Sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio: no al riconoscimento nei casi di convivenza prolungata

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La Corte di Cassazione con la sentenza n. 1621 del 28/01/2015 è recentemente tornata sulla questione dei limiti alla delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale nei casi di convivenza prolungata fra gli sposi. Gli Ermellini ribadiscono infatti il principio secondo cui, per ragioni di ordine pubblico interno, la convivenza ultratriennale dalla data di celebrazione delle nozze opera come elemento ostativo al riconoscimento della nullità canonica del vincolo di coniugio.

Nel caso specifico, il marito dopo aver ottenuto sentenza rotale dichiarativa di nullità del matrimonio, conveniva la moglie dinanzi la Corte d’Appello di Perugia per assistere alla pronuncia della sentenza italiana di delibazione. I giudici perugini hanno negato la possibilità di trasporre in sede civile gli effetti della pronuncia del Tribunale Ecclesiale. La Cassazione non ha potuto fare altro che confermare la sentenza di merito.

Come si evince dalle motivazioni della decisione di terzo grado, i fattori impeditivi all’annullamento del vincolo sono stati:

-la convivenza di lunga data, tale da lasciar immaginare una “acquiescenza” alla prosecuzione del rapporto e una volontà di sanare il vizio originario che lo affliggeva;

– la circostanza che la controparte fosse tutt’altro che favorevole alla richiesta di delibazione (tanto che presentava controricorso presso la Corte di Cassazione) e, a suo dire, anche inconsapevole della riserva mentale (il “vizio”) del marito al momento della celebrazione delle nozze.

La ratio della non annullabilità automatica dei matrimoni caratterizzati da una stabile e prolungata vita in comune – magari coronata dalla nascita di uno o più figli – è da ricercarsi sia nella volontà del legislatore di dare certezza e stabilità al matrimonio, sia nell’esigenza di garantire la parte debole, in questo caso la moglie. La donna infatti vedrebbe fortemente affievolita la propria tutela per effetto di una pronuncia civile di annullamento rispetto a quanto accadrebbe invece con una sentenza di separazione e/o di divorzio: gli artt. 129 – 129bis c.c. riconoscono infatti solo un limitatissimo trattamento economico al coniuge meno abbiente ad esito dell’annullamento.

Comparando  brevemente tale pronuncia con quella di cui alla sentenza 27/01/2015 n.1495, decisivo di analoga questione, ma in senso opposto, si nota come il principio del “limite dei 3 anni”  resti confermato, e anzi ribadito dai supremi giudici, in entrambi i giudizi. La differenza essenziale fra i due casi risiede nel fatto che nell’uno vi era una domanda di delibazione unilaterale (peraltro proveniente dalla parte “forte” del rapporto), mentre nell’altro era pacifica l’intenzione comune dei due coniugi i quali avevano presentato un ricorso congiunto.