Riforma della prescrizione

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La prescrizione è stata tradizionalmente concepita quale causa estintiva del reato, sulla base della considerazione secondo la quale diviene inopportuna l’applicazione della sanzione, quando, con il decorso del tempo, si sono affievolite le esigenze di prevenzione generale che presiedono l’applicazione della pena. 

Sulla base di tale premessa, ci si sofferma sulle modifiche apportate alla disciplina della prescrizione dalla L. 9 gennaio 2019, n. 3, recante “Misure per il contrasto dei reati contro la Pubblica Amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 13 del 16 gennaio 2019.

Ebbene, principalmente tale intervento normativo ha anticipato il dies ad quem del termine di prescrizione del reato, individuandolo nel momento in cui interviene la sentenza che definisce il primo grado di giudizio. 

Infatti, a partire dal I gennaio 2020, per i fatti commessi a partire da questa data, il corso della prescrizione è bloccato dopo la sentenza di primo grado o dopo il decreto penale di condanna e fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio ovvero di irrevocabilità del decreto penale di condanna. Resta ferma, al contempo, la pregressa disciplina della prescrizione fino alla sentenza di primo grado.

Il chiaro intento della riforma è quello di sopperire agli effetti della diffusa lentezza dei processi, che supera i sei anni indicati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ancor prima – peraltro e significativamente – di misurare gli effetti del meccanismo delineato dalla richiamata “riforma Orlando” del giugno 2017.

Così argomentando, è evidente tuttavia che il legislatore abbia inteso intervenire su un momento di patologia del processo penale, agendo nel concreto mediante un ulteriore momento patologico: la dilatazione dei tempi del processo. Infatti in tale sistema, a fronte di un processo cronicamente lento, si è inteso sospendere – e perciò, necessariamente,  ulteriormente dilatare – i suoi tempi al fine di consentire di addivenire all’accertamento nel merito, non curandosi di come proprio la distanza temporale tra sentenza e fatto accertato possa compromettere la correttezza di tale accertamento,. Sulla base di tali considerazioni, si ritiene che l’intervento riformatore in commento abbia snaturato la causa di estinzione del reato e potrebbe al contrario paradossalmente annientare l’effettività della repressione penale.