Agenzia delle Entrate, ora rischi di pagare più tasse se usi la stessa P.IVA per più attività diverse

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I controlli possono riguardare la corretta indicazione dei codici ATECO, la coerenza tra l’attività dichiarata e quella effettivamente svolta e la corretta gestione degli obblighi fiscali e contabili. Per chi possiede una partita IVA unica e svolge più attività, diventa, quindi, importante verificare che ciascuna attività sia correttamente comunicata e che ricavi, costi e documentazione siano gestiti secondo le relative regole fiscali.

L’attenzione del Fisco può concentrarsi, infatti, sulle situazioni in cui l’apertura di una seconda attività modifica il regime fiscale applicabile o comporta nuovi adempimenti. La presenza di più attività, tuttavia, non significa automaticamente irregolarità: è fondamentale che la posizione sia correttamente registrata e documentata.
Si richiama in argomento la recente pronuncia della Cassazione, ordinanza n. 21095/2026, depositata il 22 luglio 2026. Il caso riguardava proprio un soggetto che svolgeva, con un’unica partita IVA, sia la professione di avvocato sia un’attività agricola.

Il principio non è che chi ha due attività con la stessa partita IVA deve pagare più tasse automaticamente. Il problema riguarda soprattutto le indagini finanziarie sui conti correnti.

Se l’Agenzia delle Entrate individua versamenti non giustificati, opera la presunzione prevista dall’art. 32 del D.P.R. 600/1973 e il contribuente deve, quindi, dimostrare:

  • che quelle somme sono estranee alla produzione del reddito;
  • nel caso di più attività, a quale attività sono effettivamente riconducibili.
La Cassazione ha ritenuto che, avendo nel caso di specie il contribuente scelto di esercitare la dovuta attività attraverso la stessa partita IVA, sia lui ad avere la maggiore vicinanza alla prova e, quindi, a dover ricostruire analiticamente le singole operazioni.

Attenzione, però, a un punto: la sentenza non dice che avere due attività sotto la stessa partita IVA sia illecito di per sé. Dice qualcosa di diverso: se arriva un accertamento bancario, l’utilizzo di una sola partita IVA per attività differenti può rendere più gravoso l’onere del contribuente di dimostrare l’origine delle singole movimentazioni.

Quando scatta la presunzione, la prova contraria deve essere specifica e riferita alle singole movimentazioni contestate. Il contribuente deve quindi essere in grado, per quanto possibile, di ricostruire l’origine di ciascuna somma attraverso documenti e circostanze verificabili.

Possono assumere rilievo, ad esempio:

  • fatture e parcelle;
  • pagamenti già contabilizzati e dichiarati;
  • trasferimenti tra propri conti correnti;
  • rimborsi;
  • restituzioni di somme;
  • obbligazione o assistenza;
  • somme provenienti da operazioni estranee all’attività;
  • altre movimentazioni prive di rilevanza reddituale.
Non basta, quindi, affermare che una determinata somma rappresenta un “risparmio” o un’entrata estranea all’attività: occorre fornire analiticamente elementi idonei a dimostrarne concretamente l’origine.