Superato il termine dell’accordo collettivo il contratto va convertito in tempo indeterminato

Cassazione civile sez. I sentenza 26/10/2015 n.21711

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione, notificato in data 14-10-2005, B. F. conveniva davanti al Tribunale di Orvieto Banca INTESA S.p.A. chiedendo dichiararsi la nullità, annullabilità o risoluzione per inadempimento del contratto quadro e degli ordini di acquisto di azioni argentine effettuate tra il 1998 e il 2000, con condanne alle restituzioni e al risarcimento dei danni. Lamentava gravi violazioni di legge da parte della banca, in particolare collegate alla mancanza o insufficienza di informazioni.
Costituitosi il contraddittorio, la banca chiedeva rigettarsi ogni domanda contro di lei proposta e instava per la chiamata in causa di B.S., essendo le azioni a lui cointestate.
Si costituiva il terzo chiamato, B.S., nipote dell’attore, e aderiva in sostanza alle domande dell’attore stesso.
Il Tribunale di Orvieto, con sentenza in data 3-12-2007, accoglieva le domande.
Proponeva appello Banca INTESA. Si costituivano entrambe le parti appellate, chiedendone il rigetto.
La Corte d’Appello di Perugia, con sentenza in data 6/7/2011, in accoglimento dell’appello e in riforma dell’impugnata sentenza, rigettava le domande delle parti appellate.
Ricorre per cassazione B.F..
Propone ricorso incidentale B.S..
Resiste al ricorso principale e a quello incidentale, con due controricorsi, INTESA Sanpaolo S.p.A., successore di Banca INTESA. Il ricorrente principale deposita memoria difensiva.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo, il ricorrente principale lamenta violazione dell’art. 1218, 1453 e 2697 c.c., sull’onere della prova, in ordine alla risoluzione per inadempimento contrattuale.
Con il secondo, violazione dell’art. 112 c.p.c. circa le domande di risoluzione contrattuale e condanna alle restituzioni, in violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.
Con il terzo, vizio di motivazione in relazione, ancora, alle domande di risoluzione contrattuale. Con il quarto, violazione dell’art. 345 c.p.c., con riguardo, al preteso nesso causale tra la violazione ex art. 21 T.U.F., artt. 28 e 29 Reg. Consob 11522/98 e il danno lamentato (novità della domanda proposta).
Con il quinto, vizio di motivazione circa l’insussistenza del nesso causale fra l’omessa informazione di inadeguatezza al cliente e il danno subito.
Con il sesto, violazione dell’art. 21 T.U.F., artt. 28 e 29 predetto Regolamento Consob, là dove il Giudice a quo ha ritenuto che l’odierno ricorrente fosse stato adeguatamente informato, chiedendo comunque di procedere all’investimento.
Con il settimo, vizio di motivazione circa vari punti decisivi della controversia, sull’inadeguatezza dell’informazione, sul consenso del cliente, anche con riferimento alla circostanza della falsità di firma di alcuni ordini.
Con l’ottavo, violazione dell’art. 21 T.U.F. e dell’art. 27 predetto Regolamento, in ordine alla raccolta di informazioni sullo stato del cliente.
Con il nono, vizio di motivazioni con riferimento al conflitto di interessi della banca, che aveva alienato al B. titoli di sua proprietà.
Con il decimo, violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione alla domanda di nullità degli ordini di acquisto, già formulata in primo grado, su cui vi era stata omessa pronuncia.
Il ricorso incidentale presenta ampie analogie rispetto a quello principale.
Con il primo motivo, il ricorrente incidentale lamenta violazione degli artt. 1218, 1453 e 2697 c.c., con riferimento alla domanda di risoluzione contrattuale.
Con il secondo, violazione dell’art. 112 c.p.c., circa il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
Con il terzo,vizio di motivazione in relazione alla domanda di risoluzione contrattuale.
Con il quarto, vizio di motivazione circa l’insussistenza del nesso causale tra l’omessa informazione al cliente e il danno subito.
Con il quinto, violazione dell’art. 21 T.U.F., artt. 28 e 29 Regolamento Consob 11522/98, con riguardo all’affermazione del Giudice a quo per cui B.F. era stato adeguatamente informato, chiedendo comunque di procedere all’investimento.
Con il sesto, vizio di motivazione circa vari fatti decisivi della controversia, sull’inadeguatezza dell’informazione, sul consenso del cliente, anche con riferimento alla circostanza della falsità di firma di alcuni ordini.
Con il settimo, vizio di motivazione, con riferimento al conflitto di interessi della banca, che aveva alienato titoli di sua proprietà.
Preliminarmente, va precisato che i rapporti in questione si sono svolti sotto l’impero del D.Lgs. n. 58 del 1998 (T.U.F.) e del Regolamento Consob 11522 del 1998.
Per giurisprudenza ampiamente consolidata (tra le altre, Cass. n. 3773 del 2009), in materia di contratti di intermediazione finanziaria, ove risulti accertata la responsabilità contrattuale per danni subiti dall’investitore, va acclarato se l’intermediario abbia diligentemente adempiuto alle obbligazioni del contratto di negoziazione, nonchè a tutte le obbligazioni poste a suo carico dai predetti testi normativi, così disciplinando il riparto dell’onere della prova: l’investitore deve allegare l’inadempimento delle obbligazioni, nonchè fornire la prova del danno e del nesso di causalità tra esso e l’inadempimento, anche sulla base di presunzioni; l’intermediario, a sua volta, deve provare l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo carico, allegate come inadempiute dalla controparte e, sotto il profilo soggettivo, di aver agito con la specifica diligenza richiesta.
Non può parlarsi di inammissibilità dei ricorsi, come afferma la controricorrente: i documenti su cui essi si fondano sono indicati ed ampiamente richiamati, e talora (così nel ricorso principale, in un caso) addirittura riprodotti integralmente.
Possono trattarsi congiuntamente, per gran parte, i motivi proposti nei due ricorsi, frequentemente coincidenti.
I primi tre motivi del ricorso principale e di quello incidentale, vanno rigettati in quanto infondati, pur presentando alcuni profili di inammissibilità.
Com’è noto, per giurisprudenza consolidata (per tutte, Cass. S.U. n. 26794 del 2007; Cass. n. 8462 del 2014), la violazione dei doveri di informazione e di corretta esecuzione delle operazioni poste dalla legge a carico degli intermediari, non produce nullità, ma da luogo a responsabilità, precontrattuale in ordine al contratto – quadro, ovvero responsabilità contrattuale per i successivi ordini di acquisto, con eventuale risoluzione e/o risarcimento del danno.
Risoluzione, la cui azione l’altro, ha presupposti differenti rispetto alla mera azione di risarcimento dei danni (primo, tra tutti, quello dell’importanza dell’inadempimento cui i ricorrenti non fanno specifico riferimento); del resto non sempre e comunque alla risoluzione consegue una totale restituzione, come sembrano invece ritenere i ricorrenti stessi.
I motivi (in particolare il secondo e terzo) sono, come si diceva, almeno in parte non autosufficienti: i ricorrenti censurano il mancato esame della domanda di risoluzione, lamentando violazione dell’art. 112 c.p.c., e carenza di motivazione, senza indicare le argomentazioni in fatto e diritto eventualmente sviluppate al riguardo.
Come si vedrà, nella maggior parte dei motivi che seguono i ricorrenti sembrano “dimenticare” la domanda di risoluzione (e restituzione), soffermandosi invece sugli inadempimenti, sul danno, sul nesso eziologico e sull’onere della prova.
Appare infondato il quarto motivo del ricorso principale.
La controricorrente, al riguardo, precisa che, fin dal primo grado, essa aveva affermato l’insussistenza del nesso eziologico tra inadempimento e danno, e, in omaggio al principio di autosufficienza, indica le pagine della memoria di replica e comparsa conclusionale in primo grado. In effetti dall’esame di tali documenti, che questa Corte può effettuare, trattandosi di questione processuale, emerge che, nel primo si fa esplicito riferimento al predetto profilo, sviluppato poi nel secondo.
Quanto al decimo motivo del ricorso principale, da trattarsi a questo punto, per ragioni sistematiche, non si ravvisa il lamentato vizio di omessa pronuncia: il ricorrente principale richiama le proprie conclusioni in sede di appello incidentale, con la domanda di nullità del contratto quadro e dei singoli ordini di acquisto, ma riguardo alle violazioni di legge, e non con riferimento alla violazione di una clausola contrattuale. Nella comparsa di risposta, con appello incidentale, si fa bensì un limitato accenno alla forma contrattuale ma senza riferimento alcuno a clausole contrattuali.
Pertanto il giudice a quo non poteva pronunciarsi su quanto non era stato specificamente indicato.
Gli altri motivi dei due ricorsi appaiono fondati.
I ricorrenti, come si diceva, sembrano a questo punto riferirsi ad un’azione di risarcimento del danno per inadempimento, richiamando correttamente le specificità della fattispecie e la normativa di riferimento, già sopra indicata, incidente, all’evidenza, e come già si precisato, anche sull’onere della prova.
La Corte territoriale si riferiva esattamente alle indicazioni di questa Corte già sopra indicate, in ordine all’inadempimento, al danno, al nesso di causalità e relativo onere della prova, ma non ne traeva le necessarie conseguenze in ordine alla fattispecie dedotta.
Pare opportuno evidenziare il contesto di fatto, pacifico tra le parti: nove ordini di acquisto, di cui sette a firma apocrifa, due soltanto a doppia firma del ricorrente principale circa l’ordine di effettuare investimento e l’inadeguatezza delle obbligazioni, uno non prodotto dalla banca. Si ravvisano gravi violazioni di legge e altrettanti vizi di motivazione.
Non poteva la Corte d’Appello ritenere insussistente il nesso causale tra l’informativa di inadeguatezza al cliente e il danno da lui subito, nella considerazione del tutto illogica che egli, avendo preso consapevolezza dell’inadeguatezza dell’operazione, con riferimento agli ultimi due ordini, e comunque preferito investire ancora, piuttosto che disinvestire gli ordini precedenti, avrebbe manifestato la volontà di perseguire alti interessi, pure a rischio di subire la perdita del capitale. Ovviamente il disinvestimento non prova nulla, potendo tale scelta essere influenzata da molteplici fattori; nè potrebbe escludersi che l’investitore, non avendo ricevuto adeguata informativa, sia stato indotto a sottoscrivere anche gli ultimi due ordini, confidando nella bontà dell’investimento. Del resto, appare pacifico che l’attore provenisse da forme di investimento sicure e senza rischio, per cui il suo profilo appariva più volto alla conservazione del capitale che alla speculazione, come precisato dai ricorrenti.
Com’è noto, l’art. 21 T.U.F., in materia di prestazione di servizi di investimento, detta una serie di criteri generali cui l’intermediario deve uniformarsi nei rapporti con il cliente: egli deve acquisire le informazioni necessarie dal cliente stesso ed operare in modo che questi sia adeguatamente informato: tali obblighi sono specificati dagli artt. 28 e 29 Reg. Consob, per cui l’intermediario deve avere informazioni dal cliente stesso sulla sua tipologia di investitore, sulla situazione finanziaria, sugli obiettivi di investimento e sulla sua propensione al rischio; in caso di operazione ritenuta inadeguata, egli deve informare specificamente il cliente delle ragioni, per cui non è opportuno procedere e, ove questi, intenda comunque dar corso all’operazione, eseguirla soltanto su ordine scritto. Tali obblighi, per l’intermediario, si collocano sia al momento della stipulazione del contratto, sia all’atto di effettuare i singoli investimenti. Egli deve pertanto disporre di informazioni aggiornate, in relazione ad ogni singolo investimento da effettuare.
La Corte di merito ha accertato l’inadeguatezza degli investimenti, ma ha sostanzialmente ritenuto legittimi anche gli ordini apocrifi e quello non prodotto dalla banca, pure in assenza del consenso scritto del cliente, con riferimento al quale risultava all’evidenza accertato l’inadempimento della banca stessa.
Il Giudice a quo ha erroneamente ritenuto completa l’informazione data al cliente sugli ultimi due ordini, sulla base di una crocetta apposta su modulo prestampato e unico per tutte le tipologie di clientela, ove si indicava unitariamente l’inadeguatezza dell’operazione: il modulo viene riportato, in omaggio al principio di autosufficienza, nel ricorso principale. E’ appena il caso di precisare che l’informazione resa ad un cliente dotato di conoscenza e di esperienza degli strumenti finanziari, non può avere eguale efficacia rispetto ad un altro di modesta cultura ed esperienza.
Anche in ordine alla raccolta di informazioni sullo status del cliente, va precisato che, a differenza di quanto afferma la Corte d’Appello, l’obbligo della raccolta di informazioni non poteva esaurirsi nei limiti della situazione finanziaria del cliente all’atto della stipula del contratto quadro, ma sussisteva obbligo di continuo aggiornamento all’atto dell’effettuazione degli investimenti (e ciò pur con riferimento alla normativa in vigore all’epoca) (al riguardo, tra le altre, Cass. n. 26724 del 2007).
Quanto al conflitto di interessi, l’argomentazione del giudice a quo appare del tutto inadeguata, là dove afferma che negli ordini era indicato il limite di prezzo con riferimento ai prezzi praticati nelle transazioni, e da ciò fa derivare la proprietà dei titoli in capo alla banca, null’altro aggiungendo.
Accolti i motivi suindicati, va cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di Appello di Firenze, territorialmente prossima a quella di Perugia, per nuova valutazione degli inadempimenti e del danno, precisando che questo, ovviamente, può considerarsi oltre che attraverso prove specifiche pure con riguardo a presunzioni o ad eventuali ammissioni della controparte.
Il giudice a quo si pronuncerà anche sulle spese del presente giudizio.
PQM
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla corte di Appello di Firenze.
Così deciso in Roma, il 6 luglio 2015.
Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 22/10/2015 n.21499

Una volta cessata l’aspettativa sindacale e riattivato l’originario rapporto di lavoro, l’assenza del lavoratore, che dipenda dall’evento che ha dato luogo all’infortunio sul lavoro nel periodo di aspettativa sindacale, non può che essere imputata, rispetto all’originario datore di lavoro, ad un’attività extralavorativa, in quanto non riconducibile al rapporto di lavoro originario, ciò perché durante l’aspettativa sindacale il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione; infatti, l’organizzazione sindacale, in quanto beneficiaria della prestazione di cosiddetto lavoro sindacale, è tenuta a corrispondere all’INAIL il premio assicurativo computato sull’indennità erogata al lavoratore sindacalista.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 20/10/2015 n.21225

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE
1. Con sentenza depositata in data 14 luglio 2010 la Corte d’appello di Napoli, in parziale accoglimento dell’appello proposto da I. L., lavoratore dipendente del Comune di Afragola con la qualifica e le mansioni di custode, condannava il Comune al pagamento in suo favore della somma di Euro 6.123,97, oltre interessi legali dalla maturazione dei singoli crediti sino all’effettivo pagamento.
2. La Corte osservava che non vi era contestazione sul fatto che il dipendente avesse svolto attività di custodia in favore del Comune nelle domeniche e nei giorni festivi e che non avesse goduto dei riposi compensativi. Riteneva che, ai sensi del D.P.R. 13 maggio 1987, n. 268, art. 17, relativo alla disciplina del comparto degli enti locali, al lavoratore spettava la maggiorazione del 20% sul lavoro domenicale svolto, nonchè la retribuzione per i giorni di riposo compensativo non fruiti; che, nel regolamentare la remunerazione della giornata destinata al riposo settimanale con la retribuzione ordinaria unitamente alla maggiorazione del 20%, la norma assolveva unicamente ad una funzione retributivo-corrispettiva, e non anche risarcitoria, con la conseguenza che al lavoratore spettava la retribuzione per i riposi compensativi non fruiti, parametrati al lavoro svolto di domenica con la maggiorazione del 20%, nonchè il risarcimento del danno da usura psico-fisica per il mancato godimento dei riposi compensativi, che liquidava ex art. 1226 facendo ricorso all’importo della paga giornaliera, non contestata nella sua entità, per ogni giornata di riposo non goduta.
3. Contro la sentenza il Comune di Afragola propone ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, cui resiste con controricorso lo I..
4. Con il primo di ricorso il Comune censura la sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., art. 115 c.p.c., e D.P.R. 13 maggio 1987, n. 268, art. 17, nonchè per contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Reputa che l’assunto della Corte territoriale circa la natura non risarcitoria della maggiorazione sancita dall’art. 17, del D.P.R. citato non rispetta il dettato normativo e, comunque, non è stato adeguatamente motivato.
5. Con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione delle medesime norme di diritto, cui aggiunge l’art. 36 Cost., e la contraddittorietà della motivazione, assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto che il danno alla salute derivante dalla mancata fruizione del riposo compensativo oltre il sesto giorno consecutivo di lavoro non ha necessità di essere provato.
6. Con il terzo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2697 c.c., e art. 115 c.p.c.), nonchè la contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio, nella parte in cui la sentenza ha ritenuto non contestati i conteggi allegati dal lavoratore e sulla cui base ha determinato l’importo al cui pagamento l’ha condannato.
8. I primi due motivi, che si affrontano congiuntamente in quanto involgono la medesima questione della disciplina legale e contrattuale del riposo oltre il sesto giorno lavorativo, sono infondati.
La giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di ribadire che la fattispecie di prestazione di lavoro domenicale senza riposo compensativo non può essere equiparata a quella del riposo compensativo goduto oltre l’arco dei sette giorni, atteso che una cosa è la definitiva perdita del riposo agli effetti sia dell’obbligazione retribuiva che del risarcimento del danno per lesione di un diritto della persona, altra il semplice ritardo della pausa di riposo; e, in questa seconda ipotesi (ove non sia consentita, dalla legge e dal contratto, una deroga al principio che impone la concessione di un giorno di riposo dopo sei di lavoro), il compenso sarà dovuto a norma dell’art. 2126 c.c., comma 2, che espressamente gli attribuisce natura retribuiva, salvo restando il risarcimento del danno subito, per effetto del comportamento del datore di lavoro, a causa del pregiudizio del diritto alla salute o di altro diritto di natura personale (cfr. Cass., 26 novembre 2013, n. 26398, che richiama Cass., 3 luglio 2001, n. 9009).
9. Nello stesso solco, si è poi affermato che, in relazione al lavoro prestato oltre il sesto giorno consecutivo, va tenuto distinto il danno da “usura psicofisica”, conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro, dall’ulteriore danno alla salute o danno biologico, che si concretizza, invece, in una “infermità” del lavoratore determinata dall’attività lavorativa usurante svolta in conseguenza di una continua attività lavorativa non seguita dai riposi settimanali. Nella prima ipotesi, il danno sull'”an” deve ritenersi presunto e il risarcimento può essere determinato spontaneamente, in via transattiva, dal datore di lavoro con il consenso del lavoratore, mediante ricorso a maggiorazioni o compensi previsti dal contratto collettivo o individuale per altre voci retributive; nella seconda ipotesi, invece, il danno alla salute o biologico, concretizzandosi in una infermità del lavoratore, non può essere ritenuto presuntivamente sussistente ma deve essere dimostrato sia nella sua sussistenza sia nel suo nesso eziologico, a prescindere dalla presunzione di colpa insita nella responsabilità nascente dall’illecito contrattuale (Cass., 20 agosto 2004, n. 16398;
Cass., 16 gennaio 2004, n. 615; Cass., 3 aprile 2003, n. 5207; Cass., 4 marzo 2000, n. 2455; 3 luglio 2001, n. 9009; Cass., 12 marzo 1996, n. 2004).
10. La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di questi principi, dal momento che ha riconosciuto la somma di Euro 2.824,23 non già a titolo di risarcimento del danno biologico o esistenziale, bensì a titolo di risarcimento del danno per la mancata fruizione dei riposi compensativi, dovendosi inoltre condividere l’affermazione secondo cui, per un verso, il riposo dopo sei giorni di lavoro consecutivo costituisce un diritto irrinunciabile del dipendente, garantito dall’art. 36 Cost., e dall’art. 2109 c.c., e, per altro verso, risponde ad una nozione di comune esperienza che l’attività lavorativa, come qualsiasi impegno delle energie psicofisiche, se protratta senza interruzioni, risulta via via più onerosa con il trascorrere delle giornate e il riposo che sopraggiunge dopo un arco di tempo più ampio rispetto alla normale cadenza settimanale non può, di per sè, compensare tale crescente disagio (in tal senso Cass., 30 maggio 2001, n. 7359).
11. Il terzo motivo è inammissibile. Premesso che la Corte ha ritenuto di liquidare il danno da mancata fruizione dei riposi compensativi usando come paramente la retribuzione giornaliera, ritenuta “non contestata”, era onere del ricorrente indicare con esattezza in che termini ed in quale atto difensivo o verbale di causa avrebbe contestato tale specifico dato – e non genericamente “in toto il prospetto contabile allegato al ricorso” -, precisando altresì dove l’atto o il verbale sarebbero attualmente rinvenibili nel presente giudizio. Con tali omissioni non risulta assolto il duplice onere imposto, a pena di inammissibilità del ricorso, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, di indicare esattamente in quale fase processuale ed in quale fascicolo si trovi l’atto in questione, e di evidenziarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. da ultimo, Cass., 12 dicembre 2014, n. 26174; Cass., 7 febbraio 2011, n. 2966).
12. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese del presente giudizio, da distrarsi in favore del difensore dell’intimato, per la dichiarazione resa ex art. 93 c.p.c..
PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali e altri accessori di legge, disponendone l’integrale distrazione in favore dell’avvocato Ferdinando Del Mondo, anticipatario.
Così deciso in Roma, il 10 giugno 2015.
Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 14/10/2015 n.20685

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. Con sentenza n. 4113/06 depositata in data 23.12.06, il Tribunale di Milano, disattesa ogni altra domanda ed in accoglimento parziale delle domande della ricorrente L.A., dichiarava invalido il termine finale apposto al contratto di assunzione del 9.9.1998 e successivi; condannava la convenuta Rai a ripristinare il rapporto lavorativo con la L., in mansioni e con trattamento retributivo previsti per i giornalisti nonchè, per il periodo pregresso, al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio; condannava altresì la Rai a rimborsare alla ricorrente le spese di lite nella misura di 3/5.
In particolare la sentenza del Tribunale – con riferimento alla mancata qualificazione come atto risolutivo di ogni rapporto intercorso tra le parti della lettera del 6 giugno 2003 con cui la Rai aveva comunicato alla L. la cessazione anticipata del rapporto di lavoro a tempo determinato all’epoca in corso – rilevava che la sottoscrizione da parte della L. della lettera suddetta non aveva in alcun modo concretizzato nè una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro nè un licenziamento non impugnato. Il giudice di primo grado aveva affermato che il solo fatto di avere sottoscritto per ricevuta e conoscenza la lettera di cessazione (unilateralmente determinata dalla Rai) anticipata soltanto rispetto alla data di scadenza massima possibile (ma non rispetto all’ipotesi, contrattualmente pure prevista, e invocata dalla Rai, di fine produzione) dell’ultimo contratto a termine non consentiva di desumere una chiara e inequivoca volontà della L. di porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro.
Inoltre il Tribunale riteneva che i termini apposti ai contratti a tempo determinato dal 9 settembre 1999 al 23 gennaio 2003 erano tutti invalidi, in base alla considerazione che l’attività prestata dalla L. e i programmi a cui essa aveva collaborato risultavano l’una e gli altri manifestamente privi dei requisiti necessari secondo la giurisprudenza di legittimità, ossia dei requisiti della temporaneità e della specificità.
Altresì il tribunale riconosceva alla ricorrente la qualifica di giornalista redattore sin dal contratto 9.9.1998 sulla base del presupposto che le mansioni svolte dalla stessa fossero quelle tipiche del giornalista.
Il tribunale poi – quanto a pregressi rapporti di lavoro a tempo determinato – riteneva valido il verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto in data 9 settembre 1998 con la previsione di una nuova assunzione a tempo determinato e con rinuncia della dipendente a ogni pretesa quanto agli intercorsi rapporti di lavoro precedenti.
2. Avverso tale pronuncia interponeva appello principale la Rai, deducendo diversi motivi di gravame e chiedendo, in parziale riforma della sentenza impugnata, di rigettare tutte le domande proposte dalla ricorrente nel ricorso di primo grado.
Si costituiva in giudizio l’appellata, la quale chiedeva di respingere l’appello e, in accoglimento dell’appello incidentale, di dichiarare nullo, annullabile ed illegittimo il verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto in data 9.9.1998, di dichiarare intercorso tra le parti, a far tempo dal 23.9.09, un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, di ordinare alla Rai di assumere la ricorrente con inquadramento come praticante giornalista nei primi 18 mesi e successivamente come redattore ordinario, di condannare la Rai al pagamento delle differenze retributive maturate, di liquidare le spese di primo grado in Euro 5.000,00 senza procedere a compensazione parziale.
La Corte d’appello di Milano con sentenza del 13 ottobre 2009 – 12 novembre 2009 rigettava entrambi gli appelli salvo accogliere quello incidentale limitatamente alla determinazione delle spese di lite fissando l’importo globale delle stesse in Euro 6.000,00.
3. Avverso questa pronuncia la RAI propone ricorso articolato in cinque motivi.
Resiste con controricorso la parte intimata L.A. che ha anche proposto contestuale ricorso incidentale condizionato, cui ha resistito la società con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memoria.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Il ricorso principale è articolato in cinque motivi.
Con il primo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in riferimento alla risoluzione del rapporto di lavoro come previsto dalla lettera del 6 giugno 2003 sopra citata. Con la sottoscrizione di tale lettera la ricorrente originaria aveva accettato la risoluzione del rapporto di lavoro a far data dal 28 giugno 2003.
Con il secondo motivo la società denuncia violazione degli artt. 1398 e 1399 c.c.. Contesta l’affermazione della sentenza impugnata secondo cui l’utilizzo delle prestazioni lavorative della dipendente anteriori alla data di decorrenza del contratto del 27 settembre 1999 non fossero meramente preparatorie ma fossero già riferibili ad un rapporto di lavoro instaurato tra le parti. La ricorrente cominciò a lavorare presso la società senza contratto su disposizione di un capostruttura che non aveva poteri di rappresentare la società.
Con il terzo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione con riferimento al requisito della specificità dei programmi televisivi oggetto del contratti a termine stipulati dal 9 settembre 1998 al 23 gennaio 2003. In realtà si trattava di programmi per i quali ricorreva il requisito della specificità che giustificava l’apposizione del termine al contratto di lavoro.
Con il quarto motivo la società deduce la violazione della L. n. 230 del 1962, art. 2, della L. n. 300 del 1970, art. 18, e della L. n. 183 del 2010, art. 32. Chiede in particolare l’applicazione dello ius superveniens costituito dall’art. 32, comma 5, citato.
Con il quinto ed ultimo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine alla asserita natura giornalistica dell’attività svolta dalla dipendente a partire dal 9 settembre 1998. In particolare lamenta che l’istruttoria svolta non aveva offerto alcun elemento con riferimento ai programmi realizzati nel periodo 1998-1999.
2. Il ricorso incidentale condizionato è articolato in due motivi con cui si deduce la nullità o annullabilità del verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto dalla Rai e dalla L. in data 9 settembre 1998 (in relazione agli artt. 1418, 1343, 1344, 1434 e 1438 c.c., e art. 2113 c.c., e art. 360 c.p.c., n. 3) nonchè la carenza di motivazione, nella sentenza di appello, circa punto decisivo della controversia in relazione sempre al mancato riconoscimento della nullità o annullabilità del predetto verbale di conciliazione in sede sindacale del 9 settembre 1998.
3. Vanno riuniti i giudizi promossi con ricorso principale e con ricorso incidentale avendo ad oggetto la stessa sentenza impugnata.
4. Il ricorso principale – i cui motivi possono essere esaminati congiuntamente – è infondato.
5. Quanto al primo motivo, con cui la società ricorrente lamenta il vizio di motivazione in relazione alla asserita acquiescenza della dipendente alla risoluzione del rapporto di lavoro comunicata con lettera in data 6 giugno 2003, deve rilevarsi che da una parte la società, omettendo di riportare il contenuto del documento suddetto, è venuta meno all’onere di autosufficienza del ricorso. La corte d’appello con valutazione di merito ha ricostruito il significato dell’apposizione della firma da parte della ricorrente in calce alla lettera suddetta. In particolare la corte territoriale ha osservato che la sottoscrizione da parte della L. della lettera del 6 giugno 2003, con la quale la Rai comunicava la risoluzione anticipata dal rapporto di lavoro a termine del 22 gennaio 2003 non aveva in alcun modo concretizzato nè una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro nè un licenziamento non impugnato. Il solo fatto di avere sottoscritto per ricevuta e conoscenza la lettera di cessazione (unilateralmente determinata dalla Rai) anticipata del rapporto non consentiva affatto di desumere una chiara e inequivoca volontà della L. di porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro.
In proposito questa Corte (ex plurimis Cass., sez. lav., n. 23319 del 18/11/2010) ha più volte affermato che, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo dissenso, è necessario che sia accertata una chiara e comune volontà delle parti di porre fine ad ogni rapporto lavorativo, con la precisazione che la valutazione del significato e della portata del complesso dei predetti elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità, se non sussistono vizi logici o errori di diritto.
6. Infondato è anche il secondo motivo con cui la ricorrente principale censura inoltre la sentenza del Tribunale per avere la stessa dato rilievo all’utilizzo delle prestazioni lavorative della L. prima della data di scadenza del contratto di lavoro e in particolare di quello del 27 settembre 1999.
Trattasi di inammissibile censura di merito laddove la corte territoriale ha puntualmente motivato in proposito pervenendo al convincimento, sulla base della valutazione delle risultanze di causa, che l’istruttoria espletata in primo grado aveva dimostrato come la L. era stata utilizzata dalla RAI già prima della formalizzazione del contratto del 27 settembre 1999.
Il fatto poi, allegato nel ricorso, che la L.abbia cominciato a lavorare per iniziativa del capostruttura M., senza averne poteri, costituisce circostanza non risultante dalla sentenza impugnata e che semmai realizzerebbe una ragione di danno risarcibile della società nei confronti del suo dipendente, fermo restando che la società, accettando l’attività lavorativa della L. nella produzione in particolare del programma (OMISSIS) aveva ratificato con comportamento concludente l’operato del suo dipendente.
7. Infondato è anche il terzo motivo di ricorso.
La Corte d’appello ha puntualmente osservato che l’assunzione a termine per “specifici programmi radiofonici o televisivi” di cui alla L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, lett. e), presuppone, oltre alla puntuale individuazione della rappresentazione. che i programmi abbiano una durata prefissata e siano destinati a sopperire esigenze gestionali temporanee seppur compatibili con una programmazione ripetuta e a puntate e pertanto la reiterazione di successivi contratti a termine a copertura di una stabile esigenza lavorativa risulta contraria allo schema legale del contratto a termine, configurando un’elusione fraudolenta della relativa normativa.
Sotto questo profilo può considerarsi che la giurisprudenza di questa Corte ha più volte ribadito che l’assunzione a termine a norma della L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, deve rispondere ad esigenze di carattere temporaneo, destinate ad esaurirsi in un certo tempo e tali da non consentire uno stabile inserimento del lavoratore nell’organizzazione dell’impresa; presupposto questo che deve ricorrere anche per le assunzioni riferite a spettacoli ovvero a specifici programmi radiofonici o televisivi, nel senso che la specificità dello spettacolo o del programma, mentre non implica la straordinarietà o l’occasionalità, richiede pur tuttavia che lo spettacolo o il programma stesso – oltre ad essere destinato ad una temporanea necessità, ancorchè ripetuto nel tempo ed in diverse puntate – sia caratterizzato dall’appartenenza ad una specie di un certo genus e sia, inoltre, individuato, determinato e nominato.
Quindi la legittimità del termine è condizionata dal carattere dell’apporto lavorativo, che deve risultare funzionalmente necessario – anche in via strumentale e complementare – a caratterizzare quel dato programma o spettacolo. In altri termini si è più volte affermato che deve sussistere un vincolo di “necessità diretta”, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo e nello specifico programma, cosi che non possa essere considerata sufficiente a legittimare la stipulazione del contratto a tempo determinato la semplice qualifica, tecnica o artistica del personale, correlata alla produzione di spettacoli o programmi televisivi o radiofonici. Cfr., ex plurimis, Cass., sez. lav., 26 maggio 2011, n. 11573, che, proprio in tema di assunzioni a termine di lavoratori dello spettacolo (L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1, comma 2, lett. e), come modificato dalla L. 23 maggio 1977, n. 266), ha ribadito che non solo è necessario che ricorrano contestualmente i requisiti della temporaneità e della specificità, ma è indispensabile, altresì, che l’assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo si inserisca, con vincolo di necessità diretta, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo o programma, sicchè non può considerarsi sufficiente ad integrare l’ipotesi di legittimo ricorso al contratto a tempo determinato la mera qualifica tecnica od artistica del personale correlata alla produzione di spettacoli o programmi radiofonici o televisivi, occorrendo che l’apporto del peculiare contributo professionale, tecnico o artistico del soggetto esterno sia necessario per il buon funzionamento dello spettacolo, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo dell’azienda. E’ stata quindi confermata la sentenza impugnata, che – come quella attualmente impugnata dalla società ricorrente – aveva dichiarato la nullità dei contratti a termine e la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con congrua e logica motivazione in ordine allo svolgimento da parte del ricorrente di una attività lavorativa ordinaria, continuativa e riferita indifferentemente ad una serie di molteplici, e non omogenee, produzioni artistiche.
Nella specie la Corte territoriale, in conformità con il giudice di primo grado, ha motivatamente verificato, con valutazione di merito non censurabile nel giudizio di cassazione, l’insussistenza dei suddetti presupposti.
8. Infondato altresì è il quinto motivo di ricorso – il cui esame logicamente precede quello del quarto motivo – con cui la società, ricorrente principale, contesta il riconoscimento della natura giornalistica dell’attività svolta dalla L. a fronte dell’inquadramento della stessa, attribuito dalla società, di programmista regista. In particolare la corte territoriale ha osservato che dall’istruttoria svolta era emerso che l’attività espletata dalla L. per (OMISSIS), così come per tutti i programmi per cui aveva lavorato, era stata caratterizzata dalla ricerca e dall’elaborazione di notizie e tutti i testi avevano confermato il carattere informativo e di attualità di (OMISSIS) e degli altri programmi per cui la L. ha lavorato.
9. Inammissibile è infine il quarto motivo con cui la società ricorrente chiede l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5.
Da una parte deve considerarsi che le conseguenze economiche dell’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro costituiscono oggetto di altro giudizio tra le medesime parti, pervenuto anch’esso al giudizio di cassazione e chiamato alla stessa odierna udienza, e quindi sono fuori dal thema decidendum.
In ogni caso si tratta di disposizione non ancora entrata in vigore alla data di proposizione del ricorso per cassazione. Pertanto la ricorrente avrebbe dovuto censurare la sentenza impugnata quanto al capo relativo alle conseguenze economiche della accertata illegittimità del termine apposto ai contratti di lavoro. Solo così facendo – secondo la giurisprudenza di questa corte – sarebbe stato possibile l’applicazione anche nel giudizio di cassazione dell’art. 32, comma 5, citato.
10. Il ricorso incidentale, in quanto condizionato, è assorbito.
11. In conclusione il ricorso principale va integralmente rigettato con assorbimento del ricorso incidentale.
Alla soccombenza consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali di questo giudizio di cassazione nella misura liquidata in dispositivo.
PQM
P.Q.M.
La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale, assorbito quello incidentale; condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate in Euro 100,00 (cento) per esborsi ed in Euro 4.000,00 (quattromila) per compensi d’avvocato ed oltre spese generali ed accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 5 maggio 2015.
Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 30/09/2015 n.19465

NE ANCELLE DELLA DIVINA PROVVIDENZA, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI
PIETRALATA 320, presso lo studio dell’avvocato GIGLIOLA MAZZA RICCI,
rappresentata e difesa dall’avvocato BATTIANTE CARMINE, giusta delega
in atti;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 3830/2008 della CORTE D’APPELLO di BARI,
depositata il 13/10/2008 R.G.N. 3883/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
04/06/2015 dal Consigliere Dott. FRANCESCO BUFFA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 13.10.08, la Corte d’Appello di Bari, confermando sentenza del tribunale di Trani del 12.11.04, ha rigettato la domanda del lavoratore C. volta alla conservazione della retribuzione già percepita come guardiano notturno anche per il periodo di assegnazione a mansioni di guardiania diurne.
In particolare, la corte territoriale ha ritenuto che il principio di irriducibilità della retribuzione del lavoratore non è assoluto, non coprendo gli emolumenti accessori o temporanei collegati alle particolari modalità della prestazione eseguita. Avverso tale sentenza ricorre il lavoratore per due motivi, cui resiste con controricorso il datore.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2103 e 2108 c.c., per avere trascurato che il lavoratore era stato assunto specificamente come guardiano notturno cui pertanto doveva commisurarsi il trattamento retributivo.
Con il secondo motivo di ricorso si denuncia l’omessa, insufficiente e/o contraddittoria – motivazione circa il fatto decisivo per il giudizio, anche in relazione all’art. 44, comma 10, del contratto collettivo di lavoro, nonchè la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., per avere la corte territoriale ritenuto che l’assunzione come guardiano notturno non comportasse alcun diritto a continuare a ricevere l’indennità per il lavoro disagiato, di fatto corrisposta per circa un ventennio.
I due motivi possono essere trattati congiuntamente per la loro connessione: essi sono infondati.
La corte territoriale ha ritenuto, con motivazione adeguata e congrua, che, una volta venute meno le particolari modalità attraverso le quali interviene la prestazione lavorativa, nel caso di specie, il lavoro notturno, è legittima l’eliminazione della corresponsione degli emolumenti specificamente volti a compensare le modalità particolari della prestazione lavorativa. La sentenza impugnata si sottrae alle censure sollevate, essendo in linea con quanto affermato da questa Corte in più occasioni, essendosi precisato che il livello retributivo acquisito dal lavoratore subordinato, per il quale opera la garanzia della irriducibilità della retribuzione, prevista dall’art. 2103 c.c., deve essere determinato con il computo della totalità dei compensi corrispettivi delle qualità professionali intrinseche alle mansioni del lavoratore, attinenti cioè, alla professionalità tipica della qualifica rivestita, mentre non sono compresi i compensi erogati in ragione di particolari modalità della prestazione lavorativa o collegati a specifici disagi o difficoltà, i quali non spettano allorchè vengano meno le situazioni cui erano collegati (Cass. n. 10449/2006).
Ne consegue che ai fini del riconoscimento del diritto dei lavoratori subordinati al computo nella base di calcolo della retribuzione per il periodo feriale della maggiorazione per lavoro notturno, non è sufficiente l’accertamento della “normalità” della prestazione notturna in turni periodici e della erogazione della relativa indennità (reintroducendosi altrimenti il criterio della omnicomprensività della retribuzione, non legittimato in generale dal legislatore), ma, trattandosi di compenso erogato in ragione delle particolari modalità della prestazione lavorativa e a compensazione dei relativi disagi, e in quanto tale non assistito dalla garanzia della irriducibilità della retribuzione di cui all’art. 2103 c.c., occorre anche che la contrattazione collettiva faccia riferimento al concetto di retribuzione “ordinaria” o “normale” (Cass. n. 16261/2004). Più di recente, si è ribadito (Sez. L, Sentenza n. 20418 del 05/09/2013; Sez. L, Sentenza n. 20310 del 23/07/2008) che il principio della irriducibilità della retribuzione, che si può desumere dall’art. 2103 c.c., e art. 36 Cost., ossia dal divieto di assegnazione a mansioni inferiori e dalla necessaria proporzione tra l’ammontare della retribuzione e la qualità e quantità del lavoro prestato, si estende alle indennità compensative di particolari e gravosi modi di svolgimento del lavoro, nel senso che quella voce retribuiva può esser soppressa ove vengano meno quei modi di svolgimento della prestazione, ma deve essere conservata in caso contrario.
Corretta è dunque la decisione impugnata che ha ritenuto che l’emolumento dovuto per il lavoro notturno, pur non essendo ricompreso nel contratto, sia stato concretamente corrisposto dal datore al fine di compensare la particolare modalità di prestazione dell’attività lavorativa: infatti, non vi è nel contratto una qualifica di guardiano notturno ma solo la qualifica di guardiano, la cui retribuzione risulta essere stata correttamente corrisposta.
Ne consegue che, al mutare delle modalità della prestazione lavorativa, non più destinata a svolgersi in orario notturno, sia venuto meno l’emolumento specificamente volto a compensare quelle modalità della prestazione, senza che ciò abbia comportato la violazione del contratto di lavoro, nè dell’art. 2103, nè del principio di immodificabilità della retribuzione.
Le spese seguono la soccombenza.
PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in complessivi Euro 2.500 per compensi ed Euro 100 per spese, oltre accessori come per legge e spese generali nella misura del 15%.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 4 giugno 2015.
Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 25/09/2015 n.19034

La trasformazione della pensione d’invalidità in pensione di vecchiaia al compimento dell’età pensionabile è possibile ove di tale ultima pensione sussistano i requisiti propri anagrafico e contributivo, non potendo essere utilizzato, ai fini di incrementare l’anzianità contributiva, il periodo di godimento della pensione d’invalidità.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 25/09/2015 n.19028

In materia di trasformazione del rapporto di formazione e lavoro in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, è valida la previsione, introdotta in sede di contratto collettivo, di un salario di ingresso (cosiddetto prolungato) in deroga all’art. 3 d.l. n. 726 del 1984, convertito dalla legge n. 863/1984, in quanto il minore trattamento retributivo si giustifica per la oggettiva delimitazione di carattere temporale e per la finalità di incentivare la stabilizzazione del rapporto.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 14/09/2015 n. 18041

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. T.F.L. propose dinanzi al Tribunale di Palermo opposizione allo stato passivo della Sicilcassa s.p.a., società in liquidazione coatta amministrativa, dolendosi del parziale rigetto della domanda volta ad ottenere l’ammissione, allo stato passivo della Sicilcassa, del credito avente ad oggetto le somme, versate da lui o per suo conto, nel Fondo Integrativo Pensioni, ivi comprese quelle poste a carico del datore di lavoro.
2. Il Tribunale accolse la domanda e ammise al passivo della liquidazione il credito vantato dal ricorrente, a titolo di riscatto della sua posizione individuale, oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali, e la sentenza, impugnata dalla Sicilcassa, fu confermata dalla Corte d’appello di Palermo, con sentenza depositata il 28 dicembre 2012.
3. La Corte, prestando adesione ad un precedente di questa Corte (Cass., 11 dicembre 2002, n. 17657), affermò il seguente principio di diritto: “In tema di previdenza complementare, le tre opzioni stabilite dal D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, art. 10 (riscatto, trasferimento del capitale accumulato ad altro fondo “chiuso”, trasferimento ad un fondo “aperto”) in favore degli iscritti che abbiano cessato il rapporto senza maturazione del diritto alla pensione, in epoca successiva all’entrata in vigore della legge stessa, si applicano all’intera posizione individuale, che comprende tutti gli accantonamenti previsti dall’art. 8 di detto decreto, sia del lavoratore che del datore di lavoro, effettuati anche nel periodo antecedente all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 124 del 1993 per i fondi a capitalizzazione preesistenti, anche nel caso in cui gli statuti dei fondi prevedono modalità di rimborso dei capitali accantonati difformi alla norma legale”.
4. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la Sicilcassa s.p.a., sulla base di tre motivi, cui ha resistito con controricorso il lavoratore. Le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c. All’udienza di discussione questa Corte ha tuttavia rilevato che, in altra controversia, sulla medesima questione di diritto sottesa al ricorso, con ordinanza interlocutoria del 28 gennaio 2014, n. 1774, era stata disposta la trasmissione degli atti al primo Presidente per l’eventuale assegnazione della questione alle Sezioni Unite, sicchè si è disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo. Quindi, fissata la nuova udienza dopo la pubblicazione della sentenza delle Sezioni Unite n. 477/2015, le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
In via preliminare, deve rilevarsi l’ammissibilità del ricorso, non ravvisandosi i presupposti per l’applicabilità dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, e tanto in ragione dei contrasti esistenti sulla questione di fondo posta nella presente controversia, solo di recedente composti dall’intervento delle Sezioni Unite, come di seguito si dirà.
1. Con il primo motivo di ricorso la Sicilcassa s.p.a. denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 124 del 1993, art. 10. Assume che è incontestata la natura del Fondo di previdenza integrativo (d’ora in poi solo FIP) come fondo a prestazione definita, privo di conti individuali, con la conseguenza che non vi può essere corrispondenza tra la contribuzione che affluisce al fondo in relazione alla posizione del singolo iscritto e la prestazione che dovrà essergli attribuita alla maturazione del diritto a pensione. Per contro, condizione indispensabile perchè possa trovare applicazione l’art. 10 D.Lgs. cit. è che il Fondo sia strutturato come fondo a contribuzione definita, in cui la prestazione si determina con il criterio della capitalizzazione individuale, in base alla contribuzione imputata sulla posizione individuale. L’art. 7 del regolamento del Fondo riconosce al lavoratore che cessa senza diritto a pensione solo la disponibilità della contribuzione da lui personalmente versata. Ne consegue l’erroneità della decisione nella parte in cui, richiamando l’art. 2117 c.c., ha riconosciuto il diritto dell’iscritto alla riscattabilità di tutta la contribuzione, disponendo l’immediata applicabilità dell’art. 10 del D.Lgs. anche ai fondi preesistenti alla sua entrata in vigore e nonostante la presenza di una norma regolamentare di contenuto diverso.
2. Con il secondo motivo censura la sentenza per violazione degli artt. 1362 c.c. e ss., con riferimento agli artt. 4 e 7 del FIP che escludono la riscattabilità a favore dell’iscritto dell’intera contribuzione affluita al Fondo. Assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto di disapplicare l’art. 7 del regolamento, in base al quale, invece, l’iscritto che cessa dal servizio senza diritto alle prestazioni ha diritto alla restituzione della sola contribuzione da lui versata, con esclusione di quella versata dall’azienda, in quanto destinata a garantire la provvista necessaria a finanziare l’integrazione sui trattamenti di pensione maturati e maturandi, in regime di prestazione definita, e quindi non correlati all’importo e della contribuzione affluita al fondo in relazione al singolo assicurato.
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 429 c.p.c., comma 3, al credito relativo alla contribuzione versata al fondo, suscettibile di riscatto. Assume che tale credito ha indubbiamente natura previdenziale con la conseguenza che non può essere riconosciuto il cumulo tra interessi legali e rivalutazione monetaria, “quanto meno a far tempo dall’1 settembre 1985 (cfr. L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 194)”, momento a partire dal quale si era marcata irreversibilmente la distinzione tra retribuzione differita con funzione previdenziale e accreditamenti per la previdenza integrativa, di natura previdenziale a tutti gli effetti.
4. I primi due motivi, che si affrontano congiuntamente in ragione della connessione che li lega, sono infondati. Sulla questione all’esame di questa Corte sono intervenute le Sezioni Unite con la sentenza del 14 gennaio 2015, n. 477, con la quale si è affermato il seguente principio di diritto: “Il D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, art. 10 (Disciplina delle forme pensionistiche complementari, a norma della L. 23 ottobre 1992, n. 421, art. 3, comma 1, lett. v)) si applica anche ai fondi pensionistici preesistenti all’entrata in vigore della legge delega (15 novembre 1992), quali che siano le loro caratteristiche strutturali e quindi non solo ai fondi a capitalizzazione individuale, ma anche a quelli a ripartizione o a capitalizzazione collettiva”.
4.1. La Corte, dopo aver ricostruito il quadro normativo di riferimento, si è soffermata sulla portata normativa del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, che si occupa della previdenza complementare. Ha osservato che, “ribadita la finalità di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale”, il legislatore ha disciplinato il campo di applicazione, i destinatari, le fonti istitutive delle forme pensionistiche complementari, la natura giuridica dei Fondi pensione, la composizione dei relativi organi di gestione e di controllo, le prestazioni, i finanziamenti, il trattamento tributario di contributi e prestazioni, funzioni e compiti della commissione di vigilanza.
4.2. Ha quindi esaminato l’art. 10, che riguarda la situazione del lavoratore che ha perso i requisiti per la partecipazione al fondo senza aver ancora maturato il diritto alla pensione complementare. La norma dispone quanto segue: “Lo statuto del fondo pensione deve consentire le seguenti opzioni stabilendone misure, modalità e termini per l’esercizio: a) il trasferimento presso altro fondo pensione complementare, cui il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività; b) il trasferimento ad uno dei fondi di cui all’art. 9 (fondi pensione aperti); c) il riscatto della posizione individuale”. Il secondo comma aggiunge: “gli aderenti ai fondi pensione di cui all’art. 9 possono trasferire la posizione individuale corrispondente a quella indicata al comma 1, lett. a), presso il fondo cui il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività”. Il comma 3, specifica: “gli adempimenti a carico del fondo pensione conseguenti all’esercizio delle opzioni di cui ai commi 1 e 2, debbono essere effettuati entro il termine di sei mesi dall’esercizio dell’opzione”.
4.3. Individuata la ratio della norma ed il suo chiaro tenore letterale, in cui non vi è traccia di alcuna distinzione o eccezione, e in particolare non si esclude la sua applicazione alle forme pensionistiche complementari già istituite, le Sezioni Unite hanno osservato che, quando il legislatore è intervenuto nel 1992- 93, introducendo il principio della portabilità in caso di cessazione dei requisiti di partecipazione ai fondi, aveva ben presente che la nuova disciplina avrebbe coinvolto in larga maggioranza fondi a ripartizione o a capitalizzazione collettiva, quale era la gran parte dei fondi preesistenti alla riforma. Ciò nonostante, non li ha esclusi dall’immediata applicazione della nuova disciplina sulla riscattabilità e portabilità, nè ha previsto deroghe o distinzioni di sorta tra le varie forme di previdenza complementare.
4.4. Ed invero, sottolineano le Sezioni Unite che il D.Lgs. n. 124 del 1993, art. 10, fa riferimento ai concetti omnicomprensivi di “forma pensionistica complementare” e di “fondi pensioni” senza operare diversificazioni. La distinzione che il legislatore non ha formulato è stata introdotta in alcune sentenze basandosi sul dato che la lett. c), nel prevedere la possibilità di riscatto, usa l’espressione “riscatto della posizione individuale”. Si è ritenuto che nei fondi a ripartizione o a capitalizzazione collettiva manchi una posizione individuale e che pertanto il riscatto sia possibile solo nei fondi a capitalizzazione individuale. Il concetto, con ulteriore passaggio, è stato poi esteso anche alle ipotesi del trasferimento da un fondo ad un altro previste dalle lett. a) e b).
Si è poi aggiunto un ulteriore argomento, assumendo che nei fondi a ripartizione o a capitalizzazione collettiva sarebbe impossibile enucleare una posizione individuale e vi sarebbe, quindi, un’incompatibilità ontologica tra portabilità e sistemi a ripartizione o capitalizzazione collettiva.
4.5. In realtà, le Sezioni unite hanno chiarito che i due concetti di posizione e conto individuale sono concetti distinti, di cui il legislatore è consapevole laddove, nel dettare la disciplina fiscale (art. 14-quater del medesimo decreto) utilizza il concetto di conto individuale del dipendente e mostra di aver ben presente la sua funzione tutta interna alla gestione del fondo. Hanno quindi aggiunto che, pur a fronte di tale distinzione concettuale, l’operazione di enucleare posizioni individuali nei fondi a ripartizione o a capitalizzazione collettiva, come si è messo in rilievo in precedenti decisioni di questa Corte pienamente condivisibili (in particolare Cass. 7161 del 2013), è tecnicamente possibile con l’applicazione di regole e metodi delle specializzazioni matematiche che si occupano dei problemi del settore assicurativo – previdenziale. La posizione previdenziale, anche se non determinata, è determinabile.
4.6. Una specifica disciplina transitoria per le forme preesistenti a ripartizione viene poi prevista nelle norme finali (art. 18, commi 8 bis, ter, quater) con le quali il legislatore si è preoccupato di prevedere specifici correttivi idonei a contenere gli effetti negativi che i nuovi principi avrebbero potuto determinare sull’equilibrio gestionale dei fondi a ripartizione. Afferma la Corte che “Anche da ciò si desume che se invece nel sancire il principio della portabilità non ha operato differenziazioni e se la disciplina transitoria non solo non include l’art. 10, ma non prevede correttivi o una disciplina speciale differenziata sul riscatto e la portabilità dei fondi a ripartizione preesistenti ciò vuoi dire che il legislatore ha voluto enunciare la portabilità come principio generale al quale avrebbero dovuto adeguarsi tutti i fondi, quali che fossero le loro caratteristiche strutturali e quale che fosse l’epoca della loro costituzione”.
4.7. Le Sezioni Unite hanno pertanto concluso nel senso che tutti gli argomenti addotti per sostenere l’inapplicabilità della disciplina sulla portabilità ai fondi preesistenti a capitalizzazione collettiva o a ripartizione non appaiono convincenti: le espressioni utilizzate, generali e prive di elementi che possano fondare differenziazioni di trattamento, indicano la volontà legislativa di riconoscere la portabilità con riferimento a tutti i fondi, nuovi e preesistenti, quali che siano i meccanismi di gestione. E ciò, pur avendo il legislatore ben presente la variegata morfologia e la sussistenza di elementi di diversità, che rendono a volte più complessa l’operazione di trasferimento quando il fondo non sia a capitalizzazione individuale, ma sia a ripartizione o a capitalizzazione collettiva.
4.8. La scelta si spiega probabilmente con il fatto che il legislatore considera la portabilità come uno degli strumenti fondamentali per garantire il perseguimento di “più elevati livelli di copertura previdenziale”, che costituisce il principio guida della legge delega in materia di previdenza complementare (L. 23 ottobre 1992, n. 421, art. 3, lett. v), ribadito nel decreto legislativo di attuazione (D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124). Si spiega, inoltre, con la consapevolezza, maturata negli anni novanta, della crescente mobilità occupazionale che caratterizza il mercato del lavoro e di conseguenza con la necessità di predisporre strumenti per consentire ai lavoratori, esposti al frammentarsi della vita lavorativa, di non subire, o quanto meno attenuare i contraccolpi sul versante previdenziale.
4.9. Alla luce di questi chiari principi, non scalfiti dalle pur diffuse argomentazioni svolte dalla ricorrente nella memoria ex art. 378 c.p.c., entrambi i motivi devono essere rigettati.
5. Anche il terzo motivo di ricorso è infondato. Con sentenza del 9 marzo 2015, n. 4684, le Sezioni Unite di questa Corte hanno risolto il contrasto esistente in seno alla Suprema Corte, concernente la natura dei versamenti effettuati dal datore di lavoro alla previdenza integrativa o complementare (e quindi la loro computabilità o non ai fini del trattamento di fine rapporto e dell’indennità di anzianità), affermandone il carattere previdenziale non retributivo (ed escludendone la computabilità).
5.7. La Corte, dopo aver individuato la linea di demarcazione tra previdenza obbligatoria (ex lege) e previdenza integrativa o complementare (ex contractu) nel carattere generale, necessario e non eludibile della prima, a fronte della natura eventuale delle garanzie della seconda, che sono fonte di prestazioni aggiuntive rivolte a vantaggio esclusivo delle categorie di lavoratori aderenti ai patti incrementativi dei trattamenti ordinari (e in relazione alla quale non opera il principio dell’automatismo delle prestazioni), ha ritenuto che, anche prima della riforma della previdenza complementare del 1993, i versamenti effettuati in favore dei fondi di previdenza non possono essere considerati di natura retributiva, per la ragione essenziale che gli stessi non sono corrisposti ai dipendenti ma erogati direttamente al fondo.
Tale soluzione, che questo Collegio condivide per l’autorevolezza dell’Organo e la chiarezza del principio, non è tuttavia risolutiva dell’ulteriore questione relativa all’applicabilità del cumulo degli interessi e della rivalutazione al credito maturato dal lavoratore, con riguardo alle somme versate nei fondi integrativi.
5.2. La norma di riferimento, invocata dalla ricorrente, è contenuta nella L. 30 dicembre 1991, n. 412, art. 16, comma 6, che ha disciplinato il regime degli accessori inerenti alle prestazioni dovute dagli “enti gestori di forme di previdenza obbligatoria”: essa dispone, in primo luogo (primo periodo), che tali enti “sono tenuti a corrispondere gli interessi legali……..a decorrere dalla data di scadenza del termine previsto per l’adozione del provvedimento sulla domanda” e, in secondo luogo (ultimo periodo), che “l’importo dovuto a titolo di interessi è portato in detrazione delle somme eventualmente spettanti a ristoro del maggior danno subito dal titolare della prestazione per la diminuzione del valore del suo credito”. Con quest’ultima disposizione è stato sancito il cosiddetto “divieto di cumulo” fra interessi legali e rivalutazione monetaria riguardo alle prestazioni erogate in ritardo dagli enti suddetti, con la conseguenza che la mora deve essere risarcita mediante la corresponsione della maggior somma risultante dal calcolo degli interessi e dal calcolo della rivalutazione.
5.5. Le Sezioni Unite di questa Corte (Cass., Sez. Un., 15 ottobre 2002, n. 14617) hanno chiarito la ratio di questa disciplina, precisando che essa è stata dettata per assolvere ad una funzione riequilibratrice e di contenimento della maggiore spesa cui erano stati sottoposti gli enti previdenziali per effetto della estensione, riguardo ai crediti per accessori sulle prestazioni da essi erogate in ritardo, del meccanismo di rivalutazione proprio dei crediti di lavoro, imposto dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 156 del 12 aprile 1991. Con tale decisione si è infatti dichiarato incostituzionale l’art. 442 c.p.c. “nella parte in cui non prevede che il giudice, quando pronuncia sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro per crediti relativi a prestazioni di previdenza sociale, deve determinare, oltre gli interessi nella misura legale, il maggior danno eventualmente subito dal titolare per la diminuzione del valore del suo credito” (v. anche la successiva sentenza n. 196 del 27 aprile 1993, che ha dichiarato illegittima la stessa norma, nella parte in cui non prevede il medesimo trattamento dei crediti relativi a prestazioni di previdenza sociale “nel caso in cui il ritardo dell’adempimento sia insorto anteriormente al 31 dicembre 1991”).
5.4. Vi era dunque una pressante esigenza di contenere gli effetti negativi prodotti sulla pubblica finanza dalla decisione della Corte Costituzionale, mediante l’incremento della spesa previdenziale corrente, in un contesto di progressivo deterioramento dei conti pubblici (così Cass., n. 14617/2002, cit.). E la funzione riequilibratrice dell’art. 16 cit. è stata poi riconosciuta dalla stessa Corte costituzionale nella successiva sentenza n. 361 del 24 ottobre 1996 – dichiarativa della infondatezza della questione di legittimità della L. n. 412 del 1991, art. 16, comma 6, – in cui si è precisato che “l’art. 38 della Costituzione non esclude la possibilità di un intervento legislativo che, per una inderogabile esigenza di contenimento della spesa pubblica, riduca un trattamento pensionistico” e, a maggior ragione, “gli accessori del credito”, essendosi manifestata, “dopo la sentenza n. 156 dell’8-12 aprile 1991, in un contesto di progressivo deterioramento degli equilibri della finanza pubblica, la necessità di un’adeguata ponderazione dell’interesse collettivo al contenimento della spesa pubblica”.
5.5. E’ poi intervenuto la L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 22, comma 36, seconda parte, che ha esteso la disciplina dettata dalla L. n. 412 del 1991, art. 16, comma 6, “anche agli emolumenti natura retributiva, pensionistica ed assistenziale, per i quali non sia maturato il diritto alla percezione entro il 31 dicembre 1994, spettanti ai dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o in quiescenza”. Tale disposizione è stata oggetto di un nuovo intervento della Corte costituzionale, che, con la sentenza n. 459 del 2 novembre 2000, ha rilevato il contrasto della norma con l’art. 36 Cost. relativamente ai rapporti di lavoro subordinato privato, dichiarando l’illegittimità costituzionale della norma medesima limitatamente alle parole “e privati”.
5.6. Ora, la L. 30 dicembre 1991, n. 412, art. 16, comma 6, nella parte in cui prevede, nel primo periodo, l’obbligo per “gli enti gestori delle forme di previdenza obbligatoria” di pagare gli interessi legali in caso di ritardo, oltre il termine fissato dalla legge, nell’adempimento delle “prestazioni dovute”, costituisce il presupposto per la statuizione contenuta nel secondo periodo, ossia per l’operatività del divieto di cumulo. Il primo dato che si trae dalla relativa formulazione è che la norma fa riferimento a prestazioni erogate da “enti gestori delle forme di previdenza obbligatoria”. Il debitore, pertanto, va individuato non già in un qualsiasi soggetto, persona fisica o giuridica, qualunque sia la natura di quest’ultima, ma in uno di quegli enti pubblici non economici ai quali dalla legge è attribuita una funzione di previdenza nei confronti di determinate categorie di soggetti (ritenuti meritevoli di tutela ai sensi dell’art. 38 della Costituzione) (così ancora, Cass. Sez. Un., n. 14617/2002, cit).
5.7. Il secondo dato è costituito dalla natura della prestazione. Il riferimento, quanto alla decorrenza degli interessi, alla “data di scadenza del termine previsto per l’adozione del provvedimento sulla domanda”, induce ad interpretare la norma nel senso che le prestazioni debbono essere individuate in quelle erogate previa domanda proposta dall’interessato, proprietà questa che accede (soltanto) alle obbligazioni pecuniarie aventi natura previdenziale e non anche a quelle aventi natura retributiva: solo i crediti previdenziali, in effetti, possono essere fatti valere dagli interessati – di norma – solo dopo che sia stata proposta un’apposita domanda all’ente di competenza e dopo che sia decorso un certo lasso di tempo dalla medesima, mentre i crediti cd. di lavoro soggiacciono ad una regola diversa, la relativa obbligazione essendo esigibile nel momento stesso in cui matura il diritto. Ne consegue che le prestazioni cui deve applicarsi il disposto dell’art. 16 L. cit., “non possano che essere quelle riferentesi a crediti previdenziali vantati dagli assicurati nei confronti degli enti gestori delle forme di previdenza obbligatoria” (Cass. Sez. Un. n. 14617/2002, cit., cui adde Cass., 21 ottobre 1997, n. 10355).
6. Alla luce di queste considerazioni, posto che non vi è dubbio che il Fondo della Sicilcassa s.p.a. ha natura privatistica e che le relative prestazioni non rientrano tra le prestazioni previdenziali a carattere obbligatorio, deve ritenersi che si è fuori dall’ambito di applicazione dell’art. 16, comma 6, L. cit. In tal senso, peraltro, si è già espressa questa Corte che, con la sentenza 28 ottobre 2008, n. 25889 (in una fattispecie relativa a trattamento pensionistico integrativo corrisposto dal Fondo costituito dalla Banca di Roma s.p.a.), ha escluso l’applicabilità della disposizione citata, ribadendo che, al di là della natura previdenziale del trattamento pensionistico integrativo del Fondo, il divieto di cumulo d’interessi e rivalutazione monetaria “si riferisce esclusivamente ai crediti previdenziali vantati verso gli enti suddetti (enti gestori di previdenza obbligatoria: n.d.e.) e non è pertanto applicabile alle prestazioni pensionistiche integrative dovute dal datore di lavoro”.
6.1. Il suddetto principio di diritto, oltre ad essere in linea con le Sezioni Unite su richiamate, non si pone in contrasto con successive pronunce di questa Corte (e specificamente con Cass., 28 agosto 2013, n. 19824; Cass., 4 maggio 2012, n. 6752; Cass., 7 marzo 2012, n. 3553), le quali sono state emesse in controversie promosse nei confronti del Fondo di previdenza per gli impiegati delle esattorie e ricevitorie delle imposte dirette, previsto dalla L. 2 aprile 1958, n. 377, come modificata dalla L. 29 luglio 1971, n. 587.
Si tratta, infatti (come le stesse sentenze hanno precisato), di un ente che costituisce una gestione autonoma dell’INPS, con lo scopo principale di integrare le pensioni dovute agli iscritti o ai loro superstiti dall’assicurazione generale obbligatoria. In tali pronunce si è rimarcata, da un lato, la natura obbligatoria della previdenza, “nel senso che gli iscritti sono inseriti contemporaneamente nell’assicurazione generale obbligatoria tanto che nel fondo confluiscono anche i contributi a.g.o. e la pensione che viene liquidata è una pensione “complessiva”, “nell’ambito di un unico rapporto di assicurazione obbligatoria”, e, dall’altro, la fonte legale della disciplina, che non è influenzata da istituti e criteri propri dei fondi integrativi di fonte contrattuale. In altri termini, diversamente dalla presente fattispecie, concorrono entrambi i presupposti – natura previdenziale della prestazione e qualità dell’ente gestore (di forme di previdenza obbligatoria) – previsti nell’art. 16, comma 6, cit., nell’esegesi offerta dalle Sezioni Unite del 2002.
7. L’obbiettiva controvertibilità della questione, attestata dai contrasti giurisprudenziali anche di questa Corte, solo di recente composti dall’intervento delle Sezioni Unite, giustifica la compensazione tra le parti delle spese del presente giudizio. Poichè il ricorso è stato notificato in data successiva al 31 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1. Ed invero, in tema di impugnazioni, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass., ord.13 maggio 2014 n. 10306).
PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese del presente giudizio. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis, dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, il 11 giugno 2015.
Depositato in Cancelleria il 14 settembre 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 11/09/2015 n.17980

Per aversi tacito mutuo consenso inteso a risolvere o comunque a non proseguire il rapporto di lavoro non basta il mero decorso del tempo fra la scadenza del termine illegittimamente apposto e la relativa impugnazione, ma è necessario il concorso di ulteriori e significative circostanze tali da far desumere in maniera chiara e certa la comune volontà delle parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo, circostanze della cui allegazione e prova è gravato il datore di lavoro (ovvero la parte che eccepisce un tacito mutuo consenso).

Cassazione civile sez. lav. sentenza 02/09/2015 n.17435

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 12 dicembre 2012 la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Roma dell’8 giugno 2010 con la quale era stata rigettata la domanda di D.N.R. intesa ad ottenere la dichiarazione dell’illegittimità del licenziamento irrogatogli dalla FARMACAP Azienda Farmasociosanitaria Capitolina in data 2 marzo 2006. La Corte territoriale ha motivato tale pronuncia considerando che i fatti addebitati al ricorrente con contestazione del 9 gennaio 2006 ed avvenuti fra il 19 dicembre 2005 ed il 4 gennaio 2006, e che richiama anche i fatti addebitati con una precedente lettera di contestazione del 19 dicembre 2005, non sono mai stati contestati dal lavoratore che ha invece lamentato un atteggiamento complessivamente persecutorio nei suoi confronti che ha causato un clima di tensione che non giustificherebbe comunque l’impugnato licenziamento. La Corte capitolina ha considerato che l’espletata istruttoria non ha confermato l’atteggiamento persecutorio lamentato dal lavoratore, mentre ha confermato l’esistenza di un clima di tensione nell’azienda che giustifica il disposto licenziamento.
Il D.N. ha proposto ricorso per cassazione avverso tale sentenza articolato su sette motivi.
Resiste la FARMAC con controricorso.
Il ricorrente ha presentato memoria.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo si lamenta violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; omesso esame di un fatto decisivo della causa; art. 2119 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 7, art. 44 CCNL Aziende Farmaceutiche, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., punti 3, 4 e 5. In particolare si deduce che il licenziamento sarebbe stato intimato oltre il termine perentorio stabilito dalla contrattazione collettiva, termine comunque da considerarsi integrante l’elemento essenziale della norma sostanziale art. 2119 c.c..
Con il secondo motivo si deduce violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; omesso esame di un fatto decisivo della causa; L. n. 604 del 1966, art. 2, L. n. 300 del 1970, art. 7, art. 44, comma 9, CCNL Aziende Farmaceutiche ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si lamenta che il licenziamento sarebbe inefficace poichè l’azienda avrebbe omesso di fornire specifici motivi benchè ritualmente richiesti L. n. 604 del 1966, ex art. 2.
Con il terzo motivo si assume violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; art. 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 5, art. 111 Cost., artt. 99, 112 e 113 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., punti 3, 4 e 5. In particolare si deduce che l’azienda avrebbe licenziato il lavoratore per episodi contestati con lettera del 19 dicembre 2005;
il lavoratore avrebbe impugnato il licenziamento poichè infondato; i giudici di merito lo avrebbero invece ritenuto fondato sulla base di una diversa lettera di contestazione del 9 gennaio 2006 i cui episodi sono stati ritenuti dall’azienda implicitamente giustificati dal lavoratore e, per questo, mai sanzionati.
Con il quarto motivo si lamenta violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; L. n. 604 del 1966, art. 5, art. 2119 c.c., art. 111 Cost., artt. 99, 112, 113, 115 e 116 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., punti 3, 4 e 5. In particolare si deduce che la Corte d’appello avrebbe ritenuto fondati i fatti posti a base del licenziamento poichè il lavoratore, non provando la scriminante delle provocazioni, implicitamente non li avrebbe contestati, senza considerare che tale prova era stata ammessa per la diversa domanda di risarcimento danni da persecuzione, che sui fatti che hanno portato al licenziamento non era stata ammessa alcuna prova, e che per legge, in ogni caso, l’onere della prova dei fatti integranti la giusta causa di licenziamento è a carico del datore.
Con il quinto motivo si assume violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; L. n. 604 del 1966, art. 5, art. 2119 c.c., art. 111 Cost., artt. 115 e 116 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si deduce che la Corte d’appello avrebbe ritenuto fondati i fatti posti a base del licenziamento sulla base di dichiarazioni rese prima e fuori dal processo e benchè contestate dal lavoratore, così violando le regole del processo.
Con il sesto motivo si lamenta violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio; art. 2119 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 7, L. n. 604 del 1966, art. 1 e segg., artt. 112, 113, 115 e 116 c.p.c., art. 111 Cost., ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si deduce che la Corte d’appello non avrebbe considerato quanto stabilito dall’art. 2119 cod. civ. che dispone la ricorrenza di elementi oggettivi e soggettivi per integrare una grave lesione del vincolo fiduciario, e non avrebbe considerato che il licenziamento risultava totalmente privo di prova, quindi carente degli elementi costitutivi stabiliti per legge, ed avrebbe ritenuto integrante la giusta causa fatti estranei alla contestazione ed alla motivazione formulata dalla stessa azienda, non provati in giudizio e ritenuti giustificati dall’azienda.
Con il settimo motivo si deduce violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici;vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio;
art. 2119 c.c., art. 27 Cost., artt. 1175 e 1206 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 1 e segg., ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si afferma che i giudici dell’appello non avrebbero considerato l’elemento essenziale e costitutivo della giusta causa di licenziamento costituito dalla proporzione fra i fatti contestati e la sanzione, tenendo conto dell’elemento soggettivo della condotta e l’atteggiarsi complessivo del lavoratore.
Il primo motivo è inammissibile. La censura è infatti relativa a circostanza non trattata nella sentenza impugnata per cui, in mancanza di precisa indicazione del modo con cui era stata proposta la doglianza nei precedenti gradi di merito, deve ritenersi che il motivo in questione sia nuovo e quindi inammissibile non essendo consentito sollevare in sede di legittimità questioni non precedentemente proposte nei gradi di merito.
Anche il secondo motivo si riferisce a doglianza non trattata nella sentenza impugnata, per cui valgono le medesime argomentazioni di cui al primo motivo, con la conseguente inammissibilità del motivo in assenza di precise indicazioni sulle modalità con cui è stata proposta la doglianza nei gradi di merito.
Il terzo motivo è infondato. Con esso sostanzialmente il ricorrente deduce che la sentenza impugnata avrebbe fondato la propria motivazione sugli addebiti contenuti nell’atto di contestazione del 9 gennaio 2006 per i quali il lavoratore non era mai stato sanzionato, mentre il licenziamento era stato in realtà comminato sulla base della diversa precedente contestazione del 20 dicembre 2005. In realtà il ricorrente confonde le due contestazioni che invece la sentenza impugnata, nella sua chiara motivazione, considera nella loro esatta portata, nel senso che il licenziamento per cui è processo si riferisce a tutti i fatti contenuti nelle due contestazioni del 20 dicembre 2005 e del 9 gennaio 2006, per cui, da un lato non appare esatta l’affermazione del ricorrente secondo cui i fatti addebitati con la seconda delle due contestazioni non sarebbero stati sanzionati, e dall’altro appare invece esatta e conseguente l’affermazione contenuta nella stessa sentenza secondo cui il lavoratore appellante nulla ha dedotto in merito ai fatti contenuti nella prima contestazione soffermandosi solo sui fatti di cui alla seconda contestazione deducendo, erroneamente come detto, che per i medesimi non era stato sanzionato.
Anche in ordine al quarto motivo il ricorrente opera una confusione, in particolare fra i fatti addebitati, il cui onere è a carico del datore di lavoro, con quella dell’atteggiamento persecutorio tenuto dallo stesso datore e che è carico del lavoratore. Nel caso in esame la sentenza impugnata/ha ritenuto non contestati i fatti addebitati al lavoratore, e non provato, da parte di questi, l’atteggiamento persecutorio nei suoi confronti. La sentenza impugnata ha correttamente applicato il principio di diritto secondo cui, ogni volta che sia posto a carico di una delle parti un onere di allegazione, l’altra ha l’onere di constare il fatto allegato nella prima difesa utile, dovendo, in mancanza, ritenersi pacifico e non più gravata la controparte del relativo onere probatorio (Cass. 12636/2005). La stessa Corte d’appello ha ritenuto, con giudizio di fatto non censurabile in questa sede, che il lavoratore non ha contestato i fatti addebitatigli, anzi ammettendoli ritenendoli solo giustificati quale reazione all’atteggiamento datoriale nei suoi confronti, e concentrando la sua difesa sulla sussistenza di un comportamento persecutorio che è stato ritenuto non provato, parimente con giudizio di fatto non censurabile in sede di legittimità.
Il quinto ed il sesto motivo sono inammissibili in quanto si riferiscono alla valutazione del materiale probatorio che, a detta del ricorrente, non giustificherebbe le conclusioni a cui è pervenuto il giudice dell’appello secondo cui i fatti addebitati, da un lato non sono stati contestati, e dall’altro hanno trovato conferma nella prova documentale acquisita, affermazioni, come detto, non censurabili in sede di legittimità se non per incompletezza o illogicità che, nel caso concreto, non sussistono.
Il settimo motivo non è fondato. Per costante giurisprudenza di questa Corte il giudizio di proporzionalità della sanzione costituisce giudizio di fatto come tale riservato al giudice del merito e non censurabile in sede di legittimità se, congniamente e logicamente motivato. Nel caso in esame, fra l’altro, la Corte d’appello ha anche verificato la legittimità del licenziamento sulla base del CCNL di categoria applicabile alla fattispecie e che espressamente prevede il licenziamento senza preavviso per i comportamenti contestati al lavoratore nel caso in esame (comportamento ingiurioso o minaccioso durante il servizio, violazione di ogni norma di legge riguardante il deposito, la vendita o il trasporto di medicinali).
Il ricorso deve dunque essere rigettato.
Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
PQM
P.Q.M.
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso;
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in complessive Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali oltre accessori di legge:
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, il 6 maggio 2015.
Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 28/08/2015 n.17290

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
T.G., premesso di essere stato preposto dall’agosto 1997, quale dipendente dell’INPS con qualifica di ispettore generale, alla Direzione dell’Ufficio Affari Generali, Contabilità, e Finanza- Automazione dell’Inps di Roma (OMISSIS), chiedeva al Tribunale della stessa sede la condanna del proprio datore di lavoro a corrispondergli il trattamento economico retributivo dirigenziale connesso alle superiori mansioni svolte dal 22/11/98 al 5/10/01.
Il giudice del lavoro adito, con sentenza in data 1/2/05, accoglieva la domanda di differenze retributive per il periodo descritto e condannava l’Istituto al pagamento in favore del T., della somma di Euro 70.639,87 oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali.
Detta pronuncia veniva parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di Roma che condannava l’Inps al pagamento dell’ulteriore somma di Euro 6.334,37 e dei soli interessi al saggio legale sulle complessive differenze retributive spettanti.
A fondamento del decisum il giudice di appello, per quel che qui rileva, osservava essenzialmente che la Direzione dell’Ufficio Affari Generali, Contabilità, e Finanza-Automazione affidata al T., alla stregua dell’organigramma dell’Inps, rivestiva natura di struttura complessa alla quale doveva essere necessariamente assegnato un dirigente. Precisava, inoltre, che con provvedimento del 1/8/97, era stato modificato l’organigramma della sede, con il collocamento a riposo del dirigente preposto. Concludeva, quindi, che l’affidamento dell’incarico al nuovo dirigente era avvenuto nella pienezza delle funzioni, quale titolare dell’Ufficio, e non nell’espletamento di funzioni di natura meramente vicaria, come dedotto dall’Inps.
Avverso tale pronunciato interpone ricorso per Cassazione l’Inps, affidato ad un unico motivo, resistito con controricorso dal T..
Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con unico motivo di ricorso si denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56, come sostituito dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 25, modificato dal D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15, e dal D.Lgs. n. 165 del 2001, nonchè violazione e falsa applicazione della L. n. 88 del 1989, art. 15, comma 2, ed, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, motivazione insufficiente e contraddittoria circa un fatto controverso e decisivo della controversia.
Si criticano gli approdi ai quali è pervenuta la Corte territoriale, per aver tralasciato di considerare che con l’introduzione della nuova disciplina in tema di dirigenza pubblica, è stato istituito un ruolo unico della dirigenza articolato in sole due fasce, dirigente generale e dirigente, in sostituzione della precedente tripartizione (dirigente generale, dirigente superiore e primo dirigente) e che, in coerenza con i dettami della riforma legislativa della dirigenza, l’Istituto aveva provveduto, con la delibera del c.d.a. n. 799/98 e con circolare n. 17/99, a ridisegnare le linee organiche delle proprie strutture, introducendo un nuovo assetto organizzativo per processi e riducendo le posizioni dirigenziali, con eliminazione di quelle in precedenza attribuite ai “primi dirigenti”.
In tale prospettiva, priva di valenza significativa si palesa lo svolgimento, da parte del dipendente, di mansioni che nel precedente ordinamento dei servizi centrali e periferici, erano attribuiti ad un Primo Dirigente, circostanza che i giudici del gravame avevano posto a fondamento del decisum.
Il motivo è fondato.
Si intende, invero, dare continuità alla giurisprudenza di questa Corte che ha già avuto modo di affrontare tematiche analoghe a quelle prospettate dall’attuale ricorrente (vedi, ex plurimis: Cass. 11 settembre 2007, n. 19025; Cass. 9 settembre 2008, n. 22890; Cass. 23 luglio 2010, n. 17367; Cass. 25 febbraio 2011, n. 4757; Cass. 29 settembre 2014 n. 20466, Cass. 2015 n. 664).
Nelle suddette sentenze è stato, in particolare, precisato che: a) in base al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 27, comma 1, (nel quale è confluito il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 27, bis aggiunto dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 17) si è stabilito che gli enti pubblici non economici nazionali e quindi l’INPS – dovessero adeguare i propri ordinamenti a quelli previsti nella nuova normativa sul lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, adottando appositi regolamenti di organizzazione; b) l’INPS ha adempiuto a tale dovere con la delibera 28 luglio 1998, n. 799 di approvazione del prescritto Regolamento organizzativo; c) nell’art. 16 di tale delibera sono state ridisegnate le funzioni dirigenziali, senza prevedere alcun differimento della relativa efficacia sino alla integrale realizzazione del nuovo modello organizzativo, diversamente da quanto stabilito per altre disposizioni di carattere organizzativo; d) dal rilievo secondo cui il differimento costituiva una conseguenza logicamente necessaria, non potendo le nuove mansioni dirigenziali essere esercitate senza quel modello, non può trarsi l’ulteriore conseguenza che le mansioni esercitate secondo il modello precedente mantenessero il loro carattere dirigenziale; e) infatti, una simile conclusione da un lato non considera che una siffatta classificazione in definitiva comporterebbe la reviviscenza di regole sulla dirigenza pubblica del tutto incompatibili con le norme recate dal D.Lgs. n. 80 del 1998 (poi consolidate con il D.Lgs. n. 165 del 2001) e, dall’altro lato, non tiene conto dei profili valutativi (e peraltro indirettamente regolativi) delle norme di cui alla citata delibera;
f) le suddette fonti normative, nonchè il contratto collettivo nazionale di lavoro di settore 1998/2001 – sottoscritto nel febbraio 1999 ma riguardante, per volontà delle parti (art. 2, comma 1, del C.C.N.L. stesso), il periodo dal 1 gennaio 1998 portano a concludere che le medesime mansioni che nel precedente regime pubblicistico venivano considerate dirigenziali possono essere diversamente qualificate nel regime privatistico del pubblico impiego, in considerazione del diverso contenuto e rilievo che ad esse è stato attribuito in tale ultimo regime; g) nel suindicato ambito è collocabile anche il personale del ruolo esaurimento (espressamente preso in considerazione dall’art. 13, comma 1, del citato c.c.n.l.
1998/2001) e, nel nostro caso, gli ispettori generali del ruolo ad esaurimento, di cui alla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 15, richiamato dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 3, in cui è confluito, fra l’altro, il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 25 (sul punto vedi anche:
Cons. Stato, sez. 6^, sentenze n. 1887 e n.1888 del 2005).
Conseguentemente, la tesi del T., accreditata dalla Corte territoriale, fondata sul rilievo secondo cui la funzione di direzione dell’Ufficio Affari Generali, Contabilità ed Automazione INPS nella sede di Roma (OMISSIS), avrebbe avuto natura e carattere dirigenziale, non è conducente, poichè, in base al ricordato D.Lgs. n. 80 del 1998, è dirigenziale solo la funzione che risponde al modello ivi disegnato, cosicchè, qualora l’ente pubblico interessato si adegui alle nuove regole, pur mantenendo transitoriamente un assetto non corrispondente al nuovo modello, la valutazione delle funzioni che si esercitano in tale organizzazione, per stabilire se esse siano o no dirigenziali, dovrà essere riferita alle nuove regole e non a quelle precedenti.
E tali nuove regole portano ad inquadrare le mansioni di cui si discute nell’ambito di quelle proprie del funzionario apicale, restando irrilevante l’eventuale loro precedente qualificazione come funzioni dirigenziali.
Avendo la sentenza impugnata ancorato la propria valutazione – in conformità a quanto dedotto dal lavoratore – alla qualifica dirigenziale delle mansioni secondo il precedente ordinamento organizzativo, la censura all’esame, per il periodo successivo alla ridetta Delib. n.799 del 1998, risulta fondata.
Conclusivamente il ricorso va accolto.
La sentenza impugnata va pertanto cassata in relazione alla censura svolta, con rinvio al Giudice designato in dispositivo, per nuovo esame della controversia, da svolgersi in conformità degli indicati principi di diritto. Il Giudice del rinvio provvederà altresì sulle spese del giudizio di cassazione.
PQM
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 29 aprile 2015.
Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 25/08/2015 n.17119

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1.- Con ricorso al Giudice del lavoro di Frosinone l’ Istituto Commerciale Kennedy s.r.l., proponeva opposizione avverso cartella esattoriale, notificata dalla società concessionaria della riscossione Banca di Roma s.p.a., per il pagamento della somma di Euro 48.271,50 a titolo di sanzioni civili ed interessi di mora per ritardato pagamento di contributi previdenziali per il periodo marzo 1997 – agosto 2000, ai sensi della L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 116, comma 8, lett. b).
2.- Rigettata l’opposizione e proposto appello dall’opponente, che ribadiva che nella specie era applicabile il più favorevole regime sanzionatorio dell’omissione contributiva e non quello dell’evasione applicato dall’INPS, la Corte d’appello di Roma con sentenza del 19.01.10 rigettava l’impugnazione. Rilevava la Corte che la società assicurata, con l’intenzione specifica di non versare i contributi, non aveva presentato nei termini i modelli DM 10 relativi al periodo contributivo interessato, inviati solo nel gennaio 2001, ed aveva corrisposto in ritardo gli importi dovuti, di modo che era corretta la sanzione irrogata per l’evasione contributiva.
3.- Propone ricorso per cassazione la soc. Istituto Kennedy.
Risponde con controricorso INPS.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
4.- I motivi di ricorso si riassumono come segue.
4.1.- Con il primo motivo di corso è dedotta violazione della L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 116, comma 8.
La ricorrente contesta sostiene che Corte d’appello ha interpretato la norma in senso esclusivamente formale. La mancanza di uno solo degli adempimenti del datore di lavoro comporterebbe l’applicazione automatica delle maggiori sanzioni previste per l’evasione contributiva, ove sia sintomo di volontà di non adempiere all’obbligazione e, comunque, ove il datore stesso non abbia provato che la mancata osservanza non avesse quell’obiettivo. Tale interpretazione esclude che possa essere qualificato “omissione contributiva” il comportamento che indica la volontà di ritardare il pagamento, anche se non di evadere l’obbligazione, come avvenuto nel caso di specie, ove il contribuente ha tenuto regolarmente le scritture contabili, pur comunicandone tardivamente all’INPS il contenuto, ed adempiuto all’obbligazione contributiva prima ancora che l’Istituto ne facesse richiesta. La tesi della Corte di merito, inoltre, impone al contribuente di dare prova di un fatto negativo, attinente il foro interno della persona.
4.2.- Con il secondo motivo è dedotta insufficiente ed illogica motivazione in relazione all’applicazione della norma in questione.
Risulta, infatti, agli atti la prova che il datore di lavoro ha presentato spontaneamente le dichiarazioni contributive e che ha provveduto al pagamento dei contributi secondo un piano di rateizzazione, successivamente regolarmente seguito. Tali circostanze costituirebbero la prova che la società ha solo tentato di ritardare il pagamento dovuto, senza intenzione alcuna di evitarlo.
5.- Procedendo all’esame congiunto dei due motivi, deve premettersi la ricostruzione della disciplina applicabile al caso di specie.
L’art. 116, comma 8, di cui si assume la violazione, prevede che “I soggetti che non provvedono entro il termine stabilito al pagamento dei contributi o premi dovuti alle gestioni previdenziali ed assistenziali, ovvero vi provvedono in misura inferiore a quella dovuta, sono tenuti: a) nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge;
b) in caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, cioè nel caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento; la sanzione civile non può essere superiore al 60 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge. Qualora la denuncia della situazione debitoria sia effettuata spontaneamente prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori e comunque entro dodici mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e semprechè il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro trenta giorni dalla denuncia stessa, i soggetti sono tenuti al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi, non corrisposti entro la scadenza di legge”.
Per il caso del mancato o insufficiente pagamento dei contributi previdenziali sul piano sanzionatorio la norma distingue, dunque, due fattispecie diversamente sanzionate: alla lett. a) il mancato o ritardato pagamento (ovvero l’omissione contributiva), per il quale è previsto il pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti, per un importo massimo del 40 per cento dei contributi non corrisposti;
alla lett. b) l’evasione contributiva per la quale è previsto il pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento, per un importo massimo del 60 per cento dei contributi non corrisposti.
Per la seconda fattispecie, lo stesso comma 8, lett. b) prevede l’attenuazione della sanzione (che viene parificata a quella sub a), ove la denunzia sia spontaneamente effettuata prima della contestazione dell’Istituto e comunque entro dodici mesi dal termine di pagamento dei contributi, a condizione che il pagamento avvenga nei trenta giorni seguenti.
6.- Il principio affermato in termini generali dalla giurisprudenza della Corte di cassazione è che l’omessa o infedele denuncia mensile all’INPS attraverso i modelli DM10 circa rapporti di lavoro e retribuzioni erogate integra di per sè l’evasione contributiva e non la meno grave omissione contributiva. L’omessa o infedele denuncia fa, infatti, presumere l’esistenza della volontà datoriale di occultare i dati allo specifico fine di non versare i contributi o i premi dovuti. In particolare, si ritiene che la mancata o infedele denunzia configuri occultamento dei rapporti e delle retribuzioni (o di entrambi) e faccia presumere l’esistenza della volontà di realizzare l’occultamento allo specifico fine di non versare i contributi. Conseguentemente grava sul datore inadempiente l’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e, quindi, la sua buona fede, onere che non può tuttavia reputarsi assolto in ragione della avvenuta corretta, annotazione dei dati, omessi o infedelmente riportati nelle denunce, sui libri di cui è obbligatoria la tenuta (v. Cass. 25.06.12 n. 10509 e 27.12.11 n. 28966, nonchè indirettamente Cass. 20.01.11 n. 1230).
7.- Nella fattispecie concreta – in cui l’INPS ha ravvisato l’evasione contributiva ed ha irrogato le sanzioni previste dall’art. 116, comma 8, lett. b), – il giudice di merito ha rilevato che: a) la società opponente ha presentato in data 5.01.01 i modelli DM10, b) dagli stessi l’Istituto ha avuto contezza del debito contributivo relativo al periodo marzo 1997/agosto 2000, c) il datore ha poi pagato il debito contributivo in forma rateale, pur in mancanza di accettazione della dilazione di pagamento.
Rileva il Collegio giudicante che l’art. 116, comma 8, ricollega la fattispecie più lieve dell’omissione contributiva alla circostanza che l’ammontare dei contributi (di cui sia stato omesso o ritardato il pagamento) sia rilevabile “dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie”.
Nel caso di specie risulta, tuttavia, che la presentazione dei modelli DM10 è stata omessa per periodi particolarmente lunghi (superiori ai tre anni per quelli più risalenti) e che sono di conseguenza state omesse le denunzie riepilogative annuali mod. 770, mentre non è stato precisato se il credito dell’Istituto fosse comunque evidenziato nella documentazione di provenienza datoriale accessibile dai servizi ispettivi.
Il comportamento del datore obbligato è, pertanto, correttamente riconducibile alla fattispecie più grave dell’evasione, in quanto nella sostanza il credito relativo ai vari periodi di contabilizzazione è rimasto ignoto all’INPS e sottratto ad ogni verifica. L’ammontare dei contributi non è stato, in altre parole, portato a conoscenza dell’Istituto per lunghi periodi, il che giustifica l’opinione del giudice di appello che ha ricompreso il comportamento del datore nella situazione legale della “evasione connessa a registrazioni o denunzie obbligatorie omesse”.
8.- In tale situazione sarebbe stato onere del datore – secondo la menzionata giurisprudenza di legittimità, qui pienamente condivisa – dare la prova della mancanza dell’intento fraudolento, in considerazione del fatto che la disposizione normativa in esame assimila la “evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero”, al “caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate”.
E’ questo il significato della locuzione “cioè” interposta nella prima parte della lett. b), tra i due comportamenti appena descritti.
L’interpretazione della norma è, quindi, nel senso che ove l’evasione derivi dalle rilevate omissioni il datore può in ogni caso scriminare il proprio comportamento assolvendo ad detto onere probatorio.
9.- Nella situazione di fatto accertata dal giudice di merito non può ravvisarsi neppure il trattamento premiale previsto sul piano sanzionatorio per il “ravvedimento operoso”, consentito dalla seconda parte della lett. b) in esame nel caso che sia stato il datore stesso a denunziare la propria situazione debitoria, nonostante l’oggettiva condizione di evasione. Tale più favorevole trattamento scatta, infatti, solo nel caso che la denunzia della situazione debitoria “sia effettuata spontaneamente… comunque entro dodici mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e semprechè il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro trenta giorni dalla denunzia stessa”. Nel caso di specie la denunzia dell’omesso pagamento dei contributi più lontani risulta avvenuta ben dopo la scadenza del dodicesimo mese ed i versamenti sono stati effettuati in termini ben più lunghi di trenta giorni dalla denunzia.
10.- In conclusione il ricorso è infondato e deve essere rigettato, con condanna della società ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo.
PQM
P.Q.M.
la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100 (cento) per esborsi ed in Euro 2.500 (duemilacinquecento) per compensi, oltre accessori.
Così deciso in Roma, il 1 aprile 2015.
Depositato in Cancelleria il 25 agosto 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 06/08/2015 n.16527

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La Corte d’appello di Napoli ha confermato la sentenza del Tribunale di rigetto della domanda proposta da I.F., già dipendente del Credito Emiliano dal 1990 al 24/9/2002, data delle dimissioni, volta ad accertare la nullità della clausola apposta all’atto sottoscritto in data 10/7/2000 con il quale si prevedeva che, in deroga alla contrattazione collettiva di categoria, il termine di preavviso, in caso di dimissioni del lavoratore, era prolungato di 12 mesi e che a fronte di tale obbligo la Banca si impegnava ad integrare il trattamento economico con un assegno ad personam di L 300.000 lorde per 13 mensilità. La Corte d’appello ha affermato che il patto del 10/7/2000 era valido e non inficiato dalle nullità denunciate. Ha rilevato che l’art. 2118 c.c. non stabiliva il termine congruo di durata del preavviso; che pertanto nessun limite era previsto per le parti collettive e queste ben potevano rimettere alle parti individuali la determinazione della durata, fatti salvi i limiti derivanti da norme inderogabili e dalla finalità di realizzare interessi meritevoli di tutela.
Ha affermato che l’art. 63 del CCNL consentiva alle parti private di determinare la durata del preavviso, in caso di dimissioni, in misura diversa da quella di un mese prevista dalla norma collettiva e che nella norma non era contenuto alcun elemento che consentisse di modificare la durata del preavviso solo quando fossero state già presentate le dimissioni.
Ha affermato, altresì, che non difformi dalle previsioni dell’art. 63 erano le norme (art. 84) del CCNL di settore del 1995, reso efficace erga omnes dal D.P.R. n. 934 del 1962 e da ultimo con L. n. 97 del 1963 per le aziende di credito minori; che la previsione non era peggiorativa rispetto alla contrattazione collettiva considerata la corresponsione di un assegno ad personam e la previsione che il patto era limitato a due anni e che l’accordo inoltre non era diretto a tutelare interessi non meritevoli di tutela nè sussisteva alcuna violazione di norme comunitarie. Avverso la sentenza ricorre lo I. formulando tre motivi. Resiste il Credito Emiliano.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1) Con il primo motivo si denuncia violazione artt. 1418 cc per aver la Corte ritenuto il patto legittimo e non violativo dell’art. 2118 e dei diritti indisponibili del lavoratore. Rileva che l’art. 2118 citato rinviando alla contrattazione collettiva la fissazione della durata del preavviso rendeva inderogabile in peius la previsione contrattuale collettiva e che una diversa durata incideva su diritti indisponibili del lavoratore.
2) Con il secondo motivo si denuncia violazione dell’art. 56, comma 1, del CCNL dipendenti da aziende di credito. Si censura l’affermazione della Corte secondo cui l’art. 63, comma 1, del CCNL di settore non si riferiva soltanto al caso della pattuizione di una diversa e più lunga durata del preavviso a seguito della presentazione delle dimissioni e ciò in violazione dell’interpretazione basata sul significato letterale della norma.
3) Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 1322, 1382 e 1384 c.c. censurandosi la sentenza per non avere la Corte ritenuto che le parti, nel disciplinare i loro reciproci interessi, non si ponevano su un piano di parità e per non avere la banca dimostrato quale fosse il suo interesse all’adempimento della prestazione al momento della sottoscrizione del patto di prolungamento del preavviso nel luglio 2000 tale da giustificare una penale pari a 27 volte il suo corrispettivo, manifestamente eccessiva.
I motivi, congiuntamente esaminati stante la loro connessione, sono infondati.
La questione è stata già esaminata più volte da questa Corte e da ultimo con sentenza n. 4991/2015 in relazione ad altro dipendente del medesimo istituto di credito. In particolare si è evidenziato che:
1) sul piano delle fonti disciplinatrici del preavviso e del relativo contenuto l’art. 2118 c.c. prevede che “ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando preavviso nel termine e nei modi stabiliti dalle norme corporative, dagli usi o secondo equità”.
2) L’art. 98 disp. att. c.c. prevede poi che “nei rapporti d’impiego inerenti all’esercizio dell’impresa, in mancanza di norme corporative o di usi più favorevoli, per quanto concerne… la durata del periodo di preavviso (Cod. Civ. 2118), si applicano le corrispondenti norme del R.D.L. 13 novembre 1924, n. 1825, convertito nella L. 18 marzo 1926, n. 562”, norme che prevedono in due mesi la durata del preavviso.
In tema, poi, il c.c.n.l. per i dipendenti delle aziende di credito del 31.8.55, reso efficace erga omnes con D.P.R. n. 934 del 1962, prevede un preavviso di un mese, “salvo che intervenga tra il lavoratore e l’azienda un accordo per abbreviare o prolungare il termine”.
L’art. 63 del CCNL del settore attribuisce alle parti la facoltà di stabilire in caso di dimissioni un termine di preavviso diverso da quello di un mese. Infine, il contratto stipulato dalle parti prevede un termine di preavviso superiore di 12 mesi al termine della contrattazione collettiva.
3) La sentenza impugnata, con interpretazione corretta e coerente con il dato letterale delle disposizioni in esame, ha ritenuto che il nucleo di inderogabilità della norma codicistica riguardasse solo l’obbligatorietà del preavviso e non anche la sua durata, la cui disciplina è stata rimessa alle fonti subordinate il che consente di escludere la possibilità di ravvisare un contrasto del patto individuale sanzionabile ex art. 2077 c.c..
4) Una volta ammessa la disciplina da parte della contrattazione collettiva della durata del preavviso, non può che affermarsi la legittimità della disciplina individuale alla quale la contrattazione collettiva (come nella specie) fa rinvio per la regolamentazione della durata del preavviso.
5) Va peraltro rilevato che, anche a prescindere dal rinvio contenuto nella disciplina collettiva, questa Corte ha da tempo risolto in senso positivo in ogni caso il problema della legittimità delle pattuizioni individuali volte a regolamentare il preavviso, affermando (Sez. L, Sentenza n. 3741 del 09/06/1981) che, nel rapporto di lavoro dipendente, il preavviso si pone come condizione di liceità del recesso, la cui inosservanza è sanzionata dall’obbligo di corrispondere da parte del recedente una indennità sostitutiva; pertanto esso non può essere preventivamente escluso dalla volontà delle parti, nè essere limitato nella sua durata rispetto a quello fissato dalla contrattazione collettiva; è lecito invece, mediante accordo individuale, pattuirne una maggior durata giacchè tale pattuizione può giovare al datore di lavoro, come avviene nel caso in cui non è agevole la sostituzione del lavoratore recedente, ed è sicuramente favorevole a quest’ultimo che resta avvantaggiato dal computo dell’intero periodo agli effetti della indennità di anzianità, dei miglioramenti retributivi e di carriera e dal regime di tutela della salute, (v. pure Cass. n. 5929/79). Nel medesimo senso si è ritenuto (Sez. L, Sentenza n. 18547 del 20/08/2009; Sez. L, Sentenza n. 17817 del 07/09/2005) che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell’ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, e che non contrasta pertanto con alcuna norma o principio dell’ordinamento giuridico la clausola con cui si prevedano limiti all’esercizio di detta facoltà, stabilendosi a carico del lavoratore un obbligo risarcitorio per l’ipotesi di dimissioni anticipate rispetto ad un periodo di durata minima (nella fattispecie, il contratto era stato stipulato per l’assunzione di un pilota presso una compagnia aerea che si assumeva i costi dell’addestramento per il conseguimento dell’abilitazione a condurre un dato tipo di aeromobile); inoltre, la medesima clausola non rientra neppure in alcuna delle ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 1341 cod. civ., per le quali è richiesta l’approvazione specifica per iscritto.
Il principio è stato ribadito ancor più di recente (Sez. L, Sentenza n. 17010 del 25/07/2014) essendosi affermato che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell’ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, che comporti, fuori dell’ipotesi di giusta causa di recesso di cui all’art. 2119 cod. civ., il risarcimento del danno a favore della parte non recedente, conseguente al mancato rispetto del periodo minimo di durata del rapporto; nè può prospettarsi, in relazione alle clausole pattizie che regolano l’esercizio della facoltà di recesso dal rapporto di lavoro subordinato, una limitazione della libertà contrattuale del lavoratore, in violazione della tutela assicurata dai principi dell’ordinamento.
6) Alla luce di tale ricostruzione, può dirsi che l’ordinamento rimette alle parti sociali ovvero alle stesse parti del rapporto la facoltà di disciplinare la durata del preavviso in relazione alle proprie valutazioni di convenienza, rendendo essenzialmente le parti arbitre del giudizio di maggior favore della disciplina concordata.
7) Nel descritto contesto, la durata legale o contrattuale del preavviso è dunque derogabile dall’autonomia individuale in relazione a finalità meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico, quale quella per il datore di garantirsi nel tempo la collaborazione di un lavoratore particolarmente qualificato, sottraendo lo alle lusinghe della concorrenza, mediante l’attribuzione al dipendente di ulteriori benefici economici e di carriera in funzione corrispettiva del vincolo assunto dal dipendente circa la limitazione della facoltà di recesso ancorandone l’esercizio ad un più lungo periodo di preavviso.
8) La pattuizione individuale di una più ampia durata del preavviso a fronte di vantaggi per il lavoratore (nel caso, la corresponsione di un assegno ad personam di 300.000 lire lorde per tredici mensilità) è dunque legittima, essendosi già affermato in sede di legittimità (Sez. L, Sentenza n. 23235 del 03/11/2009) il principio, che qui va ribadito, secondo il quale, in materia di recesso dal rapporto di lavoro, è valida la clausola del contratto individuale che preveda un termine di preavviso per le dimissioni più lungo rispetto a quello stabilito per il licenziamento, ove tale facoltà di deroga sia prevista dal contratto collettivo ed il lavoratore riceva, quale corrispettivo per il maggior termine, un compenso in denaro (la sentenza ha escluso altresì che tale accordo si ponga in contrasto con l’art. 1750 cod. civ., di cui va esclusa l’applicazione, attesa l’impossibilità di ravvisare una analogia fra il contratto di lavoro subordinato e quello d’agenzia, nel quale il lavoratore autonomo sopporta il rischio economico).
Quanto al secondo motivo l’interpretazione letterale accolta dalla Corte non risulta censurata in modo tale da evidenziarne vizi logici e, dunque, la pretesa del ricorrente di limitare la possibilità di modificare la durata del preavviso solo dopo che il lavoratore abbia già dato le sue dimissioni non trova alcun fondamento nella disposizione.
Deve infatti ribadirsi (ex plurimis Cass. 7 giugno 2011, n. 12297, Cass n 27 marzo 2013 n 14642) che, qualora il giudice di merito abbia ritenuto il senso letterale delle espressioni utilizzate dagli stipulanti, eventualmente confrontato con la ratio complessiva d’una pluralità di clausole, idoneo a rivelare con chiarezza ed univocità la comune volontà degli stessi, così che non sussistano residue ragioni di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l’intento effettivo dei contraenti, detta operazione deve ritenersi utilmente compiuta anche senza che si sia fatto ricorso ai criteri sussidiar dell’interpretazione negoziale.
Quanto al terzo motivo deve rilevarsi che la Corte territoriale ha precisato che solo nelle note il ricorrente aveva evidenziato la sperequazione delle reciproche obbligazioni e l’intrinseca eccessiva onerosità del patto, “la minorazione psicologica in cui si trovava il lavoratore”; l’assimibilità alla penale con richiesta di riduzione dell’indennità sostitutiva del preavviso per eccessività.
La Corte territoriale ha dunque evidenziato la novità delle suddette questioni ma su questo aspetto della decisione della Corte d’appello di Napoli il ricorrente non ha formulato alcuna censura.
Deve, comunque, rilevarsi che la pretesa di applicare la disciplina della clausola penale è priva di fondamento in quanto nella scrittura intercorsa tra le parti non vi è alcun cenno ad una penale commisurata all’indennità sostitutiva del preavviso.
Deve, altresì, escludersi che l’indennità di preavviso abbia natura risarcitoria da inadempimento contrattuale, e non invece indennitaria. Il preavviso ha la funzione economica di attenuare le conseguenze dell’improvvisa interruzione del rapporto per chi subisce il recesso. Alla stessa funzione va ricondotta l’indennità sostitutiva prevista per il caso di violazione del suddetto obbligo, onde la funzione di tale erogazione non è risarcitoria di un danno certo, ma indennitaria, ossia di rimedio contro la semplice eventualità di mancato reperimento di una nuova occupazione e di tutela della parte che subisce l’iniziativa dell’altra di porre fine al rapporto, attenuando le conseguenze della sua improvvisa interruzione. (cfr sulla natura indennitaria Cass SSUU n 7914/1994; n 11137/2004;n 24776/2013) Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza.
PQM
P.Q.M.
la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 4.000,00 per compensi professionali e Euro 100,00 per spese, oltre accessori come per legge e spese generali nella misura del 15%.
Così deciso in Roma, il 21 maggio 2015.
Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 15/07/2015 n.14818

Ai fini della configurabilità della risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso non è di per sé sufficiente la mera inerzia del lavoratore dopo l’impugnazione del licenziamento, essendo piuttosto necessario che sia fornita la prova di altre significative circostanze denotanti una chiara e certa volontà delle parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo. Tali significative circostanze non possono ravvisarsi nella mera percezione del t.f.r. (indennità di fine lavoro), trattandosi di emolumento connesso alle esigenze alimentari del lavoratore, la cui pur volontaria accettazione non può costituire indice di una volontà di risoluzione del rapporto.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 09/07/2015 n.14360

Deve esser confermato il licenziamento intimato al lavoratore, il quale aveva fatto seguire ai numerosi insulti e alle minacce, che così risultavano rafforzate e confermate nella loro reale consistenza, le vie di fatto, costituite dall’atto di brandire la scopa nei confronti del direttore del punto vendita i cui prestava la propria attività, arrestandola solo a pochi centimetri dalla spalla di questi.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 04/06/2015 n.11556

Il trasferimento su domanda del lavoratore già dipendente dell’Amministrazione delle Poste e delle Telecomunicazioni (poi trasformata in ente pubblico economico e poi in S.p.A.) ad una diversa amministrazione, presso la quale il medesimo prestava attività in posizione di fuori ruolo o di comando al momento della trasformazione, determina la continuazione del rapporto di lavoro con l’amministrazione di destinazione, verificandosi un fenomeno di mera modificazione soggettiva nel lato datoriale dei rapporto medesimo. Ciò comporta l’inquadramento dei dipendente sulla base della posizione già posseduta nella precedente fase dei rapporto, inquadramento da individuarsi in quello maggiormente corrispondente, nell’ambito della disciplina legale e contrattuale applicabile nell’ente ad quem, all’inquadramento in essere presso l’ente a quo.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 04/06/2015 n.11547

In tema di mobbing, va esclusa la sussistenza di una condotta persecutoria nella contestazione di una serie di addebiti al lavoratore (rientro in azienda, dopo le festività di fine anno, in ritardo; abbandono del posto di lavoro; non corretta esecuzione delle prestazioni lavorative; “disordine nella postazione di lavoro»; assenza non giustificata) allorchè in nessuno dei casi specificamente presi in considerazione risulti l’assoluta insussistenza degli addebiti, l’evidente sproporzione dei richiami o altro sintomo che consenta di ravvisarvi un carattere meramente pretestuoso o discriminatorio, atteso che l’intento persecutorio del datore di lavoro non può ricavarsi dalle iniziative disciplinari poste in essere dal medesimo, avverso le quali è pur sempre consentito al lavoratore tutelare le proprie ragioni attraverso gli specifici rimedi apprestati dalla legge.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 28/05/2015 n.11051

In materia di indennità di disoccupazione, ove il rapporto di lavoro sia cessato a seguito di dimissioni del lavoratore, non riconducibili a sua libera scelta, perché indotte da comportamenti altrui idonei ad integrare la condizione dell’improseguibilità del rapporto, ex art. 2119 c.c., viene a delinearsi uno stato di disoccupazione involontaria, ai sensi dell’art. 38 della Costituzione, con conseguente diritto all’indennità stessa.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 28/05/2015 n.11056

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. La Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, pronunciando sull’impugnazione proposta da M.M. A. nei confronti della Banca Carime spa, in ordine alla sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Taranto, n. 6815/09, rigettava l’appello.
2. Il giudice di primo grado aveva respinto la domanda proposta dal M. nei confronti della suddetta Banca, volta ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare, intimatogli con lettera raccomandata del 15 ottobre 2004, e la conseguente applicazione della tutela di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18.
3. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre il M., prospettando tre motivi di ricorso, assistiti da memoria depositata in prossimità dell’udienza.
4. La Banca Carime spa resiste con controricorso.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Occorre premettere che il licenziamento disciplinare trovava ragione nella riconduzione a M.M.A., impiegato della Banca Carime spa, della proposta rivolta a S. G., di finanziare la sas Arredare di Castellana Grotte per la realizzazione di un capannone con l’utilizzo di somme provenienti dallo smobilizzo di capitali che lo stesso S. aveva presso la Banca, con conseguente conflitto tra l’interesse del dipendente e quello del datore di lavoro, e la violazione del dovere di riservatezza, utilizzando la conoscenza della situazione finanziaria dello S. per metterlo in contatto con i soggetti interessati al prestito.
2. Tanto premesso può passarsi ad esaminare i motivi di ricorso.
3. Con il primo motivo di ricorso è dedotto difetto di motivazione riferito ai mezzi istruttori.
Il ricorrente riporta le dichiarazioni rese il 31 luglio 2008 alla Guardia di Finanza di Taranto dallo S., assumendo la non tardività della produzione del documento in giudizio, e la decisività delle stesse quanto all’esclusione di qualsiasi coinvolgimento del M. con i contatti intercorsi con la Ditta Arredare sas, nonchè il difetto di motivazione circa il rapporto tra procedimento disciplinare e processo penale.
Analoghe considerazioni svolge il ricorrente per l’acquisizione, nel giudizio di primo grado, del decreto di archiviazione del GIP presso il Tribunale di Bari in ordine ai fatti contestati al M..
La Corte d’Appello, infatti, riteneva che, correttamente, all’udienza del 19 gennaio 2009, il giudice di primo grado, aveva respinto la produzione del suddetto verbale della Guardia di finanza, in quanto lo S. era già stato esaminato nella qualità di teste all’udienza del 22 giugno 2007, ed aveva, in detta sede, precisato che, tre anni prima, aveva sporto denuncia per truffa nei confronti, fra gli altri, del dipendente M..
Il diniego alla produzione, trovava ragione non nella tardività della stessa, ma nella ininfluenza della medesima, atteso che già era in atti la deposizione testimoniale resa sotto giuramento, e l’eventuale difformità dalla versione resa dallo S. avrebbe dovuto essere fatta valere con gli appropriati rimedi processuali, non essendo sovrapponile la vicenda relativa al licenziamento con l’illecito penale, ovvero solo civile, denunciato dallo S..
3.1. Il motivo non è fondato e deve esser rigettato. Va precisato, rispetto al decreto di archiviazione del GIP di Bari, che il decreto di archiviazione emesso dal giudice penale non ha autorità di cosa giudicata nel giudizio disciplinare, non essendo equiparabile ad una sentenza definitiva di assoluzione per insussistenza del fatto o per non averlo l’imputato commesso (Cass., n. 16277 del 2010).
Con riguardo al verbale della Guardia di finanza, che comunque, per come trascritto in ricorso, riporta che lo S. dichiarava di avere denunciato/querelato anche il M., la motivazione della Corte d’Appello è corretta e congrua, atteso che lo S. veniva sentito come teste nel giudizio avente ad oggetto al specifica vicenda disciplinare e che, dunque, in sede di escussione, andavano richiesti chiarimenti, tenuto conto, altresì che gli accertamenti in sede penale non precludono una autonoma valutazione dell’incidenza dei medesimi fatti sul rapporto professionale, dovendosi negare – in linea con gli orientamenti della Corte costituzionale (sentenze n. 971 del 1988 e n. 197 del 1993), che ha riferito l’autonomia del procedimento disciplinare al criterio di razionalità, con conseguente esclusione di ogni automatismo di valutazione – che sussista incompatibilità tra la necessaria autonomia del procedimento disciplinare, che riflette garanzie fondamentali della persona del lavoratore, e le connessioni che si instaurano con la giurisdizione penale, in funzione delle esigenze di economicità dei giudizi e di salvaguardia dei principi di imparzialità (Cass., n. 15890 del 2011, relativa a fattispecie diversa dalla presente, di sentenza penale di applicazione della pena su richiesta delle parti, ma che qui si richiama in ragione del principio generale enunciato con riguardo al rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare).
Nè, ai fini della rilevanza, atteso quanto sopra riportato circa la dedotta denuncia/querela del M., il ricorrente chiarisce quali divergenze per lui significative erano ravvisabili rispetto all’esito della prova per testi dello S. alla quale fa riferimento la Corte d’Appello.
4. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento agli artt. 115 e 166 c.p.c..
Insufficiente e contraddittoria – motivazione in ordine alla valutazione della prova orale acquisita.
Il ricorrente censura la statuizione della Corte d’Appello, relativa alla ricostruzione dei fatti, in ordine al ruolo svolto da esso ricorrente nel bonifico richiesto dallo S. alla propria Banca Carime a favore della società Arredare sas, in quanto affetta da vizio di ragionamento che non consentirebbe di controllarne l’iter logico seguito.
L’unico teste a sfavore era il D., denunciato per falsa testimonianza, anch’esso dipendente della Banca e con interesse precipuo, ignorato senza motivazione dal giudice di appello, ad addossare le responsabilità al collega M., che si era limitato a cambiare un assegno al portatore di Euro 3.510.000, emesso dallo S. e consegnato a Montanaro Angelo della Arredare sas.
Nè, valore poteva attribuirsi al rapporto degli ispettori della Banca, per non essere gli stessi pubblici ufficiali, mentre fede privilegiata aveva il verbale della Guardia di Finanza che non era stato ammesso, peraltro in contrasto con gli artt. 115 e 166 c.p.c..
4.1. Il motivo non è fondato e deve esser rigettato.
Quanto alla mancata ammissione del verbale della Guardia di finanza, non è ravvisabile la suddetta censura atteso l’espletamento della prova per testi dello S. e le considerazioni sopra svolte.
Rispetto alla valutazione delle prove raccolte va ricordato come con la proposizione del ricorso per Cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente;
l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione.
In tema di prova, altresì, spetta in via esclusiva al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, assegnando prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, nonchè la facoltà di escludere anche attraverso un giudizio implicito la rilevanza di una prova, dovendosi ritenere, a tal proposito, che egli non sia tenuto ad esplicitare, per ogni mezzo istruttorio, le ragioni per cui lo ritenga irrilevante ovvero ad enunciare specificamente che la controversia può essere decisa senza necessità di ulteriori acquisizioni.
Nella fattispecie in esame, la Corte d’Appello ha rilevato come il giudice di primo grado aveva valutato con attenzione l’interrogatorio formale, e passato in rassegna le deposizioni assunte. Il Tribunale dava atto, altresì, dei riscontri documentali raccolti in sede di verifica ispettiva e relativi alle operazioni effettuate per il rimborso delle quote e obbligazioni e per lo smobilizzo dei fondi nella titolarità dello S..
Peraltro non solo il teste D.R., ma anche il teste Longo Francesco, riferivano del comportamento del M. in termini tali da potersene dedurre la consapevolezza dei reali contorni dell’operazione effettuata dallo S., dell’interesse a non comparirvi e della volontà di liberare il collega D. da ogni responsabilità per i negativi sviluppi della vicenda.
Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, ove la testimonianza abbia ad oggetto fatti che espongano il dichiarante a responsabilità penale non si pone una questione di incapacità a deporre, nè di esonero dall’obbligo di deporre, ma solo, in ipotesi, di attendibilità del teste (Cass., n. 24580 del 2013), che afferisce alla veridicità della deposizione e il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità.
Nella specie, la attendibilità ritenuta dalla Corte d’Appello, atteso che il D. non era interessato al giudizio, è contestata in modo generico e non adeguato da parte del ricorrente, in quanto genericamente e senza riferimenti/riscontri temporali o procedimentali/processuali, è prospettato che lo stesso sarebbe stato denunciato per falsa testimonianza ed essendo l’unico autore dei fatti avrebbe avuto interesse ad addossare le proprie responsabilità al ricorrente.
Infine, va rilevato che la Corte d’Appello poichè richiama la verifica ispettiva, specificatamente con riguardo alle operazioni bancarie effettuate rispetto alla posizione dello S., non supplisce all’onere probatorio gravante sulle parti.
5. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta omessa e insufficiente motivazione in ordine alla sussistenza della giusta causa di licenziamento e al rapporto di proporzionalità tra addebiti contestati e sanzione applicata (art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2106 e 2119 c.c., e all’art. 36 del CCNL, art. 360 c.p.c., n. 5).
Il ricorrente, nel richiamare la giurisprudenza di legittimità, contesta la motivazione sul punto, in ragione del verbale della Guardia di finanza e del decreto di archiviazione del GIP di Bari, ricorda le dichiarazioni di plauso ricevute per l’espletamento delle proprie mansioni, l’assenza di interesse per sè medesimo, nonchè di danno per la Banca in ordine ai fatti in questione, e la circostanza che il D., anch’egli oggetto di procedimento disciplinare, era stato solo trasferito.
5.1. Il motivo non è fondato e deve essere rigettato.
Non possono trovare accoglimento in ragione di quanto già sopra detto le argomentazioni relative al verbale della Guardia di finanza e al decreto di archiviazione del GIP. Tanto premesso, si rileva che a prescindere dall’inammissibilità della censura formulata con riguardo al CCNL di settore, del cui art. 30, non è riportato il testo, va ricordato che la giusta causa di licenziamento è nozione legale e il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo; ne deriva che il giudice può ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore; per altro verso, il giudice può escludere altresì che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato (Cass., n. 4060 del 2011).
E’ necessario accertare se, in relazione alla qualità del singolo rapporto intercorso fra le parti, ed alla qualità ed al grado di fiducia che il rapporto comporta, la specifica mancanza risulti oggettivamente e soggettivamente idonea a ledere in modo grave, così da farla venir meno, la fiducia che il datore ripone nel proprio dipendente, senza che possa assumere rilievo l’assenza o la modesta entità del danno patrimoniale subito dal datore.
L’irrogazione della massima sanzione disciplinare, dunque, risulta giustificata solamente in presenza d’un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali, ovvero di un comportamento tale che non consenta la prosecuzione del rapporto di lavoro.
La valutazione della gravità del comportamento e della sua idoneità a ledere irrimediabilmente la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente (giudizio da effettuarsi considerando la natura e la qualità del rapporto, la qualità ed il grado del vincolo di fiducia connesso al rapporto, l’entità della violazione commessa e l’intensità dell’elemento soggettivo) è funzione del giudice del merito, che, adeguatamente motivata, in sede di legittimità è insindacabile.
La Corte d’Appello, correttamente, e con congrua motivazione, tenuto conto anche del rigore con cui l’elemento fiduciario deve essere valutato nel settore bancario, ha ritenuto intervenuta la violazione dei doveri di fedeltà e riservatezza e la lesione del vincolo fiduciario. Va considerato, altresì, che nel caso di licenziamento per giusta causa, ai fini della valutazione della proporzionalità tra fatto addebitato e recesso viene in considerazione non l’assenza o la speciale tenuità del danno patrimoniale ma la ripercussione sul rapporto di una condotta suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti (cfr, Cass., n. 14507 del 2003, n. 19684 del 2014).
Nè il diverso esito disciplinare per altro dipendente può assumere rilievo, in quanto ai fini della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento, qualora risulti accertato che l’inadempimento del lavoratore licenziato sia stato tale da compromettere irrimediabilmente il rapporto fiduciario, è di regola irrilevante che un’analoga inadempienza, commessa da altro dipendente, sia stata diversamente valutata dal datore di lavoro (Cass., n. 10550 del 2013), non venendo peraltro messe a confronto le relative contestazioni ai fini di prospettare l’identità delle situazioni riscontrate.
6. Il ricorso deve essere rigettato.
7. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.
PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro cento per esborsi, Euro tremilacinquecento per compensi professionali, oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 29 gennaio 2015.
Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2015

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

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Lo Studio Legale Parenti raccoglie e seleziona quotidianamente per i suoi visitatori le Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 27/05/2015 n.10955

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. D.L.D., dipendente della Pelliconi Abruzzo s.r.l.
con la qualifica di operaio addetto alle presse stampatrici, è stato licenziato in data 24 settembre 2012 sulla base delle seguenti contestazioni: 1) in data 21/8/2012 si era allontanato dal posto di lavoro per una telefonata privata di circa 15 minuti che gli aveva impedito di intervenire prontamente su di una pressa, bloccata da una lamiera che era rimasta incastrata nei meccanismi; 2) nello stesso giorno era stato trovato, nel suo armadietto aziendale, un dispositivo elettronico (Ipad) accesso e in collegamento con la rete elettrica; 3) nei giorni successivi, in orari esattamente indicati, si era intrattenuto con il suo cellulare a conversare su face book.
Il licenziamento è stato intimato per giusta causa, ai sensi dell’art. 1, comma 10, Sez., 4^ – Tit. 7^ del C.C.N.L. di categoria.
1.1. Il D.L. ha presentato ricorso L. n. 300 del 1970, ex art. 18, come modificato dalla L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 42, al Tribunale di Lanciano il quale, con sentenza resa in sede di opposizione contro l’ordinanza con la quale era stata rigettata l’impugnativa di licenziamento, l’ha accolta e ha dichiarato risolto rapporto di lavoro tra le parti con effetto dalla data del licenziamento; ha quindi condannato la società datrice di lavoro a corrispondere al lavoratore un risarcimento del danno pari a ventidue mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Il Tribunale ha infatti ritenuto che i fatti contestati al lavoratore, – non essendo riconducigli a condotte punite dal C.C.N.L. con sanzioni conservative, in ragione della pluralità delle stesse e della loro commissione in un ristretto contesto spaziotemporale -, nondimeno, non integrassero gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo, con la conseguenza che in base all’art. 18 cit., comma 5, nel testo modificato, doveva riconoscersi al lavoratore la sola tutela “attenuata” del risarcimento del danno.
1.2. La sentenza è stata reclamata dinanzi alla Corte d’appello dell’Aquila, con impugnazione principale, dal D.L. e, con impugnazione incidentale, dalla Pelliconi s.r.l. e la Corte aquilana, con sentenza depositata in data 12 dicembre 2013 ha rigettato il reclamo principale e accolto quello incidentale, rigettando così l’impugnativa di licenziamento proposta dal ricorrente, che ha poi condannato alla restituzione della somma ricevuta in esecuzione della sentenza reclamata.
1.3. La Corte territoriale ha ritenuto che i fatti addebitati al lavoratore siano stati provati attraverso la deposizione del teste P., responsabile del personale; che l’accertamento compiuto dalla società datrice di lavoro delle conversazioni via internet intrattenute dal ricorrente con il suo cellulare nei giorni e per il tempo indicato – accertamento reso possibile attraverso la creazione da parte del responsabile del personale di un “falso profilo di donna su face book” – non costituisse violazione della L. n. 300/1070, art. 4, in difetto dei caratteri della continuità, anelasticità, invasività e compressione dell’autonomia del lavoratore, nello svolgimento della sua attività lavorativa, del sistema adottato dalla società per pervenire all’accertamento dei fatti. Ha quindi proceduto al giudizio di proporzionalità tra i fatti accertati e la sanzione arrogata, ritenendo che si fosse in presenza di inadempimenti che esulano dallo schema previsto dall’art. 10 del C.C.N.L., in considerazione del fatto che il lavoratore era stato già sanzionato per fatti analoghi nel 2003 e nel 2009 e che tali precedenti erano stati espressamente richiamati nella lettera di contestazione.
1.4. Contro la sentenza il D.L. propone ricorso per cassazione sostenuto da tre motivi, cui resiste con controricorso la società.
Le parti depositano memorie ex art. 378 c.p.c..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
In via preliminare deve rilevarsi che è infondata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per cassazione sollevata dalla difesa della Pelliconi Abruzzo s.r.l. nella memoria ex art. 378 c.p.c., sul presupposto che esso sarebbe stato notificato ai sensi dell’art. 149 c.p.c., l’11 febbraio 2014 (espressamente definito dal notificante, quale “ultimo giorno”), e cioè il sessantunesimo giorno dopo la data di comunicazione della sentenza della Corte aquilana, avvenuta a mezzo PEC il 12 dicembre 2013. In realtà, come si evince dalla stampigliatura in calce al ricorso, apposta dall’ufficiale giudiziario notificatore, l’atto è stato consegnato per la notifica il 10 febbraio 2014, con la conseguenza che il ricorso è tempestivo e, dunque, ammissibile.
1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta “la violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 4, della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, e dell’art. 1175 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non essersi dichiarato inutilizzabile il controllo a distanza operato sul lavoratore senza la preventiva e indispensabile autorizzazione”. Assume che lo “stratagemma” (così definito dalla corte del merito) adoperato dall’azienda per accertare le sue conversazioni telefoniche via internet durante l’orario di lavoro costituisce una forma di controllo a distanza, vietato dall’art. 4 dello statuto dei lavoratori, trattandosi peraltro di un comportamento di rilievo penale, oltre che posto in violazione dei principi di correttezza e buona fede previsti dall’art. 1175 c.c..
1.2. – Il motivo è infondato.
1.3.- E’ rimasto accertato nella precedente fase di merito che, previa autorizzazione dei vertici aziendali, il responsabile delle risorse umane della Pelliconi Abruzzo s.r.l. ha creato un falso profilo di donna su face book con richiesta di “amicizia” al D. L., con il quale aveva poi “chattato in più occasioni”, in orari che la stessa azienda aveva riscontrato concomitanti con quelli di lavoro del dipendente, e da posizione, accertata sempre attraverso face-book, coincidente con la zona industriale in cui ha sede lo stabilimento della società.
1.4. – L’art. 4 dello statuto dei lavoratori vieta le apparecchiature di controllo a distanza e subordina ad accordo con le r.s.a. o a specifiche disposizioni dell’Ispettorato del Lavoro l’installazione di quelle apparecchiature, rese necessarie da esigenze organizzative e produttive, da cui può derivare la possibilità di controllo. E’ stato affermato da questa Corte che l’art. 4 “fa parte di quella complessa normativa diretta a contenere in vario modo le manifestazioni del potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro che, per le modalità di attuazione incidenti nella sfera della persona, si ritengono lesive della dignità e della riservatezza del lavoratore” (Cass., 17 giugno 2000, n. 8250), sul presupposto – “espressamente precisato nella Relazione ministeriale – che la vigilanza sul lavoro, ancorchè necessaria nell’organizzazione produttiva, vada mantenuta in una dimensione umana, e cioè non esasperata dall’uso di tecnologie che possono rendere la vigilanza stessa continua e anelastica, eliminando ogni zona di riservatezza e di autonomia nello svolgimento del lavoro” (Cass., n. 8250/2000, cit., principi poi ribaditi da Cass., 17 luglio 2007, n. 15892, e da Cass., 23 febbraio 2012, n. 2722).
7.5.- Il potere di controllo del datore di lavoro deve dunque trovare un contemperamento nel diritto alla riservatezza del dipendente, ed anche l’esigenza, pur meritevole di tutela, del datore di lavoro di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore.
1.6. – Benchè non siano mancati precedenti di segno contrario (Cass., 3 aprile 2002, n. 4746), tale esigenza di tutela della riservatezza del lavoratore sussiste anche con riferimento ai cosiddetti “controlli difensivi” ossia a quei controlli diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori, quando tali comportamenti riguardino l’esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro e non la tutela di beni estranei al rapporto stesso, ove la sorveglianza venga attuata mediante strumenti che presentino quei requisiti strutturali e quelle potenzialità lesive, la cui utilizzazione è subordinata al previo accordo con il sindacato o all’intervento dell’Ispettorato del lavoro” (Cass., n. 15892/2007, cit.; v. pure Cass., 1 ottobre 2012, n. 16622). In tale ipotesi, è stato precisato, si tratta di “un controllo c.d. preterintenzionale che rientra nella previsione del divieto flessibile di cui all’art. 4, comma 2” (Cass. 23 febbraio 2010 n. 4375).
1.7. – Diversamente, ove il controllo sia diretto non già a verificare l’esatto adempimento delle obbligazioni direttamente scaturenti dal rapporto di lavoro, ma a tutelare beni del patrimonio aziendale ovvero ad impedire la perpetrazione di comportamenti illeciti, si è fuori dallo schema normativo della L. n. 300 del 1970, art. 4.
1.8. – Si è così ritenuto che l’attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali per conoscere il testo di messaggi di posta elettronica, inviati da un dipendente bancario a soggetti cui forniva informazioni acquisite in ragione del servizio, prescinde dalla pura e semplice sorveglianza sull’esecuzione della prestazione lavorativa ed è, invece, diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati) (Cass., n. 2722/2012). Così come è stata ritenuta legittima l’utilizzazione, da parte del datore di lavoro, di registrazioni video operate fuori dall’azienda da un soggetto terzo, estraneo all’impresa e ai lavoratori dipendenti della stessa, per esclusive finalità “difensive” del proprio ufficio e della documentazione in esso custodita (Cass., 28 gennaio 2011, n. 2117).
1.9. – Infine, è stato precisato che le norme poste dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, artt. 2 e 3, a tutela della libertà e dignità del lavoratore, delimitano la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei suoi interessi con specifiche attribuzioni nell’ambito dell’azienda (rispettivamente con poteri di polizia giudiziaria e di controllo della prestazione lavorativa), ma non escludono il potere dell’imprenditore, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 c.c., di controllare direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica o anche attraverso personale esterno – costituito in ipotesi da dipendenti di una agenzia investigativa – l’adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche dei dipendenti già commesse o in corso di esecuzione, e ciò indipendentemente dalle modalità del controllo, che può avvenire anche occultamente, senza che vi ostino nè il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti nè il divieto di cui alla stessa L. n. 300 del 1970, art. 4, riferito esclusivamente all’uso di apparecchiature per il controllo a distanza (Cass. 10 luglio 2009, n. 16196).
1.10.- Nell’ambito dei controlli cosiddetti “occulti”, la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di affermarne la legittimità, ove gli illeciti del lavoratore non riguardino il mero inadempimento della prestazione lavorativa, ma incidano sul patrimonio aziendale (nella specie, mancata registrazione della vendita da parte dell’addetto alla cassa di un esercizio commerciale ed appropriazione delle somme incassate), e non presuppongono necessariamente illeciti già commessi (Cass., 9 luglio 2008, n. 18821; Cass., 12 giugno 2002, n. 8388; v. Cass., 14 febbraio 2011, n. 3590, che ha precisato che le disposizioni dell’art. 2 dello statuto dei lavoratori non precludono al datore di lavoro di ricorrere ad agenzie investigative – purchè queste non sconfinino nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata dall’art. 3 dello statuto direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori -, restando giustificato l’intervento in questione non solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione; e Cass., 2 marzo 2002, n. 3039 che ha ritenuto legittimo il controllo tramite pedinamento di un informatore farmaceutico da parte del capo area; v. pure Cass., 14 luglio 2001, n. 9576, in cui si è ribadita, citando ampia giurisprudenza, la legittimità dei controlli effettuati per il tramite di normali clienti, appositamente contattati, per verificare l’eventuale appropriazione di denaro – (ammanchi di cassa) – da parte del personale addetto).
In questo stesso orientamento, si pone da ultimo, Cass., 4 marzo 2014, n. 4984, che ha ritenuto legittimo il controllo svolto attraverso un’agenzia investigativa, finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio dei permessi ex L. n. 104 del 1992, ex art. 33, (suscettibile di rilevanza anche penale), non riguardando l’adempimento della prestazione lavorativa, in quanto effettuato al di fuori dell’orario di lavoro ed in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa.
1.11.- Da questo panorama giurisprudenziale, può trarsi il principio della tendenziale ammissibilità dei controlli difensivi “occulti”, anche ad opera di personale estraneo all’organizzazione aziendale, in quanto diretti all’accertamento di comportamenti illeciti diversi dal mero inadempimento della prestazione lavorativa, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, ferma comunque restando la necessaria esplicazione delle attività di accertamento mediante modalità non eccessivamente invasive e rispettose delle garanzie di libertà e dignità dei dipendenti, con le quali l’interesse del datore di lavoro al controllo ed alla difesa della organizzazione produttiva aziendale deve contemperarsi, e, in ogni caso, sempre secondo i canoni generali della correttezza e buona fede contrattuale.
1.12.- Ad avviso del Collegio, la fattispecie in esame rispetta questi limiti e si pone al di fuori del campo di applicazione dell’art. 4 dello statuto dei lavoratori. Infatti, il datore di lavoro ha posto in essere una attività di controllo che non ha avuto ad oggetto l’attività lavorativa più propriamente detta ed il suo esatto adempimento, ma l’eventuale perpetrazione di comportamenti illeciti da parte del dipendente, poi effettivamente riscontrati, e già manifestatisi nei giorni precedenti, allorchè il lavoratore era stato sorpreso al telefono lontano dalla pressa cui era addetto (che era così rimasta incustodita per oltre dieci minuti e si era bloccata), ed era stata scoperta la sua detenzione in azienda di un dispositivo elettronico utile per conversazioni via internet.
Il controllo difensivo era dunque destinato ad riscontare e sanzionare un comportamento idoneo a ledere il patrimonio aziendale, sotto il profilo del regolare funzionamento e della sicurezza degli impianti. Si è trattato di un controllo ex post, sollecitato dagli episodi occorsi nei giorni precedenti, e cioè dal riscontro della violazione da parte del dipendente della disposizione aziendale che vieta l’uso del telefono cellulare e lo svolgimento di attività extralavorativa durante l’orario di servizio.
1.13. – Nè può dirsi che la creazione del falso profilo face book costituisca, di per sè, violazione dei principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del rapporto di lavoro, attenendo ad una mera modalità di accertamento dell’illecito commesso dal lavoratore, non invasiva nè induttiva all’infrazione, avendo funzionato come mera occasione o sollecitazione cui il lavoratore ha prontamente e consapevolmente aderito.
1.14. Altrettanto deve dirsi con riguardo alla localizzazione del dipendente, la quale, peraltro, è avvenuta in conseguenza dell’accesso a face book da cellulare e, quindi, nella presumibile consapevolezza del lavoratore di poter essere localizzato, attraverso il sistema di rilevazione satellitare del suo cellulare.
In ogni caso, è principio affermato dalla giurisprudenza penale che l’attività di indagine volta a seguire i movimenti di un soggetto e a localizzarlo, controllando a distanza la sua presenza in un dato luogo ed in un determinato momento attraverso il sistema di rilevamento satellitare (GPS), costituisce una forma di pedinamento eseguita con strumenti tecnologici, non assimilabile ad attività di intercettazione prevista dall’art. 266 c.p.c. e ss., (Cass. pen., 13 febbraio 2013, n. 21644), ma piuttosto ad un’attività di investigazione atipica (Cass., pen., 27 novembre 2012, n. 48279), i cui risultati sono senz’altro utilizzabili in sede di formazione del convincimento del giudice (cfr. sul libero apprezzamento delle prove atipiche, Cass., 5 marzo 2010, n. 5440).
1.14. – Sono invece inammissibili per difetto di autosufficienza le ulteriori doglianze del ricorrente, incentrate sull’inquadrabilità della condotta posta in essere da P.G., responsabile delle risorse umane della Pelliconi, e costituita dalla creazione del falso profilo face book, nel reato di cui all’art. 494 c.p.. Di tale questione non vi è, infatti, cenno nella sentenza impugnata e la parte, pur asserendo di averla sottoposta alla cognizione dei giudici di merito, non indica in quale momento, in quale atto e in quali termini ciò sarebbe avvenuto, con la precisa indicazione dei dati necessari per il reperimento dell’atto o del verbale di causa in cui la questione sarebbe stata introdotta. Nè l’accertamento della rilevanza penale del fatto può essere condotto d’ufficio da questa Corte, poichè la valutazione circa l’esistenza dei presupposti oggettivi e soggettivi del reato richiede un’indagine tipicamente fattuale, che esula dai limiti del sindacato devoluto a questa Corte.
Conseguentemente, sono da dichiararsi inammissibili ai sensi dell’art. 372 c.p.c., i documenti prodotti dal ricorrente unitamente alla memoria difensiva, relativi ad atti del procedimento penale avviato nei confronti del P. (decreto penale di condanna e verbali di interrogatorio), poichè essi non riguardano la nullità della sentenza impugnata nè l’ammissibilità del ricorso o del controricorso. 2. Con il secondo motivo il ricorrente censura la sentenza per “violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., della L. n. 604 del 1966, art. 5, dell’art. 2697 c.c., della L. n. 300 del 1970, art. 7, e della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3), per non essersi assolto all’onere probatorio gravante in capo al datore di lavoro giustificativo del comminato licenziamento. Erronea e carente valutazione delle risultanze probatorie in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5), per essersi erroneamente valutate ed interpretate le acquisizioni probatorie agli atti di causa”.
2.1. – Il motivo è inammissibile sotto il profilo della violazione di legge, dal momento che il ricorrente non indica quale affermazione della Corte territoriale si pone in violazione delle norme indicate.
Ed invero il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ex art. 360 c.p.c., n. 3, deve essere dedotto, a pena di inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, non solo con la indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatoci della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendo alla Corte regolatrice di adempiere il suo istituzionale compito di verificare il fondamento della lamentata violazione. Risulta, quindi, inidoneamente formulata la deduzione di “errori di diritto” individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesamente violate, ma non dimostrati per mezzo di una critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, (cfr.
Cass., 8 marzo 2007, n. 5353; Cass., 19 gennaio 2005, n. 1063; Cass., 6 aprile 2006, n. 8106; Cass., 26 giugno 2013, n. 16038; 1 dicembre 2014, n. 25419).
2.2. – Sotto il profilo del vizio di motivazione deve rilevarsi che, nel regime del nuovo art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (applicabile ratione temporis alla sentenza in esame, in quanto pubblicata dopo il 30 giorno successivo a quello di entrata in vigore della L. 7 agosto 2012, n. 134), valgono i principi espressi dalle Sezioni unite di questa Corte, che con la sentenza n. 8053 del 7 aprile 2014, hanno affermato che “L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciatile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale atto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”.
2.3. – Nel caso di specie, il ricorrente non ha assolto tale onere, avendo omesso di specificare quale tra i fatti principali o secondari non sia stato considerato dal giudice di merito, risolvendosi la censura essenzialmente nell’addebitare alla Corte di non aver valutato la documentazione esibita dalle parti nel secondo grado del giudizio – documentazione di cui peraltro non viene indicato nè il contenuto nè i tempi e i luoghi della sua produzione, con evidente violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione -; nonchè di aver ritenuto provate circostanze di fatto che, invece, non erano state trovate, senza peraltro, anche in tal caso, riportare integralmente le deposizioni testimoniali che non sarebbero state esattamente interpretate e senza specificare dove sarebbero rinvenibili i verbali in cui le dette deposizioni sarebbero state trascritte. Infine, introduce questioni nuove, che non risultano affrontate nella sentenza di merito e rispetto alle quali il ricorrente non fornisce indicazioni sul modo ed il tempo in cui esse sarebbero state introdotte nelle pregresse fasi del giudizio di merito. Ciò vale per la mancata affissione del codice di disciplinare e per la recidiva, che secondo il suo assunto non avrebbe potuto esser utilizzata dal giudice di merito in quanto i fatti, relativi all’anno 2009, sarebbero stati archiviati e gli altri, risalenti al 2003, non potevano certo valere ai fini di determinare il licenziamento.
Con riferimento a quest’ultimo aspetto, è sufficiente rilevare che il giudice del merito ne ha tenuto conto ai soli fini della globale valutazione, anche sotto il profilo psicologico, del comportamento del lavoratore e della gravità degli specifici episodi addebitati, non già come fatto costitutivo del diritto di recesso, con la conseguente irrilevanza dell’asserita archiviazione (Cass., 19 dicembre 2006, n. 27104; Cass., 20 ottobre 2009, n. 22162; Cass., 27 marzo 2009, n. 7523; Cass., 19 gennaio 2011, n. 1145).
2.4. – In definitiva, così impostato, il motivo del ricorso si risolve in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni effettuate e, in base ad esse, delle conclusioni raggiunte dal Giudice di merito cui non può imputarsi d’avere omesso l’esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio ritenuti non significativi, giacchè soddisfa all’esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente di quelle tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie che siano state ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo (cfr.
tra le tante, Cass., 25 maggio 2006, n. 12446; Cass. 30 marzo 2000 n. 3904; Cass. 6 ottobre 1999 n. 11121).
2.5.- Non sussiste pertanto il denunciato vizio di motivazione il quale, anche nella giurisprudenza precedente all’intervento delle sezioni unite citato, deve emergere dall’esame del ragionamento svolto dal giudice di merito, quale risulta dalla sentenza impugnata, e può ritenersi sussistente solo quando, in quel ragionamento, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettate dalle parti rilevabili, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione, mentre non rileva la mera divergenza tra valore e significato attribuiti dallo stesso giudice di merito agli elementi da lui vagliati, ed il valore e significato diversi che, agli stessi elementi, siano attribuiti dalla ricorrente e, in genere, dalle parti per tutte, Cass., Sez. Un., 25 ottobre 2013, n. 24148; Cass., ord. 7 gennaio 2014, n. 91).
3.- Con il terzo motivo il ricorrente censura la sentenza per “violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., della L. n. 604 del 1966, art. 1, dell’art. 1455 c.c., dell’art. 2697 c.c., e della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), sotto il profilo della mancata proporzionalità tra il comportamento addebitato al lavoratore e il licenziamento comminatogli. Violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., della L. n. 604 del 1966, art. 1, degli artt. 9) e 10) sez. 4^, titolo 7^ del C.C.N.L. dei metalmeccanici e della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3), sotto il profilo dell’erronea, incongrua e immotiva applicazione della sanzione del licenziamento comminato al lavoratore”.
3.1.- Il motivo è improcedibile con riferimento alla dedotta violazione delle norme del C.C.N.L. dei metalmeccanici, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, in difetto della produzione, unitamente al ricorso per cassazione, del contratto collettivo, oltre che di ogni precisa indicazione circa il tempo e il luogo della sua produzione nelle pregresse fasi del giudizio e l’attuale sua collocazione nel fascicolo del giudizio di cassazione.
Quanto al giudizio di proporzionalità, esso è stato condotto dal giudice del merito con rigore, valutando tutti gli elementi di fatto raccolti e complessivamente considerati dai quali ha tratto un giudizio, da un lato, di gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all’intensità del profilo intenzionale, dall’altro, di proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per giungere al convincimento che le lesione dell’elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, era tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare.
4. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, nella misura liquidata in dispositivo.
PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e 4.000,00, per compensi professionali, oltre oneri accessori come per legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis, dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2014.
Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 20/04/2015 n.7981

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La Corte d’appello di Firenze, con sentenza depositata il 16 gennaio 2009, riuniti i giudizi, ha confermato le distinte sentenze di primo grado che avevano riconosciuto a B.L. e agli altri lavoratori indicati in epigrafe, ferrovieri, l’anzianità di servizio e gli scatti di anzianità maturati sin dalla stipula dei rispettivi contratti di formazione e lavoro, condannando Rete Ferroviaria S.p.A. e Trenitalia S.p.A. a corrispondere agli stessi lavoratori le differenze retributive maturate per effetto di detto riconoscimento nella misura da determinare in separato giudizio.
La Corte di merito ha ritenuto che il periodo di formazione e lavoro va computato nell’anzianità di servizio, ai fini dei relativi scatti periodici, in caso di trasformazione del rapporto di formazione in rapporto a tempo indeterminato, nonostante gli accordi collettivi del 1988 e del 1995 avessero escluso espressamente dal computo dell’anzianità il periodo relativo alla formazione.
Ciò, ad avviso della Corte, era desumibile dal tenore del D.L. n. 726 del 1984, art. 3, comma 5, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 863 del 1984, secondo cui il periodo di formazione è computato nell’anzianità di servizio in caso di trasformazione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato, effettuata durante ovvero al termine del contratto di formazione e lavoro, e trovava peraltro riscontro nell’indirizzo giurisprudenziale, secondo cui la distinzione tra istituti di origine legale e trattamenti di fonte convenzionale non trova fondamento nel tassativo tenore del testo normativo, la cui portata non può ritenersi derogabile neanche mediante previsioni della contrattazione collettiva.
Per la cassazione di questa sentenza propongono ricorso le società Rete Ferroviaria e Trenitalia sulla base di un solo motivo, articolato in più censure. Resistono con controricorso i lavoratori D.G. e A. nonchè, con distinto controricorso, gli altri lavoratori indicati in epigrafe, i quali ultimi hanno altresì depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
Sono rimasti intimati i lavoratori di cui alla sentenza impugnata, non costituitisi in giudizio con i suddetti controricorsi.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con l’unico motivo del ricorso le ricorrenti, denunciando plurime violazioni di legge nonchè di accordi e contratti collettivi, sostengono che la disposizione di cui alla L. n. 863 del 1984, art. 3, comma 5, di conversione del D.L. n. 726 del 1984 – secondo cui il periodo di formazione e lavoro è computato nell’anzianità di servizio in caso di trasformazione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato – non è inderogabile e non riguarda tutti gli istituti nei quali viene in rilievo l’anzianità, sicchè non può trovare applicazione con riguardo agli aumenti periodici di anzianità, i quali non soggiacciono all’applicazione del principio di proporzionalità e sufficienza della retribuzione ed hanno fonte esclusiva nell’autonomia negoziale collettiva o individuale.
Ed infatti, la disposizione dianzi indicata, nel disciplinare una ipotesi particolare di trasformazione del rapporto, è volta a garantire diritti sanciti da norme inderogabili, ma non già ad impedire che le parti disciplinino contrattualmente istituti e profili generalmente rimessi alla loro disponibilità.
Sotto altro profilo, aggiungono le ricorrenti, la mancata applicazione degli aumenti periodici al periodo di formazione e lavoro trova la sua ragion d’essere proprio nella particolare natura di quel rapporto, nel quale all’elemento della prestazione lavorativa si abbina il profilo dell’apprendimento e, quindi, dell’acquisizione della professionalità, presupposto minimo indispensabile alla realizzazione della stabilità del rapporto.
Nè l’esclusione degli aumenti di anzianità comporta un conflitto tra norma di legge ed autonomia collettiva, in quanto la prima ha valenza di disposizione generale e non stabilisce affatto che l’anzianità del servizio prestato in base al contratto di formazione debba essere necessariamente computata ai fini della progressione economica di carriera del dipendente una volta che il rapporto si è trasformato in rapporto a tempo indeterminato, ma stabilisce solo genericamente che tale periodo “è computato nell’anzianità di servizio”.
In definitiva, argomentano le ricorrenti, sotto il profilo letterale, logico, gerarchico, dogmatico, teleologico e sistematico, non vi sono elementi per ritenere che l’autonomia collettiva, in considerazione della specificità del contratto di formazione, non possa escludere per questa categoria di lavoratori determinati elementi retributivi.
2. Il ricorso non è fondato.
La questione per cui è controversia è stata sottoposta all’esame delle Sezioni unite di questa Corte, a seguito di un contrasto di giurisprudenza denunciato dalla Sezione lavoro con ordinanza dell’11 novembre 2009 – 28 gennaio 2010, n. 1860.
Era in discussione se fossero valide o meno, in riferimento alla prescrizione di cui al D.L. n. 726 del 1984, art. 3, commi 5 e 12, come convertito nella L. n. 863 del 1984, le norme della contrattazione collettiva (nella specie, accordo interconfederale del 18 dicembre 1998 e accordo nazionale tra l’Azienda e le OO.SS. del 7 luglio 1995) nella parte in cui escludono il diritto del lavoratore, il cui contratto di formazione e lavoro sia stato trasformato in contratto a tempo indeterminato, di beneficiare degli aumenti periodici di anzianità computando anche l’anzianità di servizio maturata nel periodo del contratto di formazione e lavoro.
Più in particolare, se la garanzia posta per il lavoratore dall’art. 3, commi 5 e 12, cit., riguardi solo gli istituti di fonte legale (quale all’epoca l’indennità di anzianità ed attualmente il trattamento di fine rapporto), non suscettibili di deroghe in peius ad opera della disciplina collettiva, ovvero anche istituti di fonte contrattuale, quali gli aumenti periodici della retribuzione (c.d.
scatti di anzianità), istituti la cui regolamentazione è interamente rimessa alla contrattazione collettiva.
Le Sezioni unite, con sentenza del 23 settembre 2010 n. 20074, hanno risolto la questione in senso favorevole ai lavoratori.
Il Supremo Collegio ha ritenuto, in sintesi, di privilegiare la tesi secondo cui, se è vero che gli scatti di anzianità costituiscono un istituto giuridico di fonte esclusivamente contrattuale, l’equiparazione posta dalla legge tra periodo di formazione e quello di lavoro ordinario esprime un generale canone che si sovrappone, per il suo carattere inderogabile, anche alla contrattazione collettiva, la quale può sì disciplinare nel modo più vario istituti contrattuali rimessi interamente alla sua regolamentazione, come gli scatti di anzianità, ma non può introdurre un trattamento in senso lato discriminatorio in danno dei lavoratori che abbiano avuto un pregresso periodo di formazione.
Non è possibile, ad avviso delle Sezioni Unite, per la contrattazione collettiva, a fronte della prescrizione legale suddetta, “sterilizzare” il periodo di formazione e lavoro prevedendo che a qualche fine, come quello degli scatti di anzianità, non valga: il legislatore considera che la formazione al lavoro sia ex lege equiparabile al lavoro prestato.
Analogamente non è possibile una disciplina differenziata in ragione della pregressa formazione perchè ciò integrerebbe la fattispecie di una discriminazione vietata, come si desume dalla pronuncia della Corte di giustizia del 18 giugno 2009, n. C-88/08, che, seppure sotto il profilo della discriminazione per l’età, ha ritenuto contrastante con gli artt. 1, 2 e 6 della direttiva del Consiglio 27 novembre 2000, 2000/78/CE, sulla parità di trattamento in materia di lavoro, una disciplina nazionale (nella specie, austriaca) che, proprio al fine degli scatti di anzianità, escludeva la formazione acquisita dal lavoratore prima dei diciotto anni di età.
Le Sezioni Unite hanno quindi affermato il seguente principio di diritto: “La disposizione contenuta nel D.L. 30 ottobre 1984, n. 726, art. 3, commi 5 e 12, convertito, con modificazioni, nella L. 19 dicembre 1984, n. 863, secondo cui in caso di trasformazione del rapporto di formazione e lavoro in rapporto a tempo indeterminato ovvero nel caso di assunzione a tempo indeterminato, con chiamata nominativa, entro dodici mesi dalla cessazione del rapporto di formazione e lavoro, il periodo di formazione e lavoro deve essere computato nell’anzianità di servizio, opera anche quando l’anzianità è presa in considerazione da discipline contrattuali ai fini dell’attribuzione di emolumenti che hanno fondamento nella sola contrattazione collettiva, come nel caso degli aumenti periodici di anzianità di cui all’art. 7, lett. c), dell’accordo nazionale 11 aprile 1995, riprodotto senza modifiche nel successivo art. 7, lett. c), dell’accordo nazionale 27 novembre 2000 per i dipendenti di aziende di trasporto in concessione”.
A tale principio, successivamente condiviso da Cass. n. 14229/11 e Cass. n. 19198/13, questa Corte intende dare continuità, condividendone le ragioni.
Il ricorso deve pertanto essere respinto.
3. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza, con distrazione a favore dei difensori, che ne hanno fatto richiesta.
Nulla per le spese nei confronti dei lavoratori rimasti intimati.
PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali a favore dell’Avv. Clotilde Giurleo, quale difensore distrattario dei lavoratori D.G.R. e A.S., e in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 5.500,00 per compensi professionali a favore dell’Avv. Grazia Doni, quale difensore distrattario dei lavoratori Ar., + ALTRI OMESSI .
Nulla per le spese nei confronti degli altri lavoratori, rimasti intimati.
Così deciso in Roma, il 14 gennaio 2015.
Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2015

Cassazione civile sez. lav. 15/04/2015 n.7621

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. Con sentenza depositata in data 30 marzo 2011, la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della sentenza resa dal Tribunale della stessa sede, ha condannato la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (d’ora in poi, Cassa) a corrispondere a I. G. i ratei di pensione dal 1/10/2002 al 1/2/2003, oltre agli accessori di legge. Ha invece confermato le statuizioni del primo giudice che aveva rigettato la domanda dello I. avente a oggetto il ricalcolo della pensione sulla base di una contribuzione effettuata per trentotto anni.
1.2. La Corte territoriale ha condiviso il giudizio espresso dal Tribunale, il quale aveva ritenuto che, per effetto del parziale versamento da parte del professionista dei contributi dovuti negli anni 1966-1969 e 1971-1974, e l’intervenuta prescrizione del pagamento degli stessi a norma dell’art. 3, comma 9, l. n. 335/1995, correttamente la Cassa aveva escluso dal calcolo gli anni di contribuzione per i quali il versamento dei relativi contributi era stato solo parziale: tanto in forza della L. n. 576 del 1980, art. 2, comma 9, di riforma del sistema previdenziale forense, a norma del quale la pensione è corrisposta dopo trent’anni di effettiva iscrizione e contribuzione; che, al riguardo, nessun rilievo aveva la circostanza che l’omissione riguardava una somma assai esigua (Euro 199,67, rectius 167,06) a fronte di una contribuzione complessiva per trentotto anni di Euro 754.002,01. Poichè, peraltro, l’avvocato aveva raggiunto il requisito anagrafico (aveva cioè compiuto sessantacinque anni) il giorno 8/9/2002, la Corte ha ritenuto che da tale data dovesse essergli riconosciuto il trattamento pensionistico, e non invece dalla diversa data del 1/1/2003. Ha quindi confermato il giudizio del Tribunale che aveva rigettato la domanda dello I., relativa al risarcimento del danno ex art. 2043 c.c., in mancanza di allegazioni e prove circa il comportamento colposo della Cassa. Infine, ha ritenuto assorbita la domanda dello I. di restituzione delle somme versate alla Cassa per la costituzione di una rendita vitalizia, allo scopo di ricostituire il trattamento pensionistico.
1.3. Contro la sentenza I.G. propone ricorso per cassazione fondato su due motivi, cui resiste con controricorso la Cassa, che spiega ricorso incidentale, sostenuto da un unico motivo.
Il ricorrente principale si difende con controricorso. Le parti depositano memorie ex art. 378 c.p.c..
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Preliminarmente la Corte riunisce i ricorsi in quanto proposti contro la stessa sentenza ex art. 335 c.p.c..
1. Con il primo motivo, il ricorrente principale denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 576 del 1980, art. 20, nonchè la “violazione e falsa applicazione del principio secondo cui il potere della Cassa Nazione dei Previdenza e Assistenza Forense di rettificare la misura della pensione di un proprio iscritto non può riguardare asserite omissioni contributive, relative ad anni antecedenti il decennio precedente alla domanda di pensione, ma deve limitarsi al controllo relativo ai soli ultimi dieci anni antecedenti la domanda di pensione”, nonchè la violazione e falsa applicazione del principio di legalità e, infine, l’omessa motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia, e, in particolare, l’omessa motivazione sulla dedotta violazione e falsa interpretazione dell’art. 20 legge citata.
1.1. A quest’ultimo riguardo, deduce che, nel corso del giudizio di appello, aveva richiamato un precedente di questa Corte (Cass., 13 gennaio 2009, n. 501), in cui si è affermato il principio secondo il quale la Cassa può rettificare gli importi della pensione liquidata, purchè ciò avvenga limitatamente agli ultimi dieci anni dalla data di presentazione della domanda di pensione (rectius: “dalla liquidazione della pensione, che è l’atto su cui incide la rettifica”, così la sentenza).
2. Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del principio di buona fede e correttezza che deve improntare ogni rapporto giuridico e, quindi, anche il rapporto previdenziale esistente tra la Cassa ed i propri iscritti, nonchè la violazione dell’art. 2043 c.c., dell’art. 2697 c.c., e art. 116 c.p.c., anche sotto il profilo dell’insufficiente e erronea motivazione su un punto decisivo della controversia.
2.1. Rileva che i contributi relativamente agli anni per cui vi era stato il parziale versamento erano stati calcolati dalla stessa Cassa; che si trattava di somme irrisorie (Euro 9,68 per il 1966, Euro 9,68 per il 1967, Euro 16,40 per il 1968, Euro 18,98 per il 1969, Euro 8,82 per il 1971, Euro 16,52 per il 1972, Euro 52,48 per il 1973 e Euro 67,15 per il 1974), di cui peraltro non poteva conoscere l’erroneità, essendo in quegli anni gli importi determinati dai funzionari della cassa, i quali avevano anche il compito di iscrivere a ruolo eventuali differenze e di avviare la riscossione coattiva; che era stato informato dell’erronea contribuzione solo nel giugno 2003, quando era già maturata la prescrizione del diritto della Cassa di esigere i contributi omessi, e dopo aver ricevuto la nota del 29/11/2002, con cui la Cassa gli aveva comunicato un’ipotesi di calcolo di pensione di diverso importo. La Corte era incorsa in errore non avendo valutato tutte le circostanze del caso concreto, da cui emergeva anche una responsabilità ex art. 2043 c.c. dell’ente convenuto.
3. Con il ricorso incidentale, la Cassa censura la sentenza per violazione e falsa applicazione della L. n. 576 del 1980, art. 2, nonchè per contraddittorietà della motivazione. Assume che erroneamente la Corte ha ritenuto sussistente il diritto dell’avvocato alla pensione di vecchiaia con decorrenza dal 1/10/2002, ovvero dal primo giorno del mese successivo al compimento dei 65 anni di età, anzichè dal 1/1/2003, ovvero dal primo giorno del mese successivo a quello in cui tanto requisito anagrafico quanto quello contributivo si erano perfezionati. Chiede altresì la modifica della sentenza nella parte in cui aveva parzialmente compensato le spese del giudizio.
4. Il primo motivo del ricorso principale è fondato e va quindi accolto, con conseguente assorbimento del secondo.
Deve in primo luogo essere respinta l’eccezione di inammissibilità sollevata dalla Cassa, con riferimento al primo motivo del ricorso principale, in quanto il richiamo alla sentenza n. 501/2009 prospettato dallo I. introdurrebbe una questione nuova, come tale inammissibile, oltre che priva della necessaria autosufficienza, dal momento che il ricorrente non ha trascritto il testo dell’atto o del verbale in cui la questione sarebbe stata per la prima volta introdotta in giudizio.
4.1. Al riguardo, deve rammentarsi che, nel rito del lavoro, il divieto di nuove eccezioni in appello, stabilito dall’art. 437 c.p.c., comma 2, concerne soltanto le eccezioni in senso proprio relative a fatti impeditivi, modificativi o estintivi del diritto fatto valere in giudizio, non rilevabili d’ufficio, e non anche le cosiddette eccezioni improprie o mere difese (Cass. 18 giugno 2002 n. 8855; Cass. 7 luglio 2001 n. 9238), le quali ben possono essere dedotte anche per la prima volta in appello, purchè i fatti su cui si fondino “risultino essere stati già acquisiti agli atti nel corso del giudizio di primo grado previo rituale e tempestivo esercizio del potere di allegazione” (v. Cass. 17 giugno 2003 n. 9684, cfr. Cass. S.U. 3 febbraio 1998, n. 1099). In ordine, poi al concetto di eccezione in senso stretto, è stato affermato che in esso rientrano “soltanto quelle come tali espressamente definite dalla legge, nonchè quelle corrispondenti all’esercizio di un diritto potestativo” (v. Cass. 21 agosto 2004, n. 16501; Cass. S.U. 27 luglio 2005, n. 15661). Infine, deve senz’altro ammettersi che la doglianza afferente alla pretesa erronea interpretazione di norme giuridiche può essere eccepita in grado d’appello, non trattandosi di eccezione in senso proprio preclusa dall’art. 437 c.p.c., atteso il dovere del giudice di appello di verificare la correttezza dell’interpretazione ed applicazione della norma da parte del giudice di primo grado, fermi restando i fatti ritualmente e tempestivamente allegati (cfr., Cass., 19 febbraio 2004, n. 3284; Cass., 29 maggio 2006, n. 12728;
Cass., 21 febbraio 2014, n. 4127).
4.2. E che non sussiste la preclusione invocata dalla Cassa, lo si desume altresì dal rilievo che il vizio di “ultra” ed “extra” petizione ricorre solo quando il giudice pronuncia oltre i limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili di ufficio, attribuendo un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato, mentre al di fuori di tali specifiche previsioni il giudice, nell’esercizio della sua “potestas decidendi”, resta libero non solo d’individuare l’esatta natura dell’azione e di porre a base della pronuncia adottata considerazioni di diritto diverse da quelle all’uopo prospettate, bensì di rilevare altresì, indipendentemente dall’iniziativa della controparte, la mancanza degli elementi che caratterizzano l’efficacia costitutiva od estintiva di una data pretesa della parte, in quanto ciò attiene all’obbligo inerente all’esatta applicazione della legge (Cass., 20 agosto 2003, n. 12265;
Cass., 13 settembre 2012, n. 15365).
4.3. Ora, fin dal giudizio di primo grado, come si rileva dalla stessa sentenza impugnata, la questione oggetto del giudizio era (ed è) costituita dal diritto della Cassa (preteso da quest’ultima e negato dal professionista) di escludere dal computo degli anni di contribuzione, specificamente indicati in ricorso, quelli per i quali vi era stato un versamento solo parziale di contributi, non più ricevibili in quanto prescritti. Il thema decidendum è dunque segnato dall’accertamento della sussistenza di tale diritto, rispetto al quale il giudice è tenuto a verificarne i presupposti, nell’ambito delle allegazioni delle parti tempestivamente proposte, senza essere vincolato, nella determinazione della norma applicabile, alle loro stesse indicazioni (cfr. Cass., 19 febbraio 2004, n. 3284 in cui si precisa che attiene all’obbligo del giudice di applicare al caso concreto la norma giuridica che contempli in via generale ed astratta la relativa fattispecie ex art. 113 c.p.c.).
4.4. Alla luce di questi principi, il richiamo alla L. n. 576 del 1980, art. 20, che prevede la facoltà dell’ente previdenziale di controllare, all’atto della domanda di pensione, la corrispondenza tra le dichiarazioni annuali dei redditi e le comunicazioni annualmente inviate dallo stesso iscritto, limitatamente agli ultimi dieci anni, non introduce una questione nuova, ma costituisce piuttosto una mera sollecitazione del potere del giudice di verificare la sussistenza di tutti gli elementi previsti dalla legge per l’esercizio del potere della Cassa di escludere gli anni di contribuzione in questione dal calcolo della pensione.
4.5. Nè può ritenersi che il rilievo di un limite temporale all’esercizio del detto diritto costituisca elemento costitutivo di un’eccezione di prescrizione rimessa alla disponibilità della parte che, in quanto non sollevata tempestivamente dal soggetto interessato (nella specie, il professionista), nel ricorso introduttivo del giudizio, sarebbe ormai preclusa.
4.6. La qualità di ente privatizzato D.Lgs. n. 509 del 1994, ex art. 1, della Cassa Nazionale di Assistenza e Previdenza Forense non esclude la natura pubblicistica (derivante dalle finalità della contribuzione) del rapporto previdenziale tra la Cassa ed il proprio iscritto (cfr. Cass., Sez. Un., ord. 20 giugno 2012, n. 10132; v.
pure Cass., 13 gennaio 2009, n. 501). In conseguenza di tale natura – e tenuto conto anche della formulazione della norma, che non avrebbe senso se si ritenesse meramente confermativa delle norme civilistiche sulla prescrizione, la quale, se eccepita dall’interessato, opera normalmente senza che occorra una norma la quale caso per caso debba ricordarlo -, deve ritenersi che la prescrizione in esame, sia con riguardo al diritto della Cassa di pretendere i contributi omessi (art. 19) (e dello stesso contribuente di provvedere al loro tardivo versamento), sia con riguardo al potere dell’ente di rettificare l’importo della pensione, è soggetta al regime pubblicistico della irrinunciabilità e della rilevabilità anche di ufficio, il che è perfettamente consono allo spiccato carattere pubblicistico del rapporto previdenziale per il quale l’ordinamento giuridico esige, per la certezza dei rapporti tra ente gestore e cittadini, che non sia lasciata alla discrezione dell’interessato la possibilità di far valere o non far valere l’avvenuta prescrizione (Cfr., in generale, Cass., 6 dicembre 1995, n. 12538; Cass., 18 novembre 1997, n. 11479;
Cass., 5 ottobre 1998, n. 9865; cfr. con riferimento al limite temporale del quinquennio fissato L. n. 576 del 1980, ex art. 22, al potere della Cassa di verificare la sussistenza del requisito della continuità dell’esercizio della libera professione, con la conseguenza che possono essere resi inefficaci per mancanza del detto requisito solo i contributi che cadono nel quinquennio precedente la data della revisione, Cass., Sez. Un., 21 giugno 2005, n. 13289, e Cass., 20 settembre 1999, n. 10164).
4.7. A maggior ragione, deve ritenersi senz’altro ammissibile il riferimento alla sentenza n. 501/2009, che offre un’interpretazione della suddetta norma, senza che ciò implichi un ampliamento del thema decidendum o un’inammissibile mutamento della domanda, dovendosi peraltro rammentare che le parti, con le successive difese, sia scritte che orali, possono illustrare anche con nuovi argomenti e nuovi riferimenti dottrinali e giurisprudenziali le domande e le eccezioni già ritualmente acquisite al processo.
5. Nel caso in esame, nel ricorso per cassazione, nella parte destinata alla sommaria esposizione dei fatti di causa, non contestata ex adverso, sono riportati tutti gli elementi fattuali della fattispecie con la precisa indicazione della documentazione prodotta in giudizio (corrispondenza intercorsa tra l’avvocato e la Cassa, delibere del consiglio di amministrazione della Cassa e della Giunta esecutiva, entità degli importi non versati, anni di riferimento della parziale contribuzione) e della sua attuale collocazione nel presente giudizio, con la conseguenza che, per un verso, i fatti da valutare ai fini dell’applicazione dell’art. 20, L. cit., sono stati compiutamente allegati, e, per altro verso, non sussiste il lamentato difetto di autosufficienza, avendo peraltro la parte riportato, sempre nel corpo del ricorso per cassazione e sia pure sinteticamente, i termini in cui è stata sollevata la questione della violazione della norma citata.
6. La L. n. 576 del 1980, art. 20, sotto la rubrica “Controllo delle comunicazioni” prevede quanto segue: “La cassa ha facoltà di esigere dall’iscritto e dagli aventi diritto a pensione indiretta, all’atto della domanda di pensione o delle revisioni, la documentazione necessaria a comprovare la corrispondenza tra le comunicazioni inviate alla cassa e le dichiarazioni annuali dei redditi e del volume d’affari, limitatamente agli ultimi dieci anni. La cassa può altresì inviare questionari con richiesta di conoscere elementi rilevanti quanto all’iscrizione e alla contribuzione. In caso di mancata risposta si applica il disposto di cui all’art. 17, comma 5, ed è sospesa la corresponsione della pensione fino alla comunicazione della risposta”.
6.1. La norma, che appare coerente con il disposto del precedente art. 19 – secondo cui la prescrizione dei contributi dovuti alla cassa e di ogni relativo accessorio si compie con il decorso di dieci anni, e che per i contributi, gli accessori e le sanzioni dovuti o da pagare ai sensi della presente legge, la prescrizione decorre dalla data di trasmissione alla cassa, da parte dell’obbligato, della dichiarazione di cui agli artt. 17 e 23. (su cui v. Cass., 16 marzo 2011, n. 6259; Cass., 17 aprile 2007, n. 9113) -, è stata oggetto di interpretazione da parte di questa Corte, la quale ha ritenuto che il potere della Cassa di rettificare la misura della pensione da essa liquidata può essere esercitato nei limiti della prescrizione decennale, secondo quanto è dato desumere dalla L. n. 876 del 1980, art. 20, che prevede la facoltà dell’ente previdenziale di controllare, all’atto della domanda di pensione, la corrispondenza tra le dichiarazioni annuali dei redditi e le comunicazioni annualmente inviate dallo stesso iscritto, limitatamente agli ultimi dieci anni. (Cass., 13 gennaio 2009, n. 501).
6.2. In particolare, la Corte ha escluso che la Cassa possa in ogni tempo incidere sul rapporto previdenziale, affermando che la rettificabilità senza limiti temporali della posizione previdenziale – contributiva dell’iscritto in tanto può essere esercitata in quanto specificamente prevista da una puntuale disposizione, ed ha aggiunto che l’ordinamento della Cassa non presenta traccia di una siffatta disposizione, con riferimento all’ipotesi di errore nella misura dei contributi accreditati. Al contrario, l’art. 20 citato offre un’indicazione in senso opposto, laddove attribuisce alla Cassa la facoltà di controllare, all’atto della domanda di pensione, la corrispondenza tra le dichiarazioni annuali dei redditi e le comunicazioni annualmente inviate dallo stesso iscritto, limitatamente agli ultimi dieci anni. Il che depone per l’esistenza di un limite temporale all’esercizio di tale potere in un’ottica di prevalenza dell’esigenza di certezza dei rapporti giuridici rispetto all’esigenza di far valere, senza limiti di tempo, la esatta corrispondenza della posizione contributiva-previdenziale alle regole disciplinanti la sua configurazione. Ciò a differenza di quanto è invece previsto dalla L. n. 88 del 1989, art. 52, a proposito delle gestioni affidate all’INPS, in ragione della diversa natura giuridica degli enti gestori, che giustifica una diversa disciplina in cui – per l’ente di gestione con personalità di diritto privato – si esalta il criterio dell’efficienza affidata alla responsabilità e diligenza del gestore, facendo salva per lo stesso la possibilità di rettifica in ogni tempo solo in presenza di fondamentali interessi pubblici quali quelli sottesi al divieto di esercizio professionale in regime d’incompatibilità (L. n. 319 del 1975, art. 2, comma 3, cit.).
6.3. Tali principi si attagliano, sia pure con gli adattamenti resi necessari dalla diversità della fattispecie, al caso in esame, in cui al momento della ammissione alla pensione di vecchiaia, disposta dalla Giunta esecutiva nella seduta del 29 aprile 2003, sono stati esclusi dal calcolo della pensione gli anni di contribuzione ed i relativi redditi professionali dichiarati negli anni 1966-1969 e 1971- 1974 a causa di una parziale omissione contributiva.
6.4. E’ infatti evidente che l’esclusione degli anni di contribuzione e la conseguente rideterminazione dell’importo della pensione, in misura diversa ed inferiore rispetto a quanto comunicato dalla stessa Cassa allo I. in data 29/11/2002, è il risultato dell’esercizio tardivo del potere di controllo affidato alla Cassa dall’art. 20 citato, in quanto compiuto relativamente ad anni anteriori al decennio dalla domanda di pensione.
7. Non induce una diversa interpretazione l’argomento addotto dalla resistente, secondo cui il disposto della L. n. 576 del 1980, art. 2, che riconosce il diritto alla pensione di vecchiaia a coloro che abbiano compiuto almeno sessantacinque anni di età, dopo almeno trenta anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa, stia a significare che tanto la iscrizione quanto la contribuzione debbano essere effettive e, con particolare riferimento a quest’ultima, che questa debba essere esattamente quella dovuta, con la conseguenza che la parziale omissione ne imporrebbe la totale esclusione ai fini del calcolo.
7.1. Tale interpretazione contrasta sia con il tenore letterale della norma – l’aggettivo effettivo non è sinonimo di integrale, dal momento che esso non contiene alcun riferimento ad una misura – sia con la mancanza di una norma che sanzioni, con la perdita o la riduzione dell’anzianità contributiva e dell’effettività di iscrizione alla Cassa, il parziale pagamento dei contributi, ma prevede soltanto il pagamento di somme aggiuntive (in tal senso Cass., 10 aprile 2012, n. 5672; Cass., 2 dicembre 2013, n. 26962). In ogni caso, la tesi sostenuta dalla Cassa non è coerente con il sistema, dovendosi la norma in esame leggere nel contesto delle altre disposizioni, e precipuamente della L. n. 576 del 1980, art. 20, che attribuisce all’ente il potere di rettificare l’importo della pensione, richiedendo al professionista la documentazione necessaria, per effettuare gli opportuni controlli, entro un preciso limite di tempo, nonchè dell’art. 22, della legge cit., che attribuisce alla Cassa il potere di dichiarare inefficaci i soli contributi che cadono nel quinquennio precedente la data della verifica della mancanza di continuità dell’esercizio della professione forense (sul punto, Cass., sez. Un., n. 13289/2005, cit.).
7.2. Del pari è insufficiente a sostenere l’interpretazione propugnata dalla Cassa l’argomento per il quale, a seguire la soluzione indicata dalle pronunce n. 5672/2012 e n. 26962/2013, basterebbe il versamento di un minimo contributo (“numno uno”) perchè il professionista si veda conteggiato l’intero anno di contribuzione, con conseguenti riflessi negativi sull’intera categoria dei professionisti iscritti, e ciò in aperta contraddizione con la “logica” della previdenza professionale, che è improntata a principi solidaristici: si tratta invero di un inconveniente dovuto, come già sottolineato nelle predette sentenze, alla mancanza, nell’ambito della legge professionale, di una disposizione che preveda espressamente l’annullamento della contribuzione versata e della relativa annualità in caso di parziale omissione. Esso è comunque superabile attraverso l’adozione di più rigorosi controlli sulle comunicazioni e sulle dichiarazioni inviate dagli iscritti, con i mezzi di cui la Cassa stessa dispone e nei limiti temporali fissati dal sistema della previdenza forense, i quali sono evidentemente dettati non solo a garanzia dell’ente, cui non possono affidarsi indagini su periodi lontani nel tempo per le oggetti ve difficoltà degli accertamenti, ma anche a tutela dell’assicurato, al fine di non rendere eccessivamente difficoltosa la prova dell’esattezza delle contribuzioni versate. Il tutto in un’ottica di prevalenza dell’esigenza di certezza dei rapporti giuridici rispetto a quella dell’esatta corrispondenza, senza limiti di tempo, della posizione contributiva – previdenziale alle regole disciplinanti la sua configurazione.
8. Infine, deve ritenersi inammissibile la produzione da parte della Cassa, con la memoria difensiva ex art. 378 c.p.c., del “Regolamento per la costituzione di rendita vitalizia in caso di parziale omissione di contributi per i quali sia intervenuta prescrizione”, trattandosi di documento che non attiene alla nullità della sentenza o all’ammissibilità del ricorso o del controricorso (art. 372 c.p.c.). Del pari inammissibile è la questione riguardante l’applicabilità, alla fattispecie in esame, del detto regolamento, approvato con decreto ministeriale nel luglio del 2006 ed entrato in vigore “dal 1 giorno del mese successivo a quello di approvazione ministeriale”, in quanto i fatti in esame sono caduti in epoca precedente all’entrata in vigore del detto regolamento. Peraltro, la questione difetta di autosufficienza, non essendovi traccia della stessa nella sentenza impugnata e non avendo la parte indicato in quale atto difensivo o verbale di causa ed in che termini essa sarebbe stata prospettata nelle precedenti fasi di merito.
9. Alla luce di queste considerazioni, il ricorso deve essere accolto e la sentenza cassata e rinviata alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, affinchè riesamini la fattispecie attenendosi al principio di diritto per cui, “in caso di mancato esercizio del potere di rettifica dei contributi versati dal professionista da parte della Cassa nel termine fissato dall’art. 20, L. cit., gli anni non coperti da integrale contribuzione concorrono a formare l’anzianità contributiva e vanno inseriti nel calcolo della pensione, prendendo come base il reddito sul quale è stato effettivamente pagato il contributo”.
10. Conseguentemente, deve ritenersi assorbito il ricorso incidentale, il quale ha ad oggetto la esatta individuazione del dies a quo di decorrenza della pensione, il quale è strettamente collegato all’accertamento, demandato al giudice di merito, del momento in cui si è perfezionato il requisito contributivo.
11. In sede di discussione orale il difensore della Cassa ha chiesto che sia disposta la cancellazione di frasi ritenute offensive contenute nella memoria ex art. 178 c.p.c., del ricorrente.
La Corte reputa fondata la richiesta, alla luce del disposto dell’art. 89 c.p.c., secondo cui “negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive” (comma 1) e che “il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive” (comma 2, prima parte).
11.1. Ed invero, in conformità a costante giurisprudenza di questa Corte regolatrice, la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive contenute negli scritti difensivi può essere disposta, ex art. 89 c.p.c., anche nel giudizio di legittimità, con riferimento alle frasi contenute negli scritti depositati davanti alla Corte di Cassazione, rientrando essa nei poteri officiosi del giudice (Cass. 16 marzo 2005 n. 5677; Cass. 20 gennaio 2004, n. 805; Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954; Cass., 4 giugno 2007, n. 12952).
In particolare, la seguente espressione: “insostenibile tesi della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense, che di certo non fa onore agli avvocati che l’hanno rappresentata” (ultimo periodo di pag. 8 e inizio di pag. 9 della memoria ex art. 378 c.p.c.), è senz’altro “sconveniente”, poichè, oltre a non avere alcuna relazione con l’esercizio della difesa, appare diretta a screditare il valore della controricorrente e del suo difensore, in contrasto con le esigenze dell’ambiente processuale (cfr. Cass. 18 novembre 2000, n. 14942), e, ancor di più, con il legame assistenziale e solidaristico che lega il ricorrente, in quanto avvocato, alla stessa Cassa.
Deve, per l’effetto, ordinarsi la cancellazione delle espressioni sopra trascritte.
12. La regolamentazione delle spese del presente giudizio è rimessa al giudice del rinvio.
PQM
P.Q.M.
La Corte riunisce i ricorsi; accoglie il ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione. Dispone a norma dell’art. 89 c.p.c., la cancellazione della frase “insostenibile tesi della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense, che di certo non fa onore agli avvocati che l’hanno rappresentata”, contenuta negli ultimi due righi di pagina 8 ed in parte del primo rigo di pagina 9 della memoria ex art. 378 c.p.c. del ricorrente.
Così deciso in Roma, il 9 gennaio 2015.
Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2015

Corte di Cassazione Sez. Lavoro sentenza 20/03/2015, n. 5709

Svolgimento del processo
Con sentenza del 30 gennaio 2009, la Corte d’Appello di Lecce confermava la decisione con cui il Tribunale di Lecce, in accoglimento del ricorso in opposizione proposto da M.D. avverso le cartelle esattoriali emesse dall’Inps per il recupero di contributi omessi e somme aggiuntive in relazione alla fruizione, a detta dell’istituto, illegittima, da parte del predetto, datore di lavoro libero professionista in quanto titolare di studio legale, degli sgravi contributivi riconosciuti, in relazione alle nuove assunzioni, ai “datori di lavoro privati ed agli enti pubblici economici” dall’art. 44 l. n. 448/2001, revocava le cartelle, dichiarando insussistenti i crediti azionati.

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, in considerazione della ratio della norma in questione, data dalla promozione dell’occupazione, certamente inclusi nella platea dei beneficiari dei predetti sgravi, per l’irragionevolezza di una selezione operata sulla base della specificità dell’attività espletata, i liberi professionisti e così l’interessato, stante la non contestata ricorrenza nella specie dei presupposti legittimanti la fruizione del beneficio contributivo.

Per la cassazione di tale decisione ricorre l’INPS, affidando l’impugnazione ad un unico motivo, cui resiste, con controricorso, il M.
Motivi della decisione
Con l’unico motivo, con il quale denuncia la violazione a falsa applicazione dell’art. 44 della legge n. 448/2001, l’INPS lamenta l’erroneità del convincimento cui la Corte territoriale perviene in ordine all’inclusione dei liberi professionisti, quali il M., nella platea dei destinatali degli sgravi contributivi previsti dalla citata norma, per essere quel convincimento frutto di un’interpretazione che, in violazione del criterio sistematico, non tiene conto della continuità della norma medesima con quella posta dall’art. 3, comma 5, della legge n. 448/1998, la quale, rispondendo alla medesima ratio e con formulazione letterale sostanzialmente identica, prevedeva, sempre a favore dei datori di lavoro privati e degli enti pubblici economici, per le nuove assunzioni effettuate negli anni 1999, 2000 e 2001 il medesimo sgravio contributivo di cui l’art. 44 citato intendeva assicurare la fruizione anche per l’anno 2002. Il motivo è fondato.

L’assunto dall’Istituto posto a base dell’impugnazione appare condivisibile e trova conferma nell’orientamento a riguardo accolto da questa Corte (cfr. Cass. 26.6.2013, n. 16092) secondo cui “in tema di sgravi contributivi, i benefici previsti dall’art. 44, comma 1, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 – con cui è stato prorogato il regime introdotto con l’art. 3, comma 5, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 – si applicano, alla luce di una interpretazione letterale (non smentita dalla diversa rubrica che connota le due distinte disposizioni, la più risalente così formulata “Incentivi alle imprese” e la successiva posta sotto la dicitura “Sgravi per i nuovi assunti”, argomento di per sé non decisivo nel senso di esprimere una volontà legislativa intesa ad estendere il beneficio a tutti i datori di lavoro privati, senza limitazione alcuna) e teleologica, esclusivamente agli imprenditori, dovendosi escludere che l’agevolazione sia riconducibile agli esercenti una libera professione (nella specie, quella forense), atteso il richiamo, nel testo della norma, all’art. 3, comma 6 della legge del 1998, espressamente riferito alle sole imprese, e la finalità, che caratterizza entrambe le disposizioni, di promuovere l’occupazione nel Mezzogiorno, realtà carente nel settore dell’imprenditoria. Né può ritenersi che tale previsione sia suscettibile di interpretazione estensiva od applicazione analogica attesa l’esistenza di disposizioni per l’ordinario pagamento dei contributi e la natura eccezionale di una norma che, in presenza di determinate condizioni, esoneri specifici soggetti dal generale obbligo contributivo, ponendosi una diversa interpretazione anche in contrasto con i vincoli in materia di aiuti di Stato imposti dalla Commissione Europea ed affermati con riguardo al citato art. 3, commi 5 e 6 l. n. 448/1998 (decisione SG (99) D/6511 del 10 agosto 1999), che ha ritenuto la conformità della disciplina nazionale alla politica comunitaria in materia di occupazione sul solo espresso presupposto che il beneficio riguardava le imprese”.

Il ricorso va pertanto accolto e la sentenza cassata senza rinvio, procedendosi da parte di questa Corte, ai sensi dell’art. 384 c.p.c. alla decisione nel merito della controversia con il disporre il rigetto dell’opposizione a cartella esattoriale proposta dall’avv. M. e la compensazione dell’intero processo, in ragione della novità della questione e del recente approdo di questa Corte all’enunciato indirizzo interpretativo.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione a cartella esattoriale e compensa le spese dell’intero processo.

Corte di Cassazione Sez. Lavoro Sentenza 20/03/2015, n. 5717

La Corte d’appello ha considerato che il termine di duecentosettanta giorni decorre dal termine di sessanta giorni per l’impugnazione stragiudiziale per cui il termine complessivo per l’impugnazione giudiziale e’ di sessanta piu’ duecentosettanta giorni e quindi di trecentotrenta giorni complessivi.

…”La lettera della disposizione contenuta nell’art. 32, comma 1, L. n. 183 del 2010, modificato dall’art. 1, comma 38, L. n. 92 del 2012 che commina l’inefficacia “dell’impugnazione” extragiudiziale non seguita da tempestiva azione giudiziale, dimostra come dal primo dei due atti debba decorrere il termine per compiere il secondo, e non dalla fine dei sessanta giorni concessi per l’impugnazione stragiudiziale.
LEGGI LA SENTENZA

Svolgimento del processo
Con sentenza del 30 maggio 2014 la Corte d’appello di Catanzaro, in riforma della sentenza del Tribunale di Cosenza del 28 gennaio 2014, ha dichiarato l’inefficacia del licenziamento intimato in data 29 febbraio 2012 a C.A.S.A. dalla Casa di Cura Villa degli Oleandri s.r.l. Per quanto rileva in questa sede la Corte territoriale ha considerato tempestiva l’impugnazione del licenziamento proposta con ricorso depositato il 21 gennaio 2013 considerando rispettato il termine di 270 giorni di cui all’art. 6 della legge 604 del 1966 come modificato dall’art 32 della legge n. 183 del 2010, che prevede il termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento e l’inefficacia dell’impugnazione stessa se non seguita entro i successivi duecentosettanta giorni dal deposito del ricorso in sede giudiziale; in particolare la Corte d’appello ha considerato che il termine di duecentosettanta giorni decorre dal termine di sessanta giorni per l’impugnazione stragiudiziale per cui il termine complessivo per l’impugnazione giudiziale è di sessanta più duecentosettanta giorni e quindi di trecentotrenta giorni complessivi.

La Casa di Cura Villa degli Oleandri s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione avverso tale sentenza affidato ad un unico motivo.

Resiste C.A.S.A. con controricorso.
Motivi della decisione
Con l’unico motivo di ricorso si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 6 della legge n. 604 del 1966 sostenendosi che il termine per l’impugnazione di duecentosessanta giorni decorra dall’atto dell’impugnazione stragiudiziale e non dal termine previsto per tale impugnazione.

Il ricorso è fondato.

A norma dell’art. 6, primo comma, L. n. 604 del 1966, “il licenziamento dev’essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta…con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore…”. Per l’impedimento di questa decadenza è sufficiente la consegna dell’atto all’ufficio pubblico che cura la spedizione, come ha stabilito Cass. Sez. Un. 14 aprile 2010 n. 8830, non rilevando perciò il giorno di ricezione da parte del datore di lavoro.

Prima che il secondo comma di detto art. 6 venisse novellato dall’art. 32 L. n.183 del 2010, una volta impedita la decadenza, il potere di impugnare in via giudiziale il licenziamento veniva assoggettato, a norma dell’art. 2967 cod. civ., al termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 442, primo comma, cod. civ. Sembrò al legislatore che la durata di questo termine lasciasse troppo a lungo incerta la posizione del datore di lavoro, sottoposto alla possibilità dell’ordine di reintegrazione da parte del giudice e della condanna a risarcire un danno che aumentava col trascorrere del tempo. La lunghezza di detto temine poteva così favorire una sorta di abuso della prescrizione, ossia di inerzia del lavoratore, che traesse vantaggio dalla protrazione dell’esercizio del suo potere di impugnare e di chiedere il risarcimento del danno da licenziamento illegittimo.

Intervenne così il legislatore del 2010, che con l’art. 32, comma 1 cit., stabilì: ” L’impugnazione (stragiudiziale) è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di duecentosettanta (poi ridotto a centottanta dall’art. 1, comma 38, l. n.92 del 2012) giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro”.

La questione che la ricorrente pone ora alla Corte è se la decorrenza di quest’ultimo termine inizi dalla spedizione dell’impugnazione stragiudiziale, oppure, come deciso dalla Corte d’appello, dallo scadere del termine di sessanta giorni di cui all’art. 6 cit.

La questione deve essere risolta nel primo senso.

La lettera della disposizione contenuta nell’art.32, comma 1, cit., che commina l’inefficacia “dell’impugnazione” extragiudiziale non seguita da tempestiva azione giudiziale dimostra come dal primo dei due atti debba decorrere il termine per compiere il secondo.

L’esigenza di celerità, intesa, come s’è detto, a tutelare l’interesse del datore di lavoro alla certezza del rapporto, porta a precisare che il termine debba decorrere dalla spedizione e non dalla ricezione dell’atto.

Deve dunque essere affermato il seguente principio di diritto:

“La lettera della disposizione contenuta nell’art. 32, comma 1, L. n. 183 del 2010, modificato dall’art. 1, comma 38, L. n. 92 del 2012 che commina l’inefficacia “dell’impugnazione” extragiudiziale non seguita da tempestiva azione giudiziale, dimostra come dal primo dei due atti debba decorrere il termine per compiere il secondo, e non dalla fine dei sessanta giorni concessi per l’impugnazione stragiudiziale.

L’esigenza di celerità, intesa a tutelare l’interesse del datore di lavoro alla certezza del rapporto, indica ancora che il termine debba decorrere dalla spedizione e non dalla ricezione dell’atto”.

La sentenza impugnata deve dunque essere cassata.

Non essendo necessari accertamenti di fatto la causa può essere decisa nel merito con il rigetto della domanda dell’originaria ricorrente.

Le incertezze giurisprudenziali sulla questione affrontata inducono alla compensazione fra le parti delle spese dell’intero processo.
P.Q.M.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso;
Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di C.A.S.A.;
Compensa fra le parti le spese dell’intero processo;
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. 115 del 2002, da atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.

Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 23.01.2015 n.1260

Se è dimostrato l’utilizzo abusivo del contratto a termine da parte della pubblica amministrazione, il lavoratore ha sempre diritto al risarcimento del danno, senza la necessità di dover fornire una prova rigorosa del pregiudizio subito.
È questo il principio sancito dalla sezione lavoro della Corte di Cassazione con la sentenza n. 1260 depositata il 23 gennaio 2015. La decisione ribalta l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale è il dipendente a dover fornire la prova puntuale dei danni subiti, anche quando sia accertata la violazione delle norme che limitano il ricorso al lavoro flessibile. Per la sentenza in commento, invece, al lavoratore spetta solo la prova (anche per presunzioni) dell’abuso, mentre il danno è in re ipsa.
La vicenda al vaglio della suprema Corte riguardava una lavoratrice assunta a termine da un ente locale. In giudizio, la dipendente otteneva l’accertamento del carattere illegittimo del contratto di lavoro, ma non anche il diritto al risarcimento, non avendo fornito la prova dei danni patrimoniali e professionali di cui chiedeva ristoro.
La sentenza in commento ribalta questa impostazione facendo leva sull’ordinanza “Papalia” della Corte di Giustizia Europea del 12 dicembre 2013 (causa C-50/13), con la quale è stato affermato che gli Stati membri non possono subordinare il risarcimento del danno del lavoratore a termine nel settore pubblico alla fornitura di una prova eccessivamente difficile.
La Cassazione osserva che “l’art. 36, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, nella parte in cui prevede “il lavoratore interessato ha diritto al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative”, deve essere interpretato – con riferimento a fattispecie diverse da quelle del precariato scolastico – nel senso che lanozione di danno applicabile nella specie deve essere quella di “danno comunitario”.
Il danno deve essere considerato come una sorta di sanzione posta ex lege a carico del datore di lavoro pubblico. In particolare, deve trattarsi “di un risarcimento conforme ai canoni di adeguatezza, effettività, proporzionalità e dissuasività rispetto al ricorso abusivo alla stipulazione da parte della PA di contratti a termine, configurabile come una sorta di sanzione ex lege a carico del datore di lavoro – che può provare l’esistenza di eventuali ripercussioni negative evitabili dall’interessato che possono essere escluse – mentrel’interessato deve limitarsi a provare l’illegittima stipulazione di più contratti a termine sulla base di esigenze “falsamente indicate come straordinarie e temporanee”.
Pertanto, “salva restando la possibilità per il lavoratore di fare ampio uso della prova presuntiva, è sufficiente che il ricorrente fornisca elementi di fatto idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di una situazione di abusivo ricorso ai contratti a termine in suo danno, spettando alla amministrazione convenuta l’onere di provare l’insussistenza dell’abuso”.
La Corte sottolinea altresì che il ristoro del danno “deve essere completo – sia per quanto riguarda il danno da perdita di lavoro inteso in senso ampio sia per quel che concerne gli aspetti retributivi” e “proporzionato alla singola fattispecie”. A tal fine, “si dovrà, tra l’altro, tenere conto del numero dei contratti a termine, dell’intervallo di tempo intercorrente tra l’uno e l’altro contratto, della durata dei singoli contratti e della complessiva durata del periodo in cui è stata la reiezione. Ma si dovrà anche considerare il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto (…) quale espressione del dovere di solidarietà fondato sull’art. 2 Cost.”.
Per la quantificazione del danno, i giudici di legittimità suggeriscono, in via tendenziale, l’applicazione dei criteri previsti dall’art. 8 della legge n. 604/1966 (da un minimo di 5 ad un massimo di 12 mensilità). Va esclusa invece l’applicazione dei meccanismi forfettari previsti dall’art. 32 della legge n. 183/2010 (c.d. collegato lavoro) e dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, in quanto riguardanti situazioni differenti da quella in esame.
Quest’ultimo passaggio della sentenza, tuttavia, desta qualche perplessità. A parte la scelta del regime forfettario più penalizzante tra quelli citati, l’applicazione dei criteri predetti rischia di negare al lavoratore la possibilità di ottenere un risarcimento “completo” e “proporzionato alla fattispecie”, con una evidente disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. Infatti, a fronte della medesima condotta illegittima, ai secondi spetterebbe, oltre all’indennità forfettaria, anche la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, mentre ai primi verrebbe riconosciuta la sola indennità.
Un’interpretazione sistematica delle norme, compatibile con l’art. 3 Cost. e col diritto dell’Unione, sembrerebbe suggerire invece l’applicazione dell’istituto generale del risarcimento del danno ex art. 1218 c.c., con condanna della PA al risarcimento pieno, completo e proporzionato, individuato secondo i criteri di cui agli artt. 1223, 1225 e 1227 c.c., che tenga conto di tutti i pregiudizi subiti e con un effetto dissuasivo equivalente a quello prodotto nel privato dalla sanzione della conversione.

Cassazione civile sez. lav. sentenza 03/03/2015 n. 4237

Non sussiste per il lavoratore assente per malattia un divieto assoluto di prestare, durante tale assenza, attività lavorativa in favore di terzi, purché questa non evidenzi una simulazione di infermità, ovvero importi violazione al divieto di concorrenza, ovvero ancora, compromettendo la guarigione del lavoratore, implichi inosservanza al dovere di fedeltà imposto al prestatore d’opera (nella specie, la Corte ha ritenuto sproporzionato il licenziamento del lavoratore, addetto ad un reparto di pescheria di un supermercato, che durante la malattia aveva prestato attività lavorativa in favore di terzi, atteso che tale condotta non aveva pregiudicato la guarigione del lavoratore, che aveva regolarmente ripreso servizio al termine del periodo determinato dall’INAIL per l’infortunio).

Cassazione civile sez. lav. sentenza 02/03/2015 n. 4171

In presenza di una grave forma di depressione che limiti le capacità mentali del lavoratore e incida, in maniera significativa, sul suo comportamento, la mancata giustificazione per la prolungata assenza dal lavoro deve essere valutata in maniera meno gravosa da parte del datore, dovendosi escludere l’imputabilità dell’inadempimento (nella specie, la Corte ha dichiarato illegittimo il licenziamento irrogato ad un lavoratore che si era assentato dal lavoro senza giustificazione, atteso che la sindrome depressiva da cui era affetto ne aveva fortemente limitato le capacità naturali).

Corte di Cassazione, sentenza n. 469 del 14.01.2015

Il collegio di legittimità con la sentenza n. 469/2015 ha bocciato il ricorso di una donna, appartenente alla categoria protetta, confermando il verdetto della sentenza di merito. La ricorrente affermava di essere stata selezionata per uno stage della durata di sei mesi presso una struttura ospedaliera, come addetta alle pulizie. All’esito del tirocinio, la donna era assunta come ausiliario specializzato con un contratto a tempo indeterminato con patto di prova di sei mesi. Successivamente, il datore recedeva dal rapporto per mancato superamento della prova. La Corte d’appello di Roma, in conferma della decisione dei primi giudici, rigettava le istanze della ricorrente. Anche in Cassazione le richieste della donna non trovano ingresso.
Nelle motivazioni della sentenza, la Suprema corte ha spiegato che «nell’ipotesi di patto di prova, legittimamente stipulato con uno dei soggetti protetti assunti in base alla legge 482/68, il recesso dell’imprenditore durante il periodo di prova è sottratto alla disciplina limitativa del licenziamento individuale per quanto riguarda l’onere dell’adozione della forma scritta e non richiede pertanto una formale comunicazione delle ragioni del recesso». In buona sostanza, «la manifestazione di volontà del datore di lavoro, in quanto riferita all’esperimento in corso, si qualifica come valutazione negativa dello stesso e comporta, senza necessità di ulteriori indicazioni, la definitiva e vincolante identificazione della ragione che giustifica l’esercizio del potere di recesso». Questa manifestazione può essere contestata direttamente dal lavoratore con la «deduzione d’illegittimità dell’atto, che attribuisce al giudice il potere-dovere di accertare la nullità o meno del recesso, in esito alla prova che risulti determinata o comunque influenzata dalle condizioni cui la legge citata collega l’obbligo di assunzione». La sentenza impugnata, pertanto, si fonda su motivazioni corrette. Il ricorso non può che essere respinto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25682 del 04.12.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non costituisce giusta casa o giustificato motivo di licenziamento disciplinare la produzione, da parte del lavoratore, nel giudizio dallo stesso instaurato per il conseguimento di un superiore inquadramento contrattuale, di documentazione aziendale concernente la propria posizione lavorativa ma ritenuta riservata dal datore di lavoro, avendo l’attore il diritto di suffragare le proprie affermazioni mediante prova testimoniale e/o produzione di documenti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 27240 del 22.12.2014

La Corte di Cassazionen con la sentenza in esame ha precisato che è illegittimo il licenziamento di un dipendete giudicato inidoneo a svolgere le mansioni richieste.
Nello specifico la Corte rilevava, sulla base della documentazione e delle deposizioni in atti che non era incontestata l’inidoneità della lavoratrice a svolgere mansioni che imponessero la posizione eretta, risultando invece un’indicazione per la lavoratrice di alternare la posizione eretta con quella seduta e la possibilità di svolgere le proprie mansioni anche seduta. Inoltre, la Corte ha considerato pure le prove testimoniali che confermavano come le mansioni cui era adibita la lavoratrice venivano concretamente svolte anche da seduti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26401 del 14.12.2014

Nel caso di trasferimento d’azienda, è il cessionario legittimato passivo rispetto alla domanda sull’illegittimità del licenziamento proposta dal lavoratore. L’effetto «estintivo» del licenziamento disposto prima del trasferimento dell’azienda, si trasferisce in capo al cessionario. È quanto ha sancito la Cassazione con la sentenza 26401/14, pubblicata oggi dalla sezione lavoro. Gli “ermellini” hanno accolto il ricorso del dipendente di una banca contro la decisione della Corte d’appello di Catanzaro che aveva disposto il suo licenziamento. Stando al giudice di secondo grado, il licenziamento del lavoratore risaliva al momento del conferimento del ramo d’azienda da parte del datore alla banca cessionaria; il dipendente non era più alle dipendenze della conferente e dunque, non si poteva applicare l’articolo 2112 Cc che «suppone la vigenza del rapporto di lavoro al momento del conferimento dell’azienda e non è pertanto applicabile ai crediti maturati nel corso di rapporti cessati ed esauriti anteriormente. Il lavoratore decideva di depositare gli atti al Palazzaccio. Per la Cassazione al caso in esame si può ben applicare il disposto dell’articolo citato. Secondo la Corte suprema, al momento della cessione il rapporto di lavoro col dipendente esisteva ancora e pertanto, il trasferimento della titolarità dell’azienda, con qualunque strumento giuridico effettuato, comportava «la continuazione del rapporto lavorativo con lo stesso contenuto che aveva in precedenza, senza che potessero essere negati al lavoratore diritti, ricollegabili alla posizione lavorativa assunta anteriormente al trasferimento». Il ricorso pertanto va accolto e la sentenza impugnata cassata con rinvio alla Corte territoriale che dovrà attenersi al seguente principio di diritto: «In tema di trasferimento d’azienda, l’effetto estintivo del licenziamento illegittimo intimato in epoca anteriore al trasferimento medesimo, in quanto meramente precario e destinato ad essere travolto dalla sentenza di annullamento, comporta che il rapporto di lavoro ripristinato tra le parti originarie si trasferisce, ai sensi dell’articolo 2112 Cc, in capo al cessionario. Il cessionario è pertanto legittimato passivamente rispetto alla domanda di impugnativa del licenziamento proposta dal lavoratore».

Corte di Cassazione, sentenza n. 25158 del 26.11.2014

Al fine di valutare la giusta causa di licenziamento il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo bensì può ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra le parti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25380 del 02.12.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che può essere licenziato il dipendente che non comunica il mancato rientro in servizio perché è stato arrestato
Per la Corte «l’assenza ingiustificata per un notevole lasso di tempo, e inoltre le non veridiche comunicazioni circa la causa dell’impedimento, quindi il protrarsi dell’assenza senza addurre alcun motivo» sono episodi idonei a configurare una giusta causa di licenziamento ex articolo 2119 Cc.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25608 del 03.12.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non costitutisce giusta causa o giustificato motivo di licenziamento il comportamento del dipendente che per errore versi una somma sul conto corrente di un altro cliente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 23984 del 11.11.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’esenzione dal pagamento del contributo di mobilità si applica nella sola ipotesi in cui il licenziamento collettivo sia disposto dagli organi di una procedura concorsuale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22690 del 24.10.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che deve essere esclusa la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato se manca il requisito della subordinazione quale vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dalla emanazione di ordini specifici, oltre che dall’esercizio di una assidua attività di vigilanza e controllo della esecuzione delle prestazioni lavorative.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22835 del 28.10.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che deve essere riconosciuto al vincitore di un concorso per dirigente il risarcimento del danno subito per la tardiva assegnazione alle nuove mansioni.
Tale situazione tuttavia non integra un’ipotesi di demansionamento

Corte di Cassazione, sentenza n. 22280 del 21.10.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’Inail non deve risarcire il dipendente che scivolando su una matita caduta in terra riporta lesioni permanti.
Per la Corte infatti l’attività lavorativa non ha esposto il dipendente ad un rischio tale da chiamare in causa la copertura assicurativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 43168 del 15.10.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio accorso nella sua azienda ad un terzo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 21229 del 09.10.2014

La Corte di cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il licenziamento è illegittimo se si fonda su una sentenza penale di proscioglimento

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 19612 del 17.09.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento per giusta causa del dipendente dell’istituto di credito, che compromettere irrimediabilmente il rapporto di fiducia fondamentale ai fini del permanere del rapporto di lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 19497 del 16.09.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è illegittimo il licenziamento del dipendente allocato in una sede estera e che rientra in Italia per trascorrere le ferie, anche se il ritorno in patria gli fa perdere il diritto di tornare all’estero.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18965 del 09.09.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il risarcimento del danno per avvenuto demansionamento deve essere determinato dal giudice in via equitativa tenendo conto della durata dello stesso.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18678 del 04.09.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del lavoratore che fa numerose assenze per malattia nei giorni strategici quando rende una prestazione lavorativa non sufficiente e proficuamente utilizzabile dall’azienda anche se non ha superato il periodo di comporto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18523 del 02.09.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che possono partecipare ai concorsi pubblici solo i cittadini italiani o comunitari e non anche gli extracomunitari

Corte di Cassazione, sentenza n. 17590 del 04.08.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è illegittimo il licenziamento del dipendente che non prende parte alle riunioni aziendali fuori dal normale orario di lavoro. Per la Suprema Corte in mancanza di una disciplina specifica, si applica, l’articolo 5 del Dlgs. n. 66/03 che prevede che «il lavoro straordinario è ammesso solo previo accordo tra le parti».
Pertanto il dipendente poteva rifiutarsi di svolgere la propria prestazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15723 del 09.07.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nelle controversie relative ai rapporti di lavoro parasubordinati è competente il foro ove l’agente ha il proprio domicilio e non quello in cui eserciti la propria prestazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13860 del 18.06.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il lavoratore che presenti dinnanzi al Tribunale del lavoro un ricorso lamentando la sussistenza di un danno derivante dallo svolgimento dell’attiità lavorativa deve dimostrare non solo l’esistenza di tale danno ma anche la nocività dell’ambiente di lavoro ed il nesso causale fra i due elementi.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12563 del 04.06.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il datore di lavoro non ha l’onere di avvertire preventivamente il lavoratore della imminente scadenza del periodo di comporto per malattia al fine di consentirgli di esercitare, eventualmente, la facoltà di chiedere un periodo di aspettativa come previsto dal contratto collettivo. Invero, sul datore di lavoro non grava alcun onere di comunicazione, non potendo lo stesso desumersi dagli artt. 52 e 53 del T.U. n. 1124 del 1965, concernenti la comunicazione iniziale dell’infortunio da parte dell’assicurato al datore di lavoro e la denuncia da parte di quest’ultimo all’Inail.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13355 del 12.06.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non può essere licenziato il dirigente che nel contratto ha sottoscritto un «patto di durata minima garantita» del rapporto, se non per giusta causa

Corte di Cassazione, sentenza n. 11832 del 27.05.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di trasferimento di azienda, il giudizio instaurato dal lavoratore è diretto ad accertare la non ravvisabilità di un ramo di azienda e pertanto, l’inefficacia del passaggio automatico alle dipendenze del cessionario, poichè quest’ultimo potrebbe offrire meno garanzie rispetto al cedente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9301 del 24.04.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non deve essere renumerato agli autisti dei bus il tempo impiegato a fine turno per rientrare nel luogo di inizio della prestazione lavorativa, a meno che ciò non lo preveda una direttiva aziendale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8450 del 10.04.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il lavoratore disabile può essere licenziato soltanto se la ricollocazione all’interno dell’azienda non è possibile a seguito dell’accertamento della commissione medica.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6854 del 24.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato il termine di 60 giorni previsto per l’impugnazione del licenziamento decorre dal momento in cui la dichiarazione di licenziamento è pervenuta all’indirizzo del lavoratore, salva la dimostrazione, da parte del medesimo, che egli, senza sua colpa, fosse impossibilitato ad avere conoscenza della lettera di licenziamento.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7376 del 28.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che anche se il rapporto di lavoro sorto con un ente pubblico non economico per i fini istituzionali dello stesso è nullo per mancanza dell’atto di nomina il dipendente ha diritto al trattamento economico e previdenziale per il tempo in cui ha svolto la prestazione lavorativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7376 del 28.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il rapporto di lavoro subordinato si configura anche quando l’assoggetamento a turni ed orari è discontinuo.
Inoltre la Corte afferma «la rilevanza della volontà delle parti ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro, richiamata dai ricorrenti, non può essere disgiunta da una verifica in concreto delle caratteristiche e modalità di svolgimento del lavoro in ordine alla quale non sono elementi irrilevanti la continuità della prestazione, la retribuzione percepita l’inserimento stabile e prolungato nell’organizzazione degli enti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5885 del 13.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il licenziamento ingiurioso, ossia lesivo della dignità e dell’onore del lavoratore, che dà luogo al risarcimento del danno, ricorre soltanto in presenza di una particolare offensività e non funzionalità delle espressioni usate dal datore di lavoro

Corte di Cassazione, sentenza n. 6222 del 18.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non è legittimo il licenziamento del dipendente che utilizzi anche quotidianamente l’email aziendale per ragioni private o che installi sul pc programmi non inerenti all’attività lavorativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6110 del 17.03.2014

La Corte di

Corte di Cassazione, sentenza n. 5176 del 5.3.2014

L’obbligo della parte datoriale di fornire al lavoratore gli indumenti da lavoro e di tendere indenne il prestatore dai costi e di disagi derivati dal loro frequente lavaggio, non può ritenersi configurabile nell’ipotesi in cui tali indumenti non costituiscano dispositivi di protezione individuale, bensì capi comuni di abbigliamento, aventi la funzione di vestizione, in quanto strumentali al solo scopo di mera preservazione degli abiti civili dalla ordinaria usura connessa all’espletamento dell’attività lavorativa. L’obbligo predetto, invero, può ritenersi sussistente solo qualora strumentale alla tutela della salute e della sicurezza dei dipendenti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5599 del 11.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se la controversia è introdotta con il rito del lavoro, la violazione di alcune specifiche regole da parte del giudice non può di per sé comportare un cambio del rito, che, invece, richiede sempre un apposito provvedimento da parte del giudice. Per cui, ai fini delle impugnazioni non si può invocare il diverso regime della sospensione dei termini per il periodo feriale per le controversie civili.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4293 del 20.02.2008

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha statuito che i permessi per allattamento fino ad un anno di vita del bambino, spettano anche al lavoratore nel caso in cui la moglie sia impegnata come casalinga. La sentenza sottolinea come l’espressione il padre può beneficiare dei congedi solo se la madre sia lavoratrice e non intenda avvalersi dei congedi o non sia lavoratrice dipendente possa dirsi comprensiva della lavoratrice casalinga.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16207 del 16.6.2008

La Cassazione in riferimento all’articolo 32 del dlgs n. 151 del 2001 che regola l’astensione nei primi 8 anni di vita del bambino ha statuito che il lavoratore in congedo parentale può essere licenziato, ove risulti che non abbia assistito personalmente il figlio. Nel caso specifico, l’azienda aveva accertato durante il congedo il dipendente si era dedicato alla gestione di una pizzeria acquistata dalla moglie e lo ha sottoposto a procedimento disciplinare, per uso improprio del congedo. Il lavoratore, a sua difesa sosteneva di aver provveduto, lavorando nella pizzeria, a soddisfare le esigenze organizzative della famiglia. Nello specifico la Suprema Corte ha affermato che: ove si accerti che il periodo di congedo viene invece utilizzato dal padre per svolgere una diversa attività lavorativa, si configura un abuso per sviamento della funzione propria del diritto, idoneo a essere valutato dal giudice ai fini della sussistenza di una giusta causa di licenziamento.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5856 del 04.03.2008

La Suprema Corte con la sentenza in epigrafe ha statuito che a maggiorazione per il lavoro prestato di domenica trova il suo fondamento legislativo, anche in mancanza di disposizione contrattuale e nonostante il previsto riposo compensativo, nell’art. 2109 primo comma c.c. il quale, nel prescrivere che il prestatore di lavoro ha diritto ad un giorno di riposo settimanale “di regola coincidente con al domenica”, vale ad attribuire a tale giorno tradizionalmente legato al riposo ed alle attività sociali e culturali una valenza superiore a quello degli altri giorni della settimana. Dal che consegue il buon diritto del lavoratore a vedersi retribuire in misura superiore normalmente mediante l’erogazione di un apposita indennità l’attività prestata di domenica

Corte di Cassazione Sezioni Unite, sentenza n. 28170 del 26.11.2008

Con la sentenza in oggetto le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno escluso che le incompatibilità di cui all’art. 3 del R.D.L. 1578 del 1933 si applichino anche ai praticanti avvocati non ammessi al patrocinio, che possono di conseguenza essere iscritti nell’apposito registro, anche se legati da un rapporto di lavoro con soggetti pubblici o privati. Le Sezioni Unite hanno così accolto il ricorso di un praticante avvocato che era stato cancellato dall’albo forense perché era un carabiniere. Il Giudice di legittimità ha quindi annullato la delibera del Consiglio dell’Ordine chiarendo definitivamente che i praticanti avvocati non ammessi al patrocinio possono essere dipendenti pubblici o privati full time

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

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Lo Studio Legale Parenti raccoglie e seleziona quotidianamente per i suoi visitatori le Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito.

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Cassazione civile sez. lav. 05/11/2015 n. 22635

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. Con sentenza depositata in data 15 dicembre 2008 la Corte d’appello di Caltanissetta accoglieva l’appello proposto da F. A. contro la sentenza resa dal Tribunale di Gela e, per l’effetto, condannava la Raffinerie di Gela S.p.A., di cui il F. era dipendente dal 12/8/1974, al risarcimento del danno biologico e da perdita di professionalità da questo subiti.
2. Diversamente da quanto statuito dal giudice di primo grado, la Corte territoriale riteneva provata una condotta datoriale di demansionamento in danno del lavoratore, consistita nel fatto questo era stato tenuto inattivo per un apprezzabile periodo di tempo:
risultava, invero, dal prospetto degli incarichi conferiti a lui ed ai suoi colleghi di pari inquadramento nel periodo 2001-2003, che “nessuno degli incarichi conferiti al medesimo appellante (era) stato effettivamente portato a compimento, ovvero contabilizzato”, e che “la totalità dei medesimi (era) stata oggetto di un provvedimento di riassegnazione in favore di altri colleghi del F.”.
Escludeva che tale condotta integrasse gli estremi del mobbing;
riteneva tuttavia provato il nesso di causalità tra la mancata assegnazione di mansioni al ricorrente e la lesione alla sua integrità psicofisica come accertata dalla c.t.u. disposta in appello e, pertanto, condannava la società datrice di lavoro al risarcimento dei danno biologico, quantificato nel 15% e liquidato sulla base delle tabelle redatte dal Tribunale di Palermo, nonchè del danno da perdita di professionalità, determinato in via equitativa in Euro 5.000,00.
3. Contro la sentenza, la Raffinerie di Gela s.p.a. propone ricorso per cassazione sostenuto da quattro motivi. Il F. non svolge attività difensiva.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Va preliminarmente rilevato che, trattandosi di sentenza pronunciata in data 15 dicembre 2008, si applica al ricorso per cassazione il disposto dell’art. 366 bis c.p.c. (abrogato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, comma 1, lett. d), ed inapplicabile ai provvedimenti impugnati per cassazione pubblicati successivamente all’entrata in vigore della legge medesima, ovvero dopo il 4/772009, ex art. 58, comma 5, L. cit.), con la conseguenza che l’illustrazione di ciascun motivo deve concludersi con la formulazione di un quesito di diritto per i vizi previsti nell’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4, e con la chiara indicazione del fatto controverso o delle ragioni per le quali si deduce l’insufficienza della motivazione per il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.
1. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 434 c.p.c., in relazione all’eccepita mancata specificazione dei morivi d’appello, e chiede a questa Corte di accertare se sia conforme a tale norma un ricorso in appello che si limiti a reiterare le difese già svolte nel corso del giudizio di primo grado senza sottoporre ad una specifica censura la motivazione della sentenza impugnata.
1.1. Per il vero, nella prima parte del motivo la ricorrente si duole anche dell’omesso esame dell’eccezione di genericità dei motivi di appello, da lui ritualmente sollevata nella memoria di costituzione in quel grado. Ora, non è configurabile il vizio di omesso esame di una questione o di una eccezione di nullità (ritualmente sollevata o rilevabile d’ufficio), quando tali questioni e eccezioni debbano ritenersi esaminate e decise, sia pur con pronuncia implicita, nel senso della loro irrilevanza o infondatezza in quanto superate, pur se non espressamente trattate, dalla incompatibile soluzione data ad altra questione (o domanda), il cui solo esame presupponga, come necessario antecedente logico-giuridico, la detta irrilevanza o infondatezza (Cass., 24 giugno 2005, n. 13649; Cass., 28 marzo 2014, n. 7406). Nella specie, la Corte territoriale ha esaminato il gravame proposto dal F. e ha valutato nel merito i motivi posti a base dell’impugnativa, il che comporta logicamente l’implicito rigetto dell’eccezione di inammissibilità per l’asserita genericità dei sottostanti motivi.
1.2. Il secondo profilo, invece, meglio sintetizzato nel quesito di diritto, è inammissibile per difetto di autosufficienza, dal momento che la ricorrente non trascrive l’atto di appello del F. nè fornisce precise indicazione circa la sua facile reperibilità nel presente giudizio, così non rispettando il duplice onere imposto, a pena di inammissibilità del ricorso, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, di indicare esattamente in quale fascicolo, di parte o di ufficio, si trovi il documento in questione, e di evidenziarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. da ultimo, Cass., 12 dicembre 2014, n. 26174; Cass., 7 febbraio 2011, n. 2966). Le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. Sez. Un., 22 maggio 2012, n. 8077) hanno poi precisato che, anche nel caso in cui vengano dedotti errores in procedendo, rispetto ai quali il giudice di legittimità è anche giudice del fatto – con la conseguenza che gli è consentito l’esame diretto degli atti -, tale esame è pur sempre circoscritto a quegli atti ed a quei documenti che la parte abbia specificamente indicato ed allegato. Infine deve rilevarsi che, se è vero che il requisito della specificità dei motivi d’appello implica la necessità che l’esposizione dell’appellante consenta ài individuare con chiarezza le statuizioni investite dal gravame e le specifiche critiche ad esse indirizzate, e se è pur vero che non è sufficiente un generico richiamo alle difese svolte nel giudizio di primo grado, è altrettanto vero che può risultare sufficiente la specifica riproposizione delle stesse difese. Ciò vale allorquando sia impugnata una sentenza di totale reiezione della domanda originaria, poichè il bene della vita richiesto non può che essere, in linea di massima, quello negato in primo grado, ovvero delimitato dagli stessi motivi di impugnazione, ove questi siano “specifici” e chiaramente rivolti contro le argomentazioni che avevano condotto il primo giudice al rigetto della domanda (Cass., Cass., 16/05/2006, n. 11372;
Cass., 7/06/2005, a 11781; Cass., 27/02/2004, 4053). La Corte d’appello ha fatto puntuale applicazione di tale principio, rilevando, in primo luogo, le censure rivolte alla sentenza, e consistenti nella “inadeguata salutazione del materiale probatorio” e, in particolare delle prove documentali e testimoniali delle quali si è richiesta l’integrazione anche d’ufficio, dall’altro la riproposizione integrale di tutte le domande espresse in primo grado.
Ciò impedisce che possa ravvisarsi l’eccepita genericità dell’appello.
2. Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112, per avere la sentenza impugnata risarcito il danno biologico nonostante abbia rigettato per difetto di prova la domanda di mobbing. L’illustrazione del motivo si conclude con il quesito di diritto con cui si chiede che questa Corte affermi se violi l’art. 112 c.p.c., la sentenza che, in presenza di una domanda di mobbing e di risarcimento dei danni da esso causati ed esclusane la fondatezza, condanni il datore di lavoro a risarcire il danno biologico ed alla professionalità in relazione ad un asserito demansionamento, menzionato nella narrativa del ricorso ma non oggetto ài alcuna domanda subordinata.
2.1. Anche questo motivo è inammissibile nella parte in cui il ricorrente si limita a trascrivere le conclusioni rassegnate dall’originario ricorrente nel ricorso ex art. 414 c.p.c., senza riportare la parte espositiva, in cui sono esposti i fatti per i quali si chiede la condanna, non deposita l’atto unitamente al ricorso, nè fornisce indicazioni precise circa la sua attuale collocazione. Con ciò viola gli oneri imposti dalle norme di cui agli artt. 366 e 369 c.p.c., su richiamate, applicabili anche nel caso in cui si denunci un vizio di extrapetizione.
Deve invero ricordarsi che, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, il giudice di merito deve aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, siccome desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante (Cass., 17Y09/2007′, n. 19331), e, in questa attività, tanto il petitum quanto la causa petendi vanno individuati attraverso l’esame complessivo dell’atto introduttivo, non limitato alla parte di esso destinata a contenere le conclusioni, ma esteso anche alla parte espositiva del ricorso (Cfr. Cass., 25/09/2014, n.20294; Cass., 9/09/2008, n. 22893).
2.2. In ogni caso il motivo è infondato. La censura è in realtà volta a censurare la qualificazione della domanda giudiziale e della sua ampiezza operata dalla Corte territoriale, la quale ha correttamente ritenuto compresa nella domanda di risarcimento dei danni da preteso mobbing anche quella, di portata e contenuto meno ampio, di risarcimento dei danni da dequalificazione professionale, conseguente allo stato di inattività o di scarsa utilizzazione del lavoratore. Del resto, nelle stesse conclusioni del ricorso ex art. 414 c.p.c., il lavoratore ha richiesto il risarcimento del danno – oltre che alla lesione della sua integrità psicofisica – anche alla professionalità, causati “dai comportamenti posti in essere dalla società resistente e da alcuni colleghi”, previo accertamento della loro vessatorietà e arbitrarietà, sicchè bene ha fatto la Corte, una volta esclusa la natura “mobbizzante” delle condotte, ad esaminare la domanda anche sotto il profilo della violazione degli obblighi posti al datore di lavoro dall’art. 2103 c.c..
2.3. E’ jus receptum che il mobbing è una figura complessa che, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e recepito dalla giurisprudenza di questa Corte, designa un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo (vedi per tutte: Corte cost. sentenza n. 359 del 2003; Cass. 5 novembre 2012, n. 18927).
Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono quindi ricorrere molteplici elementi: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psicofisica e/o nella propria dignità; d) il suindicato elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (vedi: Cass., 25 settembre 2014, n. 20230; Cass. 21 maggio 2011, a 12048; Cass. 26 marzo 2010, a 7382).
2.4. La complessità della fattispecie del mobbing e la mancanza di una sua specifica disciplina confermano l’esattezza della scelta della Corte territoriale di ritenere che, esclusa la sussistenza dell’intento vessatorio e persecutorio, rimane giuridicamente valutabile, nell’ambito dei medesimi fatti allegati e delle conclusioni rassegnate, la condotta di “radicale e sostanziale esautoramento” del lavoratore dalle sue mansioni, la quale è fonte di danno alla sfera patrimoniale e/o non patrimoniale del lavoratore ove ricollegabile eziologicamente all’inadempimento del datore di lavoro. Ciò in quanto la riconduzione al “demansionamento” dell’identico comportamento ascritto alla datrice di lavoro non comporta domanda nuova ma solo diversa qualificazione dello stesso fatto giuridico (c.f.r., per l’ipotesi inversa, di qualificazione in termini di mobbing della domanda di demansionamento, Cass., 23/03/2005, n.6326).
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia l’insufficiente e illogica motivazione, l’omesso esame di circostanze decisive della controversia, nonchè la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2103 c.c.. Assume che la Corte territoriale, dopo aver ordinato l’esibizione del prospetto degli incarichi conferiti al lavoratore nel periodo dal 2001 al 2003, ha dedotto dal mero dato del loro mancato assolvimento e dalla rassegnazione ad altri colleghi l’esistenza di una condotta inadempiente della società datrice, ritenendo priva di rilevanza la circostanza, addotta dalla società a giustificazione della sua scelta, delle prolungate assenze dal lavoro del ricorrente.
3.1. Il motivo è infondato. Nonostante nella sua intestazione la ricorrente deduca la violazione di legge, in realtà la censura si appunta esclusivamente sulla motivazione adottata dalla Corte, senza che sia individuabile, nè la parte formula al riguardo un adeguato quesito, un momento di conflitto tra le affermazioni della Corte territoriale e la norma giuridica che si assume violata.
3.2. E’ opportuno premettere che secondo l’insegnamento delle Sezioni unite di questa Corte, la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (Cass., Sez. Un., 25/10/2013, n. 24148). Si aggiunge che la valutazione delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al Giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte ài prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (v. Cass., 13 giugno 2014, n. 13485; Cass., 15 luglio 2009, n. 16499; Cass., 5 ottobre 2006, n. 21412; Cass. 15 aprile 2004 n. 7201; Cass. 7 agosto 2003 n. 11933).
3.3. La Corte territoriale ha dato adeguato conto del percorso logico che l’ha condotta a ritenere provata la prolungata inattività del lavoratore, attribuendo rilievo al prospetto degli incarichi conferiti a lui e agli altri lavoratori di pari inquadramento nel periodo dedotto, nonchè alle deposizioni dei testimoni escussi. Ha valutato le giustificazioni addotte dalla società datrice di lavoro, e in particolare l’assenza prolungata dal lavoro del F., e le ha ritenute inadeguate a sorreggere la scelta datoriale di non assegnargli incarichi e di riassegnarli ad altri, sì da escludere ogni suo inadempimento ai sensi dell’art. 1218 c.c.. Ha altresì preso in esame le dichiarazioni rese dal superiore gerarchico del F., e le ha giudicate inattendibili in quanto smentite dal menzionato prospetto. Si è in presenza ài un ragionamento congruo ed esaustivo, privo di salti logici e ancorato a precise emergenze istruttorie, al quale la ricorrente oppone un diverso percorso logico ed una diversa valutazione delle prove in una prospettiva a lei più favorevole, richiedendo a questa Corte un riesame del merito inammissibile.
3.4. A ciò deve aggiungersi che le testimonianze che invoca a sostegno di una diversa ricostruzione dei fatti sono riportate in stralcio, senza che sia indicata l’attuale collocazione dei verbali in cui esse sono state raccolte, mentre – al di là di ogni rilievo circa la sua decisività – non specifica in che termini è stata posta la questione della sanzione disciplinare irrogata al lavoratore per aver goduto di un permesso sindacale senza autorizzazione, di cui non vi è cenno nella sentenza impugnata. Tale ultimo rilievo impone, infatti, alla ricorrente, nel rispetto del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità, ma anche di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto e dove tale atto sia attualmente collocato, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 18 ottobre 2013, n. 23675). Infine, come si è detto illustrando i precedenti di questa Corte, non costituisce un vizio motivazionale la scelta del giudice di merito di privilegiare alcune risultanze istruttorie rispetto ad altre, sicchè non configura un omesso esame su un punto decisivo della controversia il mancato rilievo attribuito dalla Corte alle deposizioni di alcuni testi, compresi quelli per i quali è stato emesso il decreto di archiviazione nel procedimento penale per il reato di falsa testimonianza. In definitiva, il motivo deve essere rigettato.
4. Con il quarto motivo, erroneamente indicato come quinto nel ricorso, la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione degli art. 2059 c.c., e art. 194 c.p.c., nonchè l’insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia. Lamenta che la Corte territoriale ha demandato al consulente tecnico di ufficio non solo l’accertamento del danno biologico, bensì anche quello del nesso causale tra “quanto lamentato in ricorso” e le patologie eventualmente accertate, così supplendo alla mancanza di prova dei fatti costitutivi della pretesa, il cui onere gravava sul lavoratore.
Ravvisa altresì un ulteriore profilo di erroneità nel fatto che la Corte si è discostata, senza adeguata motivazione, dalle conclusioni del c.t.u., il quale, da un lato, ha escluso la sussistenza di un’azione discriminatoria e persecutoria ai danni del lavoratore, e, dall’altro, ha collegato la patologia riscontrata nel F. essenzialmente ad una situazione di conflittualità tra le parti, e non già ad un demansionamento. Inoltre la Corte ha riconosciuto, senza spiegazione, un’ulteriore somma titolo di danno alla professionalità, senza considerare che la conflittualità non costituisce di per sè un’ipotesi di inadempimento e non può dar luogo ad un danno risarcibile, trascurando poi di considerare sia le numerose assenze del ricorrente sia il fatto che il c.t.u. aveva ritenuto causa del disagio psicofisico del lavoratore anche problematiche di natura familiare, di cui la Corte avrebbe dovuto tener conto nel determinare il danno. Il motivo si conclude con la formulazione del quesito di diritto e con la chiara indicazione del fatto controverso e delle ragioni per le quali si reputa insufficiente la motivazione.
4.1. Anche questo motivo è infondato. La Corte ha ritenuto provata l’esistenza del demansionamento non già sulla base dei risultati della consulenza tecnica d’ufficio, bensì sulla base delle prove documentali e testimoniali raccolte nel corso del giudizio: diviene così inconferente la censura con cui la ricorrente denuncia l’errore della Corte nell’aver demandato al consulente, con il quesito proposto, l’accertamento dei fatti costitutivi della domanda, giacchè correttamente di tale accertamento la Corte non ha tenuto alcun conto siccome privo di qualsiasi valore, probatorio o indiziario (cfr. Cass., 10/03/2015, a 4729). Conseguentemente, non può contraddittoriamente imputarsi alla Corte di aver dissentito senza adeguata motivazione dalle conclusioni del c.t.u. circa l’inesistenza del mobbing e del demansionamento, trattandosi di valutazioni tipicamente giuridiche che esulano dai compiti dal consulente.
4.2. Il resto del motivo è sostanzialmente incentrato su un inammissibile dissenso critico rispetto alla consulenza, al grado di invalidità riconosciuto ed all’entità del danno: sul punto, la valutazione della Corte è fondata non solo sulla consulenza tecnica d’ufficio (in ordine all’entità della lesione dell’integrità psicofisica, costituita da una “moderata sindrome depressiva associata a disturbi dell’adattamento”), bensì anche sulla base della documentazione sanitaria in atti, nell’ambito di un ragionamento coerente ed adeguato, in cui ha dato conto delle osservazioni contenute nella consulenza di parte della ricorrente (fondate essenzialmente sull’accertata sussistenza di altre situazioni di tipo familiare stressanti per il lavoratore), disattendendole in quanto distanti temporalmente dalle certificazioni sanitarie in atti. Quanto all’entità del danno, esso è stato determinato in via equitativa, in considerazione del grado di professionalità del lavoratore e del tempo per cui è durata la sua inerzia lavorativa, e tale valutazione in quanto sorretta da una motivazione adeguata è insindacabile in questa sede. Ed invero, la valutazione equitativa del danno, inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimativttà, è suscettibile di rilievi in sede di legittimità, sotto il profilo del vizio della motivazione, solo se difetti totalmente la giustificazione che quella statuizione sorregge, o macroscopicamente si discosti dai dati di comune esperienza, o sia radicalmente contraddittoria (Cass., 26/01/2010, n. 1529; Cass., 19/05/2010, n.12318). Circostanze queste non evidenziate nè ricorrenti nel caso di specie.
5. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. Non deve adottarsi alcun provvedimento sulle spese,in considerazione del mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato.
PQM
P.Q.M.
La corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.
Così deciso in Roma, il 16 settembre 2015.
Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2015

Cassazione civile sez. lav. sentenza 30/10/2015 n.22286

La ripetizione del patto di prova in due successivi contratti di lavoro tra le stesse parti è ammissibile solo se essa, in base all’apprezzamento del giudice di merito, risponda alla suddetta causa, permettendo all’imprenditore di verificare non solo le qualità professionali, ma anche il comportamento e la personalità del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione, elementi suscettibili di modificarsi nel tempo per l’intervento di molteplici fattori, attinenti alle abitudini di vita o a problemi di salute (nella specie, il lavoratore aveva ampiamente dimostrato una capacità di adottamento a contesti geografici ed ambienti diversi avendo subito 5 spostamenti in un anno e mezzo. Quindi la specifica ratio addotta dal datore per l’apposizione del patto di prova nonostante si trattasse di un contratto stipulato dopo altri contratti a termine è stata ritenuta inidonea a giustificare il detto patto posto che la capacità di adottamento del lavoratore era ampiamente stata dimostrata in precedenza).

Corte di Cassazione, sentenza n. 4969 del 04.02.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il socio della Sas è un dipendente della presunta azienda di servizi laddove questo continui a svolgere attività subordinata nei confronti del vecchio titolare.
In tal caso l’INPS puo agire per riprendersi le somme non versate per oneri previdenziali.

Corte di Cassazione, sentenza n. 458 del 26.02.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che ai fini pensionistici, la «continuità» dell’attività dell’avvocato può essere desunta anche da elementi diversi dal reddito prodotto, rientrano infatti nel calcolo degli anni anche quelli in cui il professionista ha svolto attività all’estero.

Corte di Cassazione, sentenza n. 3224 del 12.02.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la valutazione della situazione di fatto rilevante per il sorgere dell’obbligo di mutamento delle mansioni del dipendente, quale alternativa al recesso datoriale, spetta al Giudice di merito, al quale è, altresì, rimessa la verifica in ordine alla effettiva ricorrenza della impossibilità di reimpiego del prestatore, attraverso un apprezzamento delle prove incensurabile in sede di legittimità, se effettuato con motivazione coerente e completa.

Corte di Cassazione, ordinanza n. 3838 del 18.02.2014

La Corte di Cassazione con l’ordinanza in esame ha precisato che il rito Fornero si sostanzia in un procedimento speciale relativo a talune controversie concernenti i licenziamenti, strutturato in una fase a cognizione sommaria, in un eventuale giudizio di primo grado a cognizione piena introdotto con l’opposizione ed in un giudizio di secondo grado introdotto da un reclamo. In tale rito il giudizio a cognizione piena è solo eventuale in quanto si attiva con l’opposizione per cui, ove essa non venga proposta, l’ordinanza conclusiva della fase sommaria è idonea a formare il giudicato.

Corte di Cassazione, sentenza n. 3027 del 11.02.2014

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che le somme spettanti a titolo di risarcimento danni per violazione dei molteplici obblighi facenti carico al datore di lavoro, hanno natura retributiva solo quando derivino da un inadempimento, il quale, pur non riguardando direttamente l’obbligazione retributiva, tuttavia incida immediatamente su di essa in quanto determini la mancata corresponsione di compensi dovuti al dipendente. Viceversa, le attribuzioni patrimoniali che il lavoratore riceve, come nel caso di cui all’art. 32, comma 5, della legge n. 183 del 2010, a titolo di risarcimento del danno per violazione degli altri obblighi del datore, sebbene siano anch’esse dipendenti dal rapporto di lavoro non hanno natura retributiva. Ne deriva che sull’indennità ex art. 32 della citata legge n. 183 non spettano né la rivalutazione monetaria, né gli interessi legali, se non dal momento della pronuncia giudiziaria dichiarativa dell’illegittimità della clausola appositiva del termine al contratto di lavoro subordinato

Corte di Cassazione, sentenza n. 2055 del 30.01.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è errata la pronuncia del Giudice di merito che, chiamato ad accertare la eventuale configurabilità della natura simulata del piano di inserimento professionale, in realtà dissimulante un rapporto di lavoro di natura subordinata, ignori del tutto il dato, provato in giudizio, della prestazione dell’attività lavorativa subordinata, da parte del lavoratore ed in favore di quella parte datoriale, già prima dell’inserimento del medesimo nel piano predetto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2298 del 03.02.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nei licenziamenti collettivi il datore di lavoro è obbligato ad indicare i criteri seguiti in modo trasparente rendendo immediatamente possibile una verifica delle scelte fatte da parte di dipendenti, sindacati e organi amministrativi coinvolti nell’accordo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 898 del 17.01.2014

la Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il mobbing è integrato dalla condotta del datore di lavoro consistente, in violazione degli obblighi di protezione di cui all’art. 2087 c.c., in reiterati e prolungati comportamenti ostili, di intenzionale discriminazione e persecuzione psicologica, con mortificazione ed emarginazione del lavoratore, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità di una siffatta condotta assumono, pertanto, rilievo elementi quali la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio illeciti, o anche leciti se singolarmente considerati, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 1725 del 28.1.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di licenziamento illegittimo, il datore non può detrarre dal risarcimento del danno il trattamento pensionistico percepito dal lavoratore non potendo ritenersi tale attribuzione acquisita, se non in modo apparente e del tutto precario, al suo patrimonio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 471 del 13.01.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’atto di intimazione del licenziamento per superamento del periodo di comporto, che non precisi le assenze in base alle quali sia ritenuto superato il periodo di conservazione del posto di lavoro, attribuisce al lavoratore, il quale ha l’esigenza di poter opporre propri rilievi specifici, la facoltà di chiedere alla parte datoriale la specificazione di tale aspetto fattuale delle ragioni del licenziamento. Ove, invece, il lavoratore abbia direttamente impugnato il licenziamento, il datore di lavoro può precisare in giudizio i motivi di esso ed i fatti che hanno determinato il superamento del periodo di comporto, non essendo in ciò ravvisabile una integrazione o modificazione della motivazione del recesso.

Corte di Cassazione, sentenza n. 1157 del 21.01.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il datore di lavoro che dopo il licenziamento di un proprio dipendente ne abbia assunti altri entro il termine di un anno deve risarcire il danno al prestatore ingiustamente allontanato a meno che non fornisca la prova della inevitabilità della scelta motivandola con la necessità di una diversa professionalità.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26397 del 26.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non può essere licenziato il dipendente che scarica gratuitamente programmi direttamente dal pc d’ufficio anche se l’azienda non aveva autorizzato l’installazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 24534 del 30.10.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel rito del lavoro il contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione implica la nullità della pronuncia, da far valere mediante impugnazione. Nel caso di mancata impugnazione, prevale il dispositivo che, acquistando pubblicità con la lettura in udienza, cristallizza stabilmente la disposizione emanata.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26143 del 21.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento di chi registra le conversazioni dei colleghi a loro insaputa.
Per la Corte tale comportamento integra una evidente violazione del diritto alla riservatezza dei suoi colleghi, avendo registrato e diffuso le loro conversazioni intrattenute in ambito strettamente lavorativo alla presenza del primario ed anche nei loro momenti privati svoltisi negli spogliatoi o nei locali di comune frequentazione, utilizzandole strumentalmente per una denunzia di mobbing. Da ciò é conseguito «un clima di mancanza di fiducia – conclude la Corte – indispensabile per il miglior livello di assistenza e, quindi, funzionale alla qualità del servizio, il tutto con grave ed irreparabile compromissione anche del rapporto fiduciario» tra il dipendente e l’azienda.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25734 del 15.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che può svolgere mansioni di capo servizio treni anche chi ha una statura inferiore a un metro e sessanta.
La Corte d’appello di Roma aveva dichiarato il diritto della donna a essere assunta come capo servizio treno. I giudici di secondo grado avevano anche stabilito un risarcimento danni a suo favore, ritenendo che le fonti normative relative alle tabelle sui «requisiti fisici» per i vari profili professionali, in cui veniva stabilita la statura minima di 1,60 cm per i capi treno e i conduttori, fossero «di grado secondario e, dunque, al giudice ordinario era consentito valutarne incidentalmente la legittimità ed eventualmente disapplicarle».

E’ legittimo il licenziamento di un impiegato che durante l’orario di lavoro usa “in continuazione” il computer dell’ufficio per giocare

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che rischia il licenziamento un impiegato che durante l’orario di lavoro usa “in continuazione” il computer dell’ufficio per giocare.

Corte di Cassazione, sentenza n. 24775 del 05.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che “Il diritto della persona handicappata di non essere trasferita senza il suo consenso ad altra sede, mentre non può subire limitazioni in caso di mobilità connessa ad ordinarie esigenze tecnico-produttive dell’azienda, non è invece attuabile ove sia accertata la incompatibilità della permanenza del lavoratore nella sede di lavoro”.
“Nella specie la Corte avendo il giudice d’appello accertato – con valutazioni di merito non sindacabili in questa sede – che non poteva protrarsi la permanenza della odierna ricorrente nella sede di lavoro, in ragione delle tensioni e dei contrasti creatisi nell’ambiente di lavoro, con rilevanti ripercussioni sul regolare svolgimento dell’attività lavorativa, il trasferimento disposto nei confronti della medesima appare giustificato”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22728 del 4.10.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’indennità di mancato preavviso di licenziamento non è esigibile nei confronti dell’impresa committente, ai sensi dell’art. 29, comma 2, del D.Lgs. n. 276 del 2003, se siffatta indennità risulta essere maturata dopo la cessazione del contratto di appalto. In una simile ipotesi, non vi è la prova dell’esistenza del nesso causale tra il recesso e l’appalto atto a giustificare l’applicabilità del regime di responsabilità solidale tra committente e appaltatore ed, infatti, tale indennità non deriva dalla prestazione lavorativa resa nell’esecuzione del contratto di appalto, bensì dall’autonoma scelta imprenditoriale dell’appaltatore, successiva alla cessazione dell’appalto, di non avvalersi più dell’attività lavorativa del dipendente, interrompendo così il rapporto in tronco.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22396 del 01.10.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del dipendente che abbia offeso il legale rappresentante della società dandole della “mentecatta” e “pazzoide”. All’azienda non spetta invece il risarcimento del danno all’immagine in quanto le affermazioni diffamatorie e ingiuriose sono state fatte all’interno dell’azienda.
Per la Corte “in quanto non esternate al di fuori dell’ambito aziendale, non sono idonee ad incidere sulla reputazione, sul prestigio e sul buon nome della società né tanto meno a provocarne la caduta dell’immagine”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 21356 del 18.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il demansionamento non può essere giustificato semplicemente con l’esigenza di evitare il licenziamento. Per la Corte “non può ritenersi che il demansionamento sia legittimato dalla volontà di impedire il licenziamento in quanto mansioni dequalificanti devono essere comunque accettate (e prima ancora proposte, il che non sembra neppure essere stato dedotto) dal lavoratore”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 20715 del 10.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del dipendente che ha trasferito l’indirizzario aziendale sul computer del sindacato di cui era dirigente per esprimere via e-mail forti critiche all’operato dell’azienda.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18980 dell’08.08.2013

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che compie un illecito trattamento di dati personali il datore che rende nota «l’assenza per malattia» del dipendente, indicando che la causa pendente con il lavoratore è «per mobbing» sul sito web dell’amministrazione e nell’albo pretorio del palazzo municipale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 36398 del 05.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la mancata nomina del direttore dei lavori non determina la responsabilità automatica del committente in caso di infortunio di un operaio nel cantiere. Occorre, infatti, verificare in concreto quale sia stata l’incidenza della sua condotta nel verificarsi dell’evento, avuto riguardo alla specificità dei lavori da eseguire, ai criteri seguiti dallo stesso committente per la scelta dell’appaltatore e alla sua ingerenza nell’esecuzione delle opere.

Corte di Cassazione, sentenza n. 20158 del 03.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del dipendente di una casa di cura per anziani condannato per spaccio di sostanze stupefacenti, seppure al di fuori della struttura, per la rottura del vincolo di fiducia da parte del datore.
La Suprema Corte precisa che “l’elencazione delle condotte legittimanti l’irrogazione della sanzione del licenziamento per giusta causa (ultimo capoverso dell’art. 41 Ccnl) ha valore puramente indicativo e certamente non tassativo laddove il fondamento del recesso possa essere individuato nella nozione legale di giusta causa e cioè in un comportamento di gravità tale da comportare la lesione del vincolo fiduciario tra le parti (…) Il sapere che un dipendente addetto a mansioni che si svolgono in un ambiente così particolare e delicato (riguardino o meno l’assistenza diretta agli anziani) è stato condannato per spaccio di cocaina non può che rompere il vincolo fiduciario tra le parti, apparendo connotato da un particolare disvalore ambientale … ed espone la stessa Casa di cura ad eventuali danni e ripercussioni potenzialmente molto negative, ove la circostanza venisse a conoscenza dei parenti di persone non in condizioni di autosufficienza”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18731 del 6.8.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’accettazione della lettera di recesso da parte del datore di lavoro non può essere qualificata come acquiescenza al licenziamento da parte del dipendente, deducendone una risoluzione consensuale del rapporto ex articolo 1372 del Cc.
Per la Corte “la decisione si fonda non solo sulla valenza da conferire alla accettazione della lettera di licenziamento, quanto anche sulla valutazione delle prove acquisite attraverso l’istruttoria orale, che avrebbero fatto emergere l’insussistenza di ogni attività concorrenziale da parte del F. in corso di rapporto, non potendo assumere rilievo, in mancanza di pattuizione tra le parti, quella eventualmente posta in essere nel periodo successivo alla conclusione del rapporto lavorativo”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18268 del 30 luglio 2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore che viene sorpreso dai colleghi ispettori mentre dorme in servizio: il datore ha potere disciplinare e può usare i dipendenti per l’espletamento dei compiti di vigilanza sull’attività lavorativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17370 del 16.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la previsione di ipotesi di giusta causa di licenziamento contenuta in un contratto collettivo, non vincola il Giudice, il quale deve sempre verificare, stante la inderogabilità della disciplina dei licenziamenti, la conformità di quella previsione alla nozione di giusta causa ex art. 2119 c.c. e se, in ossequio al principio generale di ragionevolezza e di proporzionalità, il fatto addebitato sia di entità tale da legittimare il recesso, tenendo conto, altresì, dell’elemento intenzionale che ha sorretto la condotta del lavoratore, salvo il caso in cui il trattamento contrattuale sia a questo più favorevole.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17713 del 19.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è illegittimo il licenziamento del lavoratore che si rifiuta di svolgere mansioni superiori se esulano dalla sua qualifica e comportano responsabilità maggiori anche penali (frequenti nel settore alimentare).
Per la Corte: “Il rifiuto, da parte del lavoratore subordinato, di essere addetto allo svolgimento di mansioni non spettanti può essere legittimo e quindi non giustificare il licenziamento in base al principio di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive enunciato dall’articolo 1460 cod. civ., sempre che il rifiuto sia proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e conforme a buona fede. Ne consegue che deve considerarsi legittimo il rifiuto opposto da un dipendente di una società che si occupa del commercio e della vendita di alimenti e bevande, e che è articolata sul territorio in più punti vendita, di svolgere il ‘servizio di permanenza di direzione’ di uno di questi punti vendita – servizio che comporta l’assunzione del ruolo di responsabile del punto vendita stesso, nei suoi riflessi anche penalistici – se non è dimostrato che si tratta di un compito rientrante nella qualifica di competenza del lavoratore e che questi ha conoscenze adeguate per il relativo svolgimento”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17585 del 18.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di rapina al dipendente di banca spetta il risarcimento dei danni subiti senza che su di lui gravi l’obbligo di dimostrare l’inadeguatezza del sistema di sicurezza interno, essendo sufficiente la semplice la dimostrazione del danno subito e del nesso causale con la prestazione svolta.
Per la Corte “il lavoratore il quale agisca per il riconoscimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17321 del 16.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il lavoratore con “mansioni di sistemazione” della merce in magazzino va inquadrato come impiegato e non come operaio, in quanto la sua attività è connessa con gli aspetti organizzativi e non produttivi dell’azienda.

Corte di Cassazione, sentenza n. 30177 del 15.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che sono utilizzabili le videoregistrazioni effettuate dal datore di lavoro laddove agisca non per controllare la prestazione lavorativa ma per specifici casi di tutela dell’azienda rispetto a specifici illeciti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16452 del 1.7.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in una causa di lavoro, il tentativo obbligatorio di conciliazione comunicato alla controparte interrompe la prescrizione.
Il secondo comma dell’attuale articolo 410 c.p.c., infatti, dispone che la comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza.
E chiarisce la sentenza “deve ritenersi che la comunicazione che interrompe la prescrizione e sospende il decorso di ogni termine di decadenza è quella fatta al datore di lavoro”. Infatti, nel caso in esame, la decisione impugnata ha evidenziato che la richiesta del tentativo obbligatorio di conciliazione era stata indirizzata non solo alla Dpl di Latina ma anche alla società prima della scadenza del quinquennio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14756 del 12.06.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel periodo di comporto vanno calcolate le sole assenze per malattia e non anche quelle per infortunio sul lavoro o malattia professionale indennizzate dall’Inail.
“Ai fini del calcolo del periodo di comporto superato il quale il datore può recedere dal rapporto vanno calcolate le sole assenze per malattia e non anche quelle per infortunio sul lavoro o malattia professionale atteso che non possono porsi a carico del lavoratore le conseguenze del pregiudizio da lui subito a causa dell’attività lavorativa espletata”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14511 del 10.6.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non c’è un obbligo del datore di lavoro di trattare e stipulare contratti collettivi con tutte le organizzazioni sindacali.
Per la Corte di Cassazione nell’attuale sistema normativo “non vige il principio della necessaria parità di trattamento tra le varie organizzazioni sindacali; il datore di lavoro non ha quindi l’obbligo assoluto neppure di aprire le trattative per la stipula di contratti collettivi con tutte le organizzazioni, potendosi configurare l’ipotesi di condotta antisindacale prevista dall’art. 28 dello Statuto dei lavoratori solo quando risulti un uso distorto da parte del datore medesimo della sua libertà negoziale, produttivo di un’apprezzabile lesione della libertà sindacale dall’organizzazione esclusa”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14471 del 07.06.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il datore di lavoro non può rifiutare la ferie al dipendente in malattia che altrimenti supererebbe il periodo di comporto rischiando il licenziamento.
La Suprema Corte, infatti, richiamando un proprio orientamento, ha chiarito che “il lavoratore ha la facoltà di sostituire alla malattia la fruizione delle ferie, maturate e non godute, allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto, dovendosi escludere una incompatibilità assoluta tra ferie e malattia”.
È stato osservato che in tali casi non sarebbe, invero, costituzionalmente corretto precludere il diritto alle ferie in ragione delle condizioni psico-fisiche inidonee al loro pieno godimento – non potendo operare a causa della probabile perdita del posto di lavoro conseguente al superamento del comporto, il criterio della sospensione delle stesse e del loro spostamento al termine della malattia – perché si renderebbe così impossibile la effettiva fruizione delle ferie e che spetti poi al datore di lavoro, cui è generalmente riservato il diritto di scelta del tempo delle ferie, dimostrare – ove sia stato investito di tale richiesta – di aver tenuto conto, nell’assumere la relativa decisione, del rilevante e fondamentale interesse del lavoratore ad evitare in tal modo la possibile perdita del posto di lavoro per scadenza del periodo di comporto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13404 del 29.05.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la prestazione di lavoro temporaneo rientra, anche in base alle norme europee, nella categoria del contratto a tempo determinato. La Corte ha chiarito che <>.

Corte d’Appello di L’Aquila, sentenza del 20.5.2013

La Corte di Appello di L’Aquila con la sentenza in esame ha riconosciuto un indennizzo ad un bancario per accertata tecnopatia causata da «overuse» (uso eccessivo) del mouse del computer

Corte di Cassazione, sentenza n. 10959 del 09.05.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’assoluzione in sede penale “perché il fatto non sussiste” non salva il dipendente dal licenziamento. Anche se i fatti addebitati risultano solo in parte confermati, il giudice civile può sempre procedere ad una valutazione complessiva della gravità del comportamento e trarne le conseguenze alla luce dei “doveri di correttezza e buona fede”.
La Cassazione ha precisato infatti che “il giudizio di proporzionalità della sanzione da irrogare […] non si può basare sulla valutazione di singoli episodi ma deve riguardare la condotta tenuta dal lavoratore nei suo complesso, attraverso l’esame dei comportamenti estranei ed eccedenti rispetto ai compiti propri affidati al dipendente”, in questo caso la notifica delle cartelle e l’esecuzione dei pignoramenti.
Infondata, invece, l’eccezione della banca che sosteneva la carenza di interesse perché il dipendente aveva conseguito il diritto alla pensione. Secondo gli ermellini:
“la peculiarità della tutela reintegratoria dell’articolo 18 dello Statuto, che comprende una ricostituzione dei rapporto ex tunc e determina una continuità giuridica del rapporto, con ripristino della posizione economica e contributiva del lavoratore illegittimamente licenziato, giustifica la persistenza dell’interesse” e ciò dunque anche “nelle ipotesi la effettiva ricostituzione del rapporto non sia più possibile”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10552 del 7.5.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il mancato invio al datore di lavoro del certificato medico con la conseguente scopertura di 4 giorni lavorativi legittima il licenziamento.
Per la Cassazione “il giudice d’appello ha correttamente interpretato le norme e […] ha verificato da un canto l’esistenza effettiva della condotta materiale (assenza dal lavoro per più di quattro giorni senza comunicare la giustificazione) e dall’altro ha approfondito anche il profilo soggettivo ed ha ravvisato, nella condotta tenuta dal lavoratore nel corso della sua assenza, un comportamento gravemente negligente, consistito nell’aver omesso di verificare la corrispondenza delle prognosi effettuate nelle due diverse certificazioni mediche acquisite (una nell’immediatezza del malore e l’altra a distanza di due giorni) ed in particolare nella non coincidenza dei termini finali tra la prima (trattenuta dal lavoratore) e la seconda inviata al datore di lavoro”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8843 del 11.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del prestatore che dopo la chiusura dell’unità produttiva si sia rifiutato di proseguire il rapporto di lavoro in altra sede.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8486 del 08.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che va riconosciuto il danno biologico da invalidità permanente al dipendente delle Poste che ha riportato dei danni fisici durante una rapina, se l’ufficio postale era del tutto privo di misure “idonee a prevenire atti criminosi”.
Secondo i giudici infatti è obbligo del datore di lavoro “valutare se l’attività della sua azienda presenti rischi extra-lavorativi” e adottare le misure “più consone e più aggiornate” per far operare il lavoratore “in assoluta sicurezza”, come imposto dall’articolo 2087 del Cc sulla tutela delle condizioni di lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7985 del 02.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che per contestare il mobbing non è sufficiente denunciare lo svuotamento delle proprie mansioni ma vanno allegate tutta una serie di condotte vessatorie collegate causalmente.
Per la Corte non è sufficiente la prospettazione di un mero ‘svuotamento delle mansioni’, occorrendo, ai fini della deduzione del mobbing, anche l’allegazione di una preordinazione finalizzata all’emarginazione del dipendente”.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9477 del 21.04.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che non integra la fattispecie di mobbing il clima di conflitto e di scontro che capi e colleghi instaurano nei confronti di un lavoratore che ha difficoltà caratteriali. La Corte ha ritenuto condivisibili le ragioni della Corte d’Appello di Milano, che aveva negato l’esistenza delle vessazioni, precisando che pur esistendo un clima di conflitto che si era determinato all’interno dell’azienda nei vari reparti in cui la lavoratrice aveva operato, ciò dava ridimensionato soprattutto per via delle responsabilità negate a problemi caratteriali della signora.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9474 del 21.04.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che può essere licenziato il lavoratore in malattia che non si riguarda e fa delle attività che in qualche modo ritardano la sua guarigione e quindi il suo rientro in ufficio. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di un’azienda sanitaria che aveva licenziato un dipendente perché sorpreso a scorazzare sulla sua moto mentre andava al mare a fare dei bagni ‘terapeutici’ e a raggiungere un’altra clinica per la quale lavorava provocando così in ritardo nella guarigione. Per la Corte l’espletamento di altra attività lavorativa o extralavorativa da parte del lavoratore durante lo stato di malattia è idonea a violare i doveri contrattuali di correttezza e buona fede nell’adempimento dell’obbligazione, posto che il fatto di guidare una moto di grossa cilindrata, di recarsi in spiaggia e di prestare una seconda attività lavorativa sono di per indici di scarsa attenzione del lavoratore alla propria salute ed ai relativi doveri di cura e di non ritardata guarigione, oltreché dimostrativi del fatto che lo stato di malattia non è assoluto e non impedisce comunque l’espletamento di una attività ludica o lavorativa.

Corte di Cassazione sentenza n. 16031 del 16.04.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che in caso di discriminazioni e le molestie subite dalle donne sul posto di lavoro possono costituirsi in giudizio come parte danneggiata e chiedere il risarcimento (iure proprio), insieme alla dipendente, gli organi delle pari opportunità il sindacato di appartenenza. Con tale principio la Corte ha confermato la condanna per maltrattamenti nei confronti di un datore di lavoro che era solito molestare verbalmente delle hostess di terra. Confermata anche la decisione dei giudici di merito di ritenere legittima la costituzione in giudizio, come parte civile, della Consigliera regionale delle pari opportunità

Corte di Cassazione, sentenza n. 6447 del 17.03.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che nell’ambito delle procedure inerenti il licenziamento, non sussiste per il datore di lavoro alcun onere di adottare formule sacramentali; pertanto la volontà di eseguire un licenziamento può essere espressa anche in forme indirette purchè siano chiare, trasparenti e raggiungano correttamente il lavoratore interessato; del resto l’annotazione sul libretto del lavoro della data di cessazione del rapporto di lavoro esprime inequivocabilmente la volontà del datore di lavoro ad effettuare il licenziamento, e proprio a decorrere da tale data, decorre il termine, a favore del lavoratore, per impugnare il medesimo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15752 del 15.04.2009

La Suprema Corte ha affermato che commette reato il capoufficio che risponde stizzito e mette in discussione le capacità lavorative di un dipendente che è solito polemizzare su tutto. Con tale principio la Corte ha annullato con rinvio la condanna per diffamazione inflitta a un capo che aveva risposto con una lettera perentoria alle richieste di chiarimenti avanzate da un dipendente sofferente di vittimismo e portato alla polemica. La lettera inoltre lasciava spazio a valutazioni poco lusinghiere sulla idoneità del dipendente a ricoprire il ruolo affidato. La Corte ha chiarito inoltre che se la lettera fosse stata mandata come risposta immediata alle polemiche del dipendente e (non dopo nove giorni) probabilmente il reato sarebbe stato scriminato dallo stato d’ira.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5581 del 06.03.2009

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha affermato che è legittimo il licenziamento in tronco di un dipendente comunale condannato in sede penale per concussione. La Suprema Corte ha, precisato che “in tema di impiego pubblico la condanna penale comporta di per sé il venir meno della fiducia, che presiede al rapporto di lavoro e tanto è sufficiente per confermare la legittimità del recesso”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7260 del 06.04.2009

La Corte di Cassazione ha stabilito che ai fini della distinzione tra lavoro subordinato e autonomo determinante è il requisito della subordinazione, da configurarsi come vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzato e disciplinare del datore di lavoro, il quale deve estrinsecarsi nell’emanazione di ordini specifici, oltre che nell’esercizio di un’assidua attività di vigilanza e controllo nell’esecuzione delle prestazioni lavorative, mentre altri elementi quali assenza di rischio organizzativo d’impresa, la continuità della prestazione, la cadenza e la misura fissa del compenso, l’osservanza di un determinato orario, assumono invece valore sussidiario.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6684 del 12.03.2009

La Cassazione con la sentenza in esame ha statuito che spetta anche il coniuge separato a cui sia stata addebitata la colpa della separazione il diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge. La Corte ha affermato che l’ex deve essere “equiparato sotto ogni profilo al coniuge superstite (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte, assolvendo alla funzione di sostentamento in precedenza indirettamente assicurata dalla pensione in titolarità del coniuge superstite titolare dell’assegno”. La Corte ha cosi accolto il ricorso di una signora separata che nei due precedenti gradi del giudizio si era vista negare il diritto alla pensione di reversibilità nulla base del fatto che in fase di separazione le era stata addebitata la colpa della crisi matrimoniale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6907 del 23.03.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha confermato la condanna per mobbing di un’azienda milanese perché una sua dirigente aveva vessato per mesi una dipendente che ha avuto una serie di sanzioni disciplinari culminate nel licenziamento. La lavoratrice aveva fatto causa per mobbing, per i continui rimproveri e il clima vessatorio a cui ha detto si essere stata sottoposta per mesi. Il giudice di primo grado e la Corte di appello di Milano avevano riconosciuto i danni condannando l’azienda al risarcimento per 9.500 euro perché eccessivi sia i provvedimenti disciplinari sia il licenziamento. Secondo i giudici d’Appello era chiaro come il clima aziendale nei confronti della signora fosse stato pesante, dato che i rimproveri orali da parte dei superiori venivano effettuati adottando toni pesanti ed in modo tale che potessero essere uditi dagli altri colleghi di lavoro. La Cassazione, ha interamente confermato le precedenti sentenze, ribadendo nella decisione che rischi una condanna per mobbing il capo che rimprovera continuamente con toni pesanti e davanti agli altri colleghi di lavoro un proprio dipendente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2691 del 04.02.2009

La Corte di Cassazione ha stabilito che l’indennità di accompagnamento (prevista dalla L. 11.2.1980 n. 18 in favore di soggetti non deambulanti o non autosufficienti), va riconosciuta anche in caso di ricovero in ospedale pubblico. La Corte ha infatti precisato che costituisce principio di diritto vivente nella giurisprudenza di questa Corte, quello secondo il quale ai fini del diritto all’indennità di accompagnamento rileva esclusivamente il requisito sanitario descritto dall’art. 1 della stessa legge mentre non si richiede anche la condizione del non ricovero dell’inabile in istituto, la quale si pone come elemento esterno alla fattispecie, e non costituisce ostacolo al riconoscimento del diritto all’indennità. L’erogazione della stessa per il tempo in cui l’inabile sia ricoverato a carico dell’erario e non abbisogni dell’accompagnatore. La Corte ha altresì aggiunto che il beneficio può spettare all’invalido grave durante il ricovero ove si dimostri che le prestazioni assicurate dall’Ospedale medesimo non esauriscono tutte le forme di assistenza di cui il paziente necessita per la vita quotidiana e che in tema di indennità di accompagnamento per coloro che subiscono trattamenti di chemioterapia il beneficio può spettare all’invalido grave anche durante il ricovero in ospedale pubblico ove si dimostri che le prestazioni assicurate dall’ospedale medesimo non esauriscono tutte le forme di assistenza di vita quotidiana.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6658 del 18.03.2009

Con la sentenza in esame, la Suprema Corte, ha affermato che: le massaie, anche se non percepiscono reddito monetizzato, hanno diritto al risarcimento patrimoniale come un qualsiasi altro lavoratore in caso di infortunio dovuto ad un incidente stradale. La Cassazione ha cosi accolto il ricorso di una casalinghe, che si era gravemente infortunata, insieme al marito, in seguito ad un incidente stradale accaduto nel febbraio del 1996. In particolare la casalinga sosteneva nel ricorso in Cassazione che l’infortunio doveva essere risarcito come danno alla capacità lavorativa specifica, al pari di quello di un qualsiasi altro lavoratore La Cassazione nell’accogliere il ricorso ha sottolineato che la casalinga, pur non percependo reddito monetizzato, svolge un’attività suscettibile di valutazione economica, che non si esaurisce nell’espletamento delle sole faccende domestiche, ma si estende al coordinamento della vita familiare, per cui costituisce danno patrimoniale, quello che la predetta subisca in conseguenza della riduzione della propria capacità lavorativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6017 del 13.3.2009

Per la Suprema Corte le aziende non hanno piu’ l’obbligo tassativo di assumere un disabile. Per la Cassazione la norma va interpretata nell’ottica di considerare l’invalido una “risorsa” per l’azienda e non un “peso”, ed e’ tesa a fare si’ che la collocazione di un diversamente abile nell’organizzazione aziendale “sia utile all’impresa e che nello stesso tempo, per consentire l’espletamento delle mansioni per le quali il lavoratore e’ stato assunto, non si traduca in una lesione della sua professionalita’ e dignita'”. Di conseguenza, chiarisce la Suprema Corte, “il datore di lavoro puo’ legittimamente rifiutare l’assunzione non soltanto di un lavoratore” disabile “con qualifica diversa, ma anche di un lavoratore con qualifica ‘simile’ a quella richiesta, in mancanza di un suo previo addestramento o tirocinio da svolgere secondo le modalita’ previste dall’art. 12 della legge 68 del 1999” che regola appunto la materia del diritto al lavoro dei disabili.

Corte di Cassazione sentenza n. 6569 del 18.03.2009

La Cassazione, con la sentenza in esame, ha convalidato la decisione con la quale la Corte d’appello di Napoli aveva respinto il licenziamento di un ausiliario di una clinica privata, che si era rivolto al suo capo durante una discussione dicendogli ma che ca….. ti credi di essere!!. La Suprema Corte ha ritenuto che una simile espressione sia irriguardosa ma non minacciosa e da considerarsi come effetto di una reazione emotiva ed istintiva del lavoratore ai rimproveri ricevuti dal capo, escludendo che il fatto possa costituire vera e propria insubordinazione, tale da meritare la sanzione espulsiva.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5581 del 06.03.2009

Per la Suprema Corte ricevere “bustarelle” nell’ambito del pubblico impiego può essere causa di licenziamento. Con tale statuizione la Suprema Corte, ha confermato il licenziamento per un dirigente del Comune di Roma. Il funzionario, nel 1982, si era fatto dare una mini-mazzetta da 50 mila lire per evitare una contravvenzione a un imprenditore. Secondo la Corte è corretta la sentenza di Appello, la quale, rilevato che il lavoratore ha riportato condanna penale in esito a rito abbreviato, per fatti indubbiamente gravi commessi in servizio, ha preso atto che in tale ipotesi l’art. 27 del CCNL prevede il licenziamento in tronco. Nella loro autonomia, le parti sociali, continua la Corte, hanno ritenuto che in tema di impiego pubblico la condanna penale comporta di per sé il venir meno della fiducia la quale presiede al rapporto di lavoro e tanto sufficiente per confermare la legittimità del recesso. Il principio di autonomia tra processo penale e processo civile non rileva, in quanto la motivazione del recesso fa leva non solo sul fatto storico che sia stata irrogata al lavoratore stesso una condanna penale, ma anche sulla nuova valutazione del fatto oggetto di accertamento penale, anche in sede disciplinare”.

Corte di cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 3677 del 16.02.2009

Per la Suprema Corte i dirigenti pubblici hanno diritto a riavere il posto se l’hanno perso in seguito a una modifica della pianta organica del comune o dell’amministrazione, illegittima. La Corte ha inoltre precisato che: in caso di illegittimità per contrarietà alla legge, del provvedimento di riforma della pianta organica del comune, con soppressione delle posizioni dirigenziali, questo deve essere disapplicato dal giudice ordinario, con conseguente perdita di effetti dei successivi atti di gestione del rapporto di lavoro, costituiti dalla revoca dell’incarico dirigenziale, non sussistendo la giusta causa per recesso ante tempus dal contratto a tempo che sorge a seguito del relativo conferimento, con diritto del dirigente alla riassegnazione di tale incarico precedentemente revocato, per il tempo residuo di durata, detratto il periodo di illegittima revoca.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4123 del 28.01.2009

La Suprema Corte alla luce della nuova disciplina dettata dal D. Lgs. n. 81 del 2008 (in materia di tutela della salute e della sicurezza dei luoghi di lavoro) ha precisato che tra gli obblighi del datore di lavoro non delegabili ex art. 17 del D. Lgs., neanche nell’ambito di imprese di notevoli dimensioni, rientrano (a) la valutazione di tutti i rischi per la salute e la sicurezza, necessaria per la redazione del documento previsto dall’art. 28 del D. Lgs., che contiene non soltanto l’analisi valutativa dei rischi, ma anche l’indicazione delle misure di prevenzione e protezione attuate; (b) la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dei rischi (RSPP).

Corte di Cassazione, sentenza n. 1632 del 22.01.2009

E’ illegittimo il licenziamento intimato al lavoratore per scarso rendimento qualora sia risultata provata, sulla scorta della valutazione complessiva dell’attività tesa dal lavoratore stesso ed in base agli elementi dimostrati dal datore, una evidente violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente – ed a lui imputabile – in conseguenza dell’enorme sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione per il lavoratore e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento, avuto riguardo al confronto dei risultati dati globali riferito ad un media di attività tra i vari dipendenti ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 29817 del 19.12.2008

Ai dirigenti statali e, nella specie, ai dirigenti sanitari, non è spplicabile l’art. 2103 cod. civ., valendo il principio di turnazione degli incarichi dirigenziali che, previsto nell’ambito del lavoro pubblico privatizzato, non trova riscontro nel rapporto di lavoro subordinato, costituisce il fondamento dell’assegnazione alle mansioni dirigenziali ed è preordinato, nel preminente interesse generale al raggiungimento degli obiettivi fissati nell’organizzazione dei pubblici uffici dall’art. 97 Cost., al fine di evitare la cristallizzazione degli incarichi e di arricchire le doti culturali e professionali dei dirigenti mediante lo scambio di esperienze e attività/font>

Corte di Cassazione, sentenza n. 3276 del 10.02.2009

Il rapporto di lavoro a tempo determinato, al di fuori del recesso per giusta causa ex art. 2119 cod. civ., può essere risolto anticipatamente non per giustificato motivo oggettivo, ai sensi dell’art. 3 della legge 15 luglio 1966 n. 603, ma solo se ricorrono le ipotesi di risoluzione del contratto previste dagli art. 1453 ss. cod. civ. con la conseguenza che, qualora il datore di lavoro proceda ad una riorganizzazione del proprio assetto produttivo, non può valersi di tale circostanza per risolvere in anticipo un contratto di lavoro a tempo determinato.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4368 del 23.02.2009

Con la Sentenza n. 4368/2009, la Corte di Cassazione si è pronunciata in materia di legittimità di un licenziamento comminato a un lavoratore, il quale aveva erroneamente battuto lo scontrino fiscale. Il Tribunale di Roma annullava il licenziamento e la Corte di Appello confermava la sentenza di primo grado. Avverso la sentenza di appello la ditta datrice di lavoro ha promosso ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte ha rigettato il ricorso. La ditta ricorrente ha lamentato che la Corte di Appello non abbia motivato specificamente circa le critiche avanzate alla sentenza di primo grado. Infatti, nel medesimo scontrino erano presenti ben cinque errori e ciò non poteva essere dovuto al caso, ma la motivazione dell’agire del dipendente non poteva essere spiegata altrimenti se non con l’intento di favorire il cliente e di nuocere all’azienda. La Corte ha ritenuto il motivo infondato. Ad avviso del Collegio l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alla gravità oggettiva e soggettiva della mancanza del lavoratore costituirebbe una questione di fatto, la quale deve essere congruamente motivata. Nella specie, il giudice di merito ha ritenuto che il comportamento di un lavoratore il quale abbia errato nel battere uno scontrino non costituisca una lesione del vincolo fiduciario a causa della mancanza di prova della malafede, mentre ha ascritto il comportamento a incompetenza o confusione. Il giudice del merito ha ricostruito unitariamente il fatto e ne ha apprezzato la gravità dichiarandolo punibile con sanzioni disciplinari di minore entità. Non trova pertanto ingresso la tesi di un presunto rovesciamento dell’onere della prova, giacchè non si trattava di ascrivere al lavoratore la prova di una esimente, ma di ricostruire l’accaduto nella sua materialità secondo l’elemento intenzionale, il che stato fatto dal giudice del merito senza incidere sulle regole legali di onere della prova, che in tema di giusta causa di licenziamento grava comunque sul datore di lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 20326 del 23.07. 2008

Con la sentenza in oggetto la Suprema Corte ha confermato la legittimità del licenziamento mosso nei confronti di un dipendente sorpreso a dormire in macchina durante l’orario di lavoro. Secondo il Giudice di legittimità il fatto che il sedile dell’automobile era reclinato, lasciava intendere che il lavoratore si era disposto volontariamente al sonno, tanto ero che era stato rinvenuto addormentato profondamente e non soltanto assopito. Inoltre la ripetitività di tali episodi confermava che non si trattava di semplici colpi di sonno, tanto più l’interessato in episodi precedenti era stato trovato con la testa su un cuscino e coperto da un plaid.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 27995 del 08.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che commette reato la moglie che non permette al marito di tenere con sé il figlio durante il periodo di vacanza stabilito dal giudice. La Cassazione con la sentenza in esame ha respinto il ricorso di una mamma che si era opposta alle vacanze del figlio con il padre, violando un preciso ordine del giudice. Per la Corte, rientra nei doveri del genitore affidatario quello di favorire, a meno che sussistano contrarie indicazioni di particolare gravità il rapporto del figlio con l’altro genitore e ciò proprio perché entrambe le figure genitoriali sono centrali e determinanti per la crescita equilibrata del minore.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14176 del 18.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che è legittimo il licenziamento del lavoratore che svolge attività legale curando interessi in conflitto con il datore. La Corte con tale decisione ha confermato la decisione espressa dalla Corte di appello respingendo il ricorso di un dipendente di un’importante azienda esonerato per aver trattato in sede extragiudiziaria e giudiziaria controversie riguardanti la “sua” società alcuni impiegati. Sui motivi del recesso la Corte non ha dubbi nel dichiarare infranto l’obbligo di fedeltà dal momento che è stato dimostrato che il lavoratore era stato impegnato a difendere soggetti terzi in cause in cui la controparte era l’azienda che lo stipendiava. La correttezza e buona fede nei rapporti di lavoro impone che anche nei comportamenti extralavorativi il dipendente non danneggi il suo datore di lavoro

Corte di Cassazione, sentenza n. 28553 del 13.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che rischia di essere sospeso dall’incarico il manager sospettato di mobbizzare i sottoposti. Con tale principio la Corte ha confermato la misura della sospensione nei confronti di un direttore generale accusato di aver mobbizzato i dipendenti, tenendoli sotto minaccia di demansionamento e sanzioni disciplinari per ottenere l’acquiescienza alle carenze degli impianti di sicurezza. Ma non solo. Dalle motivazioni emerge un altro importante principio secondo cui la legittimità in astratto, delle sanzioni disciplinari non fa cadere le accuse di mobbing se le modalità di attuazione non sono state ortodosse. La condotta vessatoria integrante il mobbing – si legge in sentenza – non è esclusa dalla formale legittimità delle iniziative disciplinari assunte nei confronti dei dipendenti mobbizzati.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 15846 del 07.07.2009

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite con la sentenza in esame ha precisato che la giurisdizione sulle controversie inerenti sanzioni amministrative irrogate da uffici finanziari, se conseguenti alla violazione di disposizioni di natura non tributaria, appartiene solo al giudice ordinario e non già quello tributario. Nel merito la Corte sostiene dunque che, per la violazione delle norme sull’impiego – emersione del lavoro irregolare, la decisione spetta al giudice ordinario, non potendosi certo definire la materia di natura tributaria, anche se la sanzione amministrativa è irrogata comunque dall’amministrazione finanziaria. Sul punto ribadisce, poi, che eventuali pronunce emesse dalla commissione tributaria vanno comunque cassate, anche se formalmente corrette, con la conseguente rimessione delle parti innanzi al giudice del lavoro competente per territorio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 27819 del 06.07.2009

La Corte di Cassazione ha stilato un vademecum per i datori di lavoro per arginare il fenomeno delle “morti bianche”. Per la Corte il datore di lavoro, “in quanto titolare della relativa posizione di garanzia”, ha “l’obbligo di istruire i lavoratori sui rischi connessi alle attivita’ lavorative svolte” e deve “adottare tutte le opportune misure di sicurezza, la effettiva predisposizione di queste”. Inoltre il datore deve anche garantire “il controllo, continuo ed effettivo, circa la concreta osservanza delle misure predisposte per evitare che esse vengano trascurate o disapplicate”. Spetta poi sempre al datore di lavoro “il controllo sul corretto utilizzo, in termini di sicurezza, degli strumenti di lavoro e sul processo stesso di lavorazione”. Sulla scorta di questi principi la Corte ha confermato una condanna per omicidio colposo, nei confronti di un imprenditore accusato di aver provocato la morte di un suo dipendente “per colpa generica e specifica, violando in particolare le norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e per non avere adottato le misure di sicurezza sufficienti per la protezione della zona di lavoro dell’infortunio, per non avere predisposto la segnaletica stradale sufficiente a garantire l’incolumita’ dei lavoratori e per non avere fornito i dispositivi di protezione individuali idonei, quali indumenti specifici con inserti catarifrangenti”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14842 del 01.07.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’azienda non è sempre tenuta a risarcire i danni alla vista dei dipendenti addetti al videoterminale. Infatti, se riesce a provare che il tipo di attività nonostante sia al monitor, non provoca problemi di salute, si libera da ogni responsabilità. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di una Spa di Brindisi che era stata condannata a risarcire un dipendente addetto al videoterminale del danno biologico e morale in seguito a dei gravi problemi di vista.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15327 del 30.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non viola le norme sulla privacy l’imprenditore che mette a disposizione di terzi documenti scritti a mano da un dipendente al fine di rendere possibile una perizia grafica per accertare l’autore di lettere ingiuriose anonime inviate ad alcuni colleghi. Per la Corte l’interesse alla riservatezza tutelato dall’ordinamento recede quando quest’ultimo è esercitato per la difesa di un interesse giuridicamente rilevante e nei limiti in cui esso sia necessario alla tutela. La legge n. 675 del 1996, infatti, non configurando uno statuto generale della persona, non si applica a ogni situazione soggettiva, ma soltanto a quelle relative al fenomeno del trattamento dei dati personali, precludendo l’accesso solo ai dati sensibili della persona. Ne consegue, conclude la Cassazione, che quando si ha la divulgazione dei dati relativi a un soggetto, non si realizza sempre una violazione della legge dovendosi procedere a un giudizio di comparazione degli interessi in gioco.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15050 del 26.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il consulente aziendale sulla sicurezza del lavoro risponde degli infortuni subiti dai lavoratori addetti alle macchine pericolose, se non ha avvertito del problema , anche in mancanza di una relazione dei rischi a cui l’impresa committente era obbligata. Nessuna incidenza può essere ai fini della responsabilità della società consulente per la valutazione dei rischi aziendali per l’inadempimento dell’obbligazione a suo carico, consistente nella segnalazione alla committente dei macchinari esistenti in azienda, non conformi alla normativa di sicurezza, la circostanza che non era stata redatta la relazione di sicurezza con la valutazione dei rischi e che questo compito facesse carico all’azienda datrice di lavoro, dovendo anzi rilevarsi che detti ulteriori adempimenti previsti dal denunciato d.lgs. 626 del 1994 presuppongono l’analisi della sicurezza dei macchinari e dell’ambiente di lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12820 del 12.06.2009

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha stabilito che si deve riconoscere la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato all’immigrato quando la sua qualità di socio non è altro che un escamotage utilizzato dal datore di lavoro per non metterlo in regola. La Suprema Corte ha così confermato la decisione dei giudici di merito che avevano considerato come simulato l’atto di costituzione di una snc nel settore della ristorazione. Della società faceva infatti parte anche una cameriera extracomunitaria. Un sistema messo in atto per non riconoscere il rapporto di lavoro dipendente alla ragazza. La Corte ha evidenziato che il giudice può avvisare l’esistenza della simulazione anche semplicemente dall’interpretazione delle domande e delle eccezioni di parte. Secondo la Suprema Corte i giudici di merito hanno correttamente accertato la simulazione assoluta dell’atto che costituiva la società basandosi sulle ammissioni di parte e sulle pretese dell’altra parte. Anche se l’accertamento è stato solo incidentale, non essendovi stata una specifica domanda di parte in tal senso, non c’è stato secondo la Corte un vizio di ultrapetizione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14586 del 22.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non puo essere licenziato il dipendente che si allontana immotivatamente dall’ufficio se questo, in tutta la sua carriera, non è mai stato destinatario di altre sanzioni disciplinari. In particolare la Corte ha precisato che in caso di licenziamento per giusta causa, ai fini della proporzionalità tra fatto addebitato, viene in considerazione ogni comportamento che, per la sua gravità sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro e di far ritenere che la continuazione del rapporto si risolva in un pregiudizio per gli scopi aziendali, essendo determinante, ai fini del giudizio di proporzionalità l’ininfluenza che sul rapporto di lavoro sia in grado di esercitare il comportamento del lavoratore che, per le sue concrete modalità per il contesto di riferimento, appaia suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento e denoti una scarsa inclinazione ad attuare diligentemente gli obblighi assunti, conformando il proprio comportamento ai canoni di buona fede e correttezza.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13167 del 08.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che la complessità dell’organizzazione aziendale non giustifica ritardi nella contestazione del licenziamento disciplinare. Infatti tra l’interesse del datore di lavoro a prolungare le indagini senza un reale motivo e il diritto del dipendente a una pronta difesa deve prevalere la posizione di quest’ultimo, dal momento che un eccessivo ritardo rischia di ingenerare nell’incolpato la convinzione che il fatto non ha acquistato rilevanza disciplinare. Per la Cassazione l’imprenditore ha il dovere di comportarsi in buona fede evitando, cioè di proseguire le indagini interne oltre il tempo strettamente necessario per avere le idee chiare sull’accaduto. Né conclude la Suprema corte, la sanzione del licenziamento in tronco può essere ritardata con la giustificazione che le comunicazioni tra i vari uffici necessitano di tempi lunghi perché l’organizzazione aziendale è molto complessa, dal momento che si tratta di fattori interni all’azienda che non devono nuocere al lavoratore.

Corte di Cassazione, sentenza n. 23923 del 10.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che le testimonianze dei colleghi possono inchiodare il capo che, con le sue intemperanze, stressa a tal punto il dipendente da fargli venire la depressione e l’ansia, e che per questo rischia, oltre al carcere, di dover risarcire il sottoposto. Con tale principio la Corte ha condannato definitivamente un dirigente di un ufficio giudiziario della Liguria.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11835 del 21.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’assegnazione di un lavoratore a compiti che solo sulla carta sono equivalenti ai precedenti costituisce sempre demansionamento. A nulla rileva che le nuove mansioni siano indicate nel contratto collettivo come corrispondenti alle vecchie. L’equivalenza formale delle funzioni, infatti, un concetto che non può essere estremizzato al punto di consentire uno svuotamento totale dell’attività lavorativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12811 del 02.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che si deve ritenere antisindacale la condotta di un’imprenditore che, in occasione di uno sciopero, utilizza dirigenti e quadri per svolgere le mansioni degli operai che hanno aderito all’astensione. Per la Cassazione se è legittima la riorganizzazione aziendale volta a limitare gli effetti negativi dello sciopero mediante l’impiego di lavoratori non aderenti, aventi per mansioni inferiori, non è invece consentito il contrario. In pratica il datore di lavoro non può restituire i dipendenti in sciopero con lavoratori di qualifica superiore impiegandoli in mansioni inferiori solo per neutralizzare gli effetti dell’astensione. Questa attività è illegittima e l’eventuale consenso dei dipendenti assegnati in sostituzione non può essere considerato una giustificazione. In questo modo, conclude la Cassazione, si lede infatti l’interesse collettivo del sindacato nella sua capacità di difendere i diritti dei lavoratori “mediante la coalizione solidale, perché può derivare dallo sciopero conseguenze illegittime per altri dipendenti, dividendo gli interessi dei lavoratori e ponendoli in contrasto tra loro e con le organizzazioni sindacali”

Corte di Cassazione, sentenza n. 12721 del 04.06.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che anche se il lavoratore finisce in carcere non è possibile licenziarlo. Il detenuto può perdere lo stipendio ma non può essere allontanato dal posto di lavoro. La Corte ha cosi convalidato la reintegrazione di un lavoratore occupato in un’ azienda con oltre 60 dipendenti, che, per ragioni non legate alla sua attività lavorativa era finito in carcere ed era stato licenziato in tronco per “assenza ingiustificata” dal luogo di lavoro. L’azienda nel corso del processo aveva evidenziato che la detenzione del lavoratore aveva determinato un danno, giacchè l’attività non si poteva consentire alcuna interruzione del normale ciclo produttivo. Di diverso avviso la Suprema Corte che ha confermato la reintegra nel posto di lavoro già disposta dai giudici dell’Appello, con tanto di condanna della societa’ al risarcimento dei danni.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11417 del 18.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che per configurare il rischio elettivo, quale limite all’indennizzabilità degli infortuni sul lavoro, richiesto che il lavoratore ponga in essere un atto non solo volontario, ma anche abnorme, nel senso di arbitrario ed estraneo alle finalità produttive. E’ necessario, in aggiunta, che il comportamento del lavoratore sia motivato da impulsi meramente personali, quali non possono qualificarsi le iniziative, pur incongrue ed anche contrarie alle direttive del datore di lavoro, ma motivate da finalità produttive e, infine, che l’evento conseguente all’azione del lavoratore non abbia alcun nesso di derivazione con l’attività lavorativa. Il rischio elettivo, quale limite all’indennizzabilità degli infortuni sul lavoro, è ravvisabile, per richiamare una definizione sintetica ricorrente, solo in presenza di un comportamento abnorme, volontario ed arbitrario del lavoratore, tale da condurlo ad affrontare i rischi diversi da quelli inerenti la normale attività lavorativa, pur latamente intesa, a tale da determinare una causa interruttiva di ogni nesso fra lavoro, rischio ed evento secondo l’apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito

Corte di Cassazione, sentenza n. 12326 del 27.05.2009

La Suprema Corte ha precisato che devono essere tutelate le morti bianche anche se l’infortunio è avvenuto per strada. La vedova del lavoratore deceduto in un incidente stradale con la propria auto o comunque con un mezzo privato ha infatti diritto alla rendita Inail. Tuttavia ai figli spetta l’indennizzo solo se hanno meno di ventisei anni. Con tale principio la Suprema Corte ha accordato la rendita alla vedova di un professore che era rimasto ucciso in uno scontro fra il motorino di uno studente che gli aveva dato un passaggio e un auto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 21270 del 21.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che nelle piccole aziende familiari risponde della sicurezza dei lavoratori il socio delegato dagli altri ai rapporti con l’ispettorato del lavoro e, cioè il vertice della società/font>

Corte di Cassazione, sentenza n. 11417 del 18.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che vanno risarciti i lavoratori che entrando dagli ingressi aziendali più pericolosi, si fanno male. Questa scelta, afferma la Cassazione, non rientra nel rischio elettivo del dipendente che invece un’azione irragionevole, e come tale preclude il risarcimento per l’infortunio in itinere.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18998 del 06.05.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che ai lavoratori autonomi in azienda spettano le stesse garanzie dei dipendenti su informazione, protezioni, controlli e direttive dei superiori. Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso di un impresa e del suo direttore delegato alla sicurezza condannato per omicidio colposo dopo la morte di un lavoratore autonomo che spesso, per arrotondare, si fermava a fare qualche extra.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9698 del 23.04.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che il datore è responsabile degli infortuni anche quando il dipendente cosciente e fa manovre non corrette. In particolare la Cassazione ha ritenuto che la responsabilità del datore è esclusa soltanto in caso di dolo o rischio elettivo del lavoratore, ovvero di rischio generato da un attività che non abbia rapporti con lo svolgimento dell’attività lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa, mentre l’eventuale colpa del lavoratore non è di per s’idonea ad escludere il nesso causale tra il verificarsi del danno e la responsabilità del datore di lavoro, sul quale grava l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno stesso.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7985 del 02.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che per contestare il mobbing non è sufficiente denunciare lo svuotamento delle proprie mansioni ma vanno allegate tutta una serie di condotte vessatorie collegate causalmente.
Per la Corte non è sufficiente la prospettazione di un mero ‘svuotamento delle mansioni’, occorrendo, ai fini della deduzione del mobbing, anche l’allegazione di una preordinazione finalizzata all’emarginazione del dipendente”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7665 del 27.03.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di cessione d’azienda la norma di garanzia per i lavoratori, contenuta nell’articolo 2212, comma 1, del Cc, si applica anche ai lavoratori licenziati poco prima del trasferimento solo se si è accertata l’illegittimità dell’estinzione del rapporto, che costituisce dunque “una dato pregiudiziale ed autonomo” sul piano logico e giuridico.
Per la Suprema Corte “Solo dall’accertamento dell’illegittimità del recesso e dalle conseguenze da esso derivate (annullamento del licenziamento se disposto in vista del trasferimento d’azienda, o, comunque, permanenza del lavoratore alle dipendenze del cedente, nel caso di licenziamento disposto per ragioni diverse) sarebbe potuta derivare la declaratoria di continuità del rapporto di lavoro alle dipendenze dell’imprenditore cessionario”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6125 del 12.03.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non è legittimo il licenziamento del dipendente che si intrattiene per quindici minuti a parlare con il collega in attesa di altro materiale da lavorare.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4650 del 27.02.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se le parti, sindacati e datore di lavoro, si accordano per la possibilità di fare delle assunzioni a termine fuori dei casi previsti dalla legge 230/1962, come prevede l’articolo 23 della legge 56/1987 in casi particolari, un volta superato il limite temporale concordemente fissato, scatta la conversione del rapporto a tempo determinato.

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