Quindi, un commento su Facebook, un tweet offensivo o un video diffamatorio su YouTube possono configurare diffamazione aggravata, punita con la reclusione fino a tre anni o con una multa molto salata. Oltre alla pena prevista per il reato, a seconda della gravità dell’offesa e degli effetti che essa ha ingenerato sulla vittima, quest’ultima potrà avere anche diritto al risarcimento del danno ingiustamente patito.
La diffamazione, quindi, ha rilievo penale e si verifica quando l’offesa viene comunicata a più persone.
In ambito digitale, ciò avviene con facilità: basta un commento su un post pubblico, un meme offensivo o una storia su Instagram per integrare gli estremi del reato.
Per potersi difendere efficacemente è essenziale raccogliere le prove:
- screenshot dei commenti o dei post offensivi, comprensivi di data, ora e nome dell’autore;
- link ai contenuti pubblicati, se ancora accessibili;
- registrazione dello schermo, utile per documentare contenuti che potrebbero essere rapidamente eliminati.
Inoltre, quando l’offesa proviene da un utente la cui identità non è verificata, attraverso l’intervento di esperti di informatica forense sarà possibile rintracciare il codice univoco assegnato all’utente di internet all’atto dell’iscrizione al social network ove si verifica l’illecito, oppure risalire all’indirizzo IP collegato al computer dal quale proveniva l’offesa. Non rileva che il profilo sia stato cancellato dopo la commissione del reato: le verifiche degli esperti informatici sono in grado di risalire al fatto anche successivamente alla cancellazione del commento o del profilo che l’ha pubblicato.
Chiaramente, è sempre preferibile reagire con compostezza, onde evitare che la situazione degeneri e che si possa innescare uno scambio di insulti e offese, che potrebbero generare problemi anche per l’iniziale vittima dei commenti offensivi.
Chi è vittima di insulti online ha diverse possibilità di difesa:
- querela per diffamazione;
- azione civile per risarcimento danni: anche in assenza di querela, è possibile agire in sede civile per ottenere il risarcimento dei danni morali (sofferenza psicologica), non patrimoniali (es. danno all’immagine) e, in certi casi, dei danni patrimoniali (ad esempio, perdita di lavoro o clienti a causa della diffamazione);
- richiesta di rimozione dei contenuti: le principali piattaforme (Meta, X, TikTok, YouTube) mettono a disposizione strumenti per segnalare contenuti inappropriati o offensivi.
- ordine del giudice: in caso di contenuti particolarmente gravi, è possibile chiedere a un giudice un provvedimento d’urgenza per ordinare la rimozione immediata del contenuto.
Gli insulti online non sono una manifestazione della “libertà di parola”, così come garantita dall’art. 21 Cost.: quando ledono la dignità e la reputazione di una persona, essi costituiscono reato. Ogni cittadino ha diritto a difendersi da questi abusi.
