Chi si siede o si sdraia sull’asfalto per ostacolare il transito, anche in modo pacifico e solitario, ora commette un vero e proprio reato. La pena può arrivare fino a 30 giorni di carcere o, in alternativa, consistere in una sanzione pecuniaria fino a 300 euro. Se a compiere l’azione sono più persone, la sanzione diventa molto più pesante: si rischiano fino a due anni di reclusione.
Fino all’entrata in vigore del decreto, simili gesti di protesta erano classificati come illeciti amministrativi, con multe comprese tra 1.000 e 4.000 euro, ma senza conseguenze penali. Si trattava di sanzioni previste dal “Decreto Sicurezza” del 2018 (il c.d. “Decreto Salvini”). Episodi come quelli messi in atto dagli attivisti ambientali di “Ultima Generazione” erano frequenti, ma non comportavano arresti.
L’introduzione di sanzioni penali per chi blocca una strada, anche in modo pacifico, solleva interrogativi rilevanti sul piano costituzionale. In Italia, il diritto di manifestare pacificamente è tutelato dall’art. 17 Cost., che stabilisce:
“I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.”
La nuova norma sanziona con pena detentiva fino a 30 giorni anche la resistenza passiva non violenta, come sedersi su una carreggiata in segno di protesta. Se a farlo sono più persone, la pena può salire fino a due anni di reclusione. Tali pene rappresentano una svolta punitiva significativa, soprattutto in confronto alla disciplina precedente, che prevedeva sanzioni esclusivamente amministrative.
Il rischio risiede in una potenziale violazione del principio di proporzionalità. Introdurre pene detentive per condotte non violente, che in passato non erano nemmeno classificate come reati, potrebbe eccedere l’obiettivo di tutela dell’ordine pubblico.
