Il caso in questione ha aperto a interrogativi riguardo ai diritti individuali degli insegnanti e alla loro responsabilità nel rappresentare un modello morale per gli studenti. Mentre altre professioni sembrano avere maggiore libertà nel gestire la propria immagine online, gli educatori continuano a essere sottoposti a un controllo più rigido. Inoltre, le stesse madri dei bambini seguiti dall’educatrice in questione hanno preso le sue parti, schierandosi in sua difesa: trenta di loro hanno firmato una lettera destinata al parroco di riferimento dell’asilo parrocchiale, nella quale chiedevano che l’educatrice non fosse licenziata, posto che i bambini le vogliono bene.
L’unica norma riferibile agli obblighi di condotta per i dipendenti pubblici è il D.P.R. n. 62/2013, il quale impone loro di tenere comportamenti decorosi che non danneggino l’immagine della Pubblica Amministrazione. Ciò vale anche al di fuori dell’orario lavorativo. Tuttavia, la situazione si complica quando si tratta di piattaforme digitali come OnlyFans, il cui utilizzo può rientrare nell’esercizio della libertà individuale.
La causa per cui il legislatore trova difficoltà nell’elaborazione di norme specifiche applicabili a questa fattispecie va rinvenuta nel particolare inquadramento giuridico della piattaforma Onlyfans. Infatti, si dibatte sulla natura dei contenuti ivi presenti e ci si chiede se essi siano semplicemente dei contenuti erotici, oppure se siano associabili alla prostituzione. Ricordiamo che il reato di prostituzione in sé, in Italia, non esiste: ciò che è reato è lo sfruttamento della prostituzione, a seguito della legge Merlin, ossia la n. 75/1958.
Il caso di Treviso è solo uno dei vari episodi che coinvolge gli insegnanti e la loro condivisione personale sui social media. Basti pensare a quanto accaduto al docente e scrittore Christian Raimo, che nel 2024 aveva criticato il Ministro Valditara in un post su Facebook a seguito della cui pubblicazione ricevette un provvedimento disciplinare. Altri casi sono quelli relativi all’uso di Whatsapp tra docenti e studenti, che spesso viene considerato “inappropriato”.
