Notifica telematica e allegati in formato sconosciuto

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Il caso

In relazione ad un rapporto di conto corrente risalente al 2010 Il Tribunale di Milano disattendeva l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso su richiesta di un istituto di credito contro un’azienda ed i soci fideiussori della stessa.

La Corte d’Appello di Milano respingeva successivamente il gravame avverso tale decisione.

I soccombenti propongono quindi ricorso per cassazione.
Tale ricorso viene dichiarato inammissibile dalla Suprema Corte poiché era scaduto il termine di 60 giorni previsto dall’art. 325, comma 2, c.p.c..

L’avvocato difensore riteneva che la notifica della controparte dovesse essere ritenuta invalida in quanto era stata inviata tramite PEC in un formato che lui non era riuscito ad aprire.
La Cassazione osserva che la notificazione telematica non presentava anomalie e che la semplice allegazione di problemi tecnici non è sufficiente ad escludere gli effetti della notificazione stessa.

Come già affermato dagli Ermellini «la notifica a mezzo PEC ex art. 3-bis l. n. 53 del 1994 di un atto del processo ad un legale implica, purché soddisfi e rispetti i requisiti tecnici previsti dalla normativa vigente, l’onere per il suo destinatario di dotarsi degli strumenti per decodificarla o leggerla, non potendo la funzionalità dell’attività del notificante essere rimessa alla mera discrezionalità del destinatario, salva l’allegazione e la prova del caso fortuito, come in ipotesi di malfunzionamenti del tutto incolpevoli, imprevedibili e comunque non imputabili al professionista coinvolto».

Rilevando che il suddetto onere non può definirsi «eccezionale od eccessivamente gravoso, in quanto la dotazione degli strumenti informatici integra un necessario complemento dello strumentario corrente per l’esercizio della professione», con l’ordinanza n. 23971/20 del 29 ottobre la Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile.