Mano sotto alla maglietta di un minorenne: violenza sessuale

  • Post author:

Il caso

In un bar un uomo aveva messo la mano sotto la maglietta di un ragazzo minorenne. Prontamente il minore si era allontanato dal locale e aveva chiamato prima il padre e poi un amico che gli riferiva “di aver vissuto la stessa esperienza” ma di aver taciuto “per paura di essere frainteso e di ferire l’imputato”.

Ritenuto colpevole di violenze sessuali ai danni dei due minori la sua pena viene fissata in Appello a sei mesi di reclusione.

Il legale dell’uomo propone ricorso per cassazione lamentando il mancato “accertamento della responsabilità penale” e l’assenza di giudizio sull’ “attendibilità delle dichiarazioni” rilasciate dai due minori.

Secondo il difensore è stato “enfatizzato un gesto innocente e protettivo, quale l’abbassare la maglietta ai ragazzi che erano seduti al bar dinanzi all’uomo”.

Molto diversa la versione del minore il quale dichiarava alle Forze dell’Ordine che “nel bar dove erano seduti a vedere la partita l’imputato gli aveva messo la mano sotto la maglietta, toccandogli la schiena e scendendo quasi negli slip. Si era dunque allontanato dal locale ed aveva chiamato il padre. Subito dopo aveva parlato del fatto con un amico che gli aveva riferito di aver vissuto la medesima esperienza.”

Per i Giudici il racconto dei minorenni era “semplice, asciutto, essenziale, non inquinato, ma coerente”. Nessun dubbio sulla loro attendibilità anche grazie all’ attenta valutazione della loro maturità psichica “in relazione alla capacità di recepire le informazioni, di raccordarle ed esprimerle in una visione complessiva”.

Non è possibile pensare che nei ragazzi non ci fosse la “consapevolezza della natura sessuale dei toccamenti” visto anche il percepibile imbarazzo che li ha spinti a reagire.

Il racconto “liberatorio” dei ragazzi non è stato del tutto contestato dal ricorrente. Ciò che l’uomo negava era la connotazione libidinosa attribuita alla sua condotta. Tra i testi a difesa che non erano stati tenuti in conto infatti vi erano anche delle dichiarazioni di sacerdoti della parrocchia che “escludevano che avesse commesso atti e/o abusi sessuali”.

La Suprema Corte ricorda che in tema di violenza sessuale, per la consumazione del reato, “è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene)” ed è “indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che quest’ultimo consegua la soddisfazione erotica”.

Con la sentenza n. 2246/21 del 20 gennaio la Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata limitatamente alla riconoscibilità delle circostanze attenuanti generiche.