Dipendente licenziata per accessi non giustificati al protocollo informatico comunale

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Il caso

Una dipendente comunale è stata licenziata per aver effettuato “dal 1 gennaio al 14 maggio 2014, 2138 accessi al protocollo informatico dell’ufficio non giustificati da ragioni d’ufficio, in quanto finalizzati a conoscere atti che non rientravano in quelli di competenza del settore di assegnazione della lavoratrice”.

Il Tribunale di Oristano riteneva la sanzione “non proporzionata all’illecito” giacché la donna aveva usato le sue credenziali per effettuare gli accessi senza aver divulgato poi dati riservati e senza aver recato alcun danno all’amministrazione.

La Corte d’Appello di Cagliari “ha ritenuto provato l’accesso abusivo ad opera della dipendente al protocollo generale informatico del comune e, considerato altresì il rinvio a giudizio della lavoratrice per i medesimi fatti nonché i precedenti disciplinari specifici, ha ritenuto adeguata la sanzione del licenziamento“.

La lavoratrice, avverso tale sentenza, proponeva ricorso per cassazione chiedendo un ridimensionamento della pena.

I giudici di secondo grado sostengono che “il vincolo fiduciario è stato violato – pur in assenza di danno patrimoniale per il Comune – in considerazione del gran numero di accessi operati dalla lavoratrice, della loro estraneità ai suoi compiti e dell’utilizzo improprio del tempo lavorativo”.

La Suprema Corte conferma la valutazione della Corte d’Appello ritenendo la sanzione proporzionata all’illecito commesso dalla dipendente.

Secondo i Giudici è importante ricordare che “in tema di licenziamento per giustificato motivo soggettivo, si è da tempo affermato che spetta unicamente al giudice del merito accertare se i fatti addebitati al lavoratore rivestano il carattere di negazione degli elementi fondamentali del rapporto ed in specie di quello fiduciario e siano tali da meritare il recesso con preavviso e, nella specie, la Corte territoriale ha indicato le ragioni per le quali la condotta della lavoratrice, tenuta in violazione dei doveri propri del dipendente pubblico, era da ritenere di gravità tale da giustificare il recesso con preavviso”.

Con la sentenza n. 3819/21 del 15 febbraio la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.