentenza n. 19667/14.
2. Con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione ad opera della C.T.R. della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 302 e 303, del D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2, comma 8, e del D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 8, comma 3 bis. Secondo la ricorrente, contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice di appello, la dichiarazione integrativa presentata dalla contribuente, successivamente alle date dei processi verbali di constatazione, non poteva fare venire meno l’applicabilità della diversa e più grave, rispetto a quella applicata dalla CTR, sanzione di cui al comma tre bis del citato art.8, come espressamente prevista anche per le operazioni pregresse, dall’art. 1, comma 303, della legge finanziaria 2007.
2.1. Il motivo è fondato. Va, invero, data continuità all’orientamento già espresso in materia da questa Corte (Cass. n.ri 5398/2012; 1158/2014; 20081/2014) secondo cui dopo la contestazione della violazione è preclusa ogni possibilità di regolarizzazione, essendo indubbio che ove ciò fosse possibile, la correzione stessa cesserebbe di essere un rimedio accordato dal legislatore per ovviare ad un errore del contribuente per trasformarsi in mezzo elusivo delle sanzioni predisposte dal legislatore per l’inosservanza delle disposizioni relative alla compilazione della dichiarazione dei redditi. E ciò, a maggior ragione, laddove di consideri che nel caso in specie, fa separata indicazione in dichiarazione, in quanto preordinata ai controlli, non integra, come invece ritenuto dal Giudice di merito, mera irregolarità formale.
Ritenuta, pertanto, l’invalidità delle dichiarazioni integrative presentate dalla contribuente e, preso atto che nella specie non risulta censurata l’applicabilità dello ius superveniens costituito dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 301, in punto di deducibilità dei costi rinvenienti da operazioni poste in essere con imprese aventi sede in Paesi a fiscalità privilegiata, anche se non separatamente indicati in dichiarazione, alle operazioni pregresse ne consegue l’errore in cui è incorsa la Commissione tributaria lombarda nell’applicare la più lieve sanzione di cui al D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 8, comma 1, laddove l’art. 1, comma 303, della legge citata è chiaro nel disporre l’applicazione, alle operazioni pregresse, del nuovo regime sanzionatorio introdotto dal precedente comma 302 ovvero la sanzione di cui all’art. 8, comma 3 bis, D.Lgs. citato.
3. Con il terzo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione di legge, la ricorrente rileva l’errore in cui sarebbe incorsa la C.T.R. nell’annui lare integralmente gli avvisi di accertamento e ritenere, quindi, implicitamente deducibili i costi laddove lo ius superveniens subordina tale deducibilità pur sempre alla prova che l’impresa estera svolga prevalentemente un’attività commerciale effettiva, ovvero che le operazioni poste in essere rispondano ad un effettivo interesse economico e che le stesse abbiano avuto concreta esecuzione, laddove l’Ufficio aveva sempre contestato la sussistenza di tali presupposti nel caso in esame. Al contrario, secondo la prospettazione difensiva, la C.T.R. si era limitata a ritenere che le operazioni erano effettive, laddove solo tale presupposto non era sufficiente dovendosi fornire, altresì, la prova anche di un contestuale interesse economico ovvero le imprese estere svolgessero una prevalente attività commerciale.
4. Con il quarto motivo si deduce la medesima violazione di legge per avere il Giudice di appello ritenuto che le bolle doganali e le relative fatture costituissero prova sufficiente dell’effettività dello svolgimento delle operazioni laddove l’Ufficio aveva contestato che per dimostrare la concreta esecuzione delle operazioni la documentazione contabile non era sufficiente dovendosi fornire la prova che le materie prime acquistate fossero state concretamente utilizzate dalla contribuente nel processo produttivo.
5. Infine, con il quinto motivo si denunzia la sentenza impugnata di insufficiente motivazione per non avere la C.T.R. chiarito le ragioni per le quali i documenti offerti (fatture e bolle doganali) fornivano la prova dell’effettività delle operazioni laddove l’Ufficio aveva contestato tale rilevanza sulla base dell’argomentazione già illustrata nell’esame del precedente mezzo.
6. I mezzi, trattati congiuntamente siccome involgenti sotto diversi profili la medesima questione (ovvero la sussistenza delle condizioni richieste dall’art. 110, comma 11 TUIR), vanno incontro alla sanzione di inammissibilità.
Dal contenuto degli atti impositivi impugnati (come riportati da entrambe le parti) e dall’accertamento compiuto sul punto dalla sentenza impugnata, emerge che con gli avvisi di accertamento l’Ufficio ebbe a contestare, quale causa di indeducibilità dei costi, solo la mancata separata indicazione delle operazioni di importazione, non sollevando alcun rilievo in ordine alla loro effettività ovvero concreta esecuzione.
6.1. Ora, la particolare natura impugnatoria del giudizio tributario fa sì che il relativo ambito rimanga circoscritto al contenuto dell’atto impugnato e delimitato dai motivi di impugnazione, laddove con i mezzi di ricorso, rassegnati da ultimi, si introduce un’inammissibile ampliamento del thema decidendum.
7. In conclusione, alla luce delle considerazioni sin qui svolte, in accoglimento del primo e del secondo motivo, inammissibili i restanti, la sentenza impugnata va cassata e va disposto il rinvio a diversa Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia affinchè, alla luce degli esposti principi, riesamini la vicenda processuale in punto di sanzioni e liquidi le spese del grado.
PQM
P.Q.M.
La Corte, in accoglimento del primo e del secondo motivo di ricorso, inammissibili gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese processuali, a diversa Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia.
Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2015.
Depositato in Cancelleria il 22 aprile 2015

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