Il Comune risponde delle barriere architettoniche negli uffici municipali

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Subisce una discriminazione indiretta l’invalido al quale sia impedito l’accesso agli uffici comunali per la presenza di barriere architettoniche. Questo è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza 15 febbraio 2020, n. 369, con la quale è stato condannato il Comune al risarcimento del danno per la mancata rimozione di barriere architettoniche. La ricorrente, infatti, affetta da disabilità, non poteva entrare negli uffici municipali e alla sala consiliare, a causa di barriere ostative che le impedivano l’accesso.

Più nel dettaglio, in primo grado, la domanda attorea veniva rigettata. L’ente comunale si difendeva sostenendo di aver provveduto ad installare un monta-scale nell’attesa della costruzione di un ascensore ad hoc. Inoltre, aveva spostato le riunioni consiliari nella palestra della scuola, al fine di agevolare la partecipazione della consigliera.

La donna presentava allora appello ed in sede di gravame veniva ribaltata la sentenza del giudice di prime cure: infatti, il Collegio riteneva sussistente la discriminazione indiretta (ex art. 2, c. 3, Legge n. 67/2006) e condannava l’amministrazione al pagamento del risarcimento dei danni, liquidati in 15 mila euro. Si giungeva così in Cassazione.

La Corte di Cassazione ha ribadito il proprio orientamento in materia, affermando la natura cogente delle norme che prescrivono l’obbligo di rimozione delle barriere architettoniche e del diritto all’accessibilità per le persone con disabilità. 

Si tratta infatti di norme non meramente programmatiche, bensì immediatamente precettive, le quali consentono alla persona disabile di ricorrere alla tutela antidiscriminatoria, nel caso in cui riscontri limiti o impedimenti all’accessibilità. Tale diritto è azionabile anche in assenza di una norma regolamentare che qualifichi un determinato stato dei luoghi come barriera architettonica (Cass. 18762/2016). 

A ciò deve aggiungersi che secondo un’interpretazione conforme a Costituzione, come sottolinea la stessa giurisprudenza costituzionale, l’accessibilità “è divenuta una “qualitas” essenziale” perfino “degli edifici privati di nuova costruzione ad uso di civile abitazione, quale conseguenza dell’affermarsi, nella coscienza sociale, del dovere collettivo di rimuovere, preventivamente, ogni possibile ostacolo alla esplicazione dei diritti fondamentali delle persone affette da handicap fisici” (così, Corte Cost., sent. n. 167 del 1999; nello stesso senso, Corte Cost. sent. n. 251 del 2008). 

Per queste ragioni, i giudici di legittimità hanno confermato la condanna al risarcimento del danno inflitta al Comune, per tutto il periodo in cui la donna non ha potuto accedere agli uffici, ossia per il tempo in cui si è protratta la colpevole inerzia dell’ente. Il ricorso è stato quindi respinto ed il Comune condannato al pagamento delle spese.