Navigare online: influisce sulla credibilità della vittima?

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Confermata la condanna a cinque anni e dieci giorni di reclusione per l’imputato ritenuto colpevole di violenza sessuale nei confronti della moglie.

Del tutto irrilevante il fatto che la coniuge abbia navigato online e visitato alcune pagine Facebook dopo la violenza sessuale giacché per i Giudici non è indice di una presunta «condizione di “serenità”», così come sostenuto invece dalla difesa.

Indubbia l’attendibilità della vittima che ha raccontato non solo della «violenza sessuale all’interno delle mura domestiche» ma anche delle «lesioni personali» subite il giorno precedente.

L’assenza del requisito dell’abitualità delle condotte vessatorie poste in essere nei confronti della vittima non determina in alcun modo una mancanza di credibilità della persona offesa.

I Giudici del Palazzaccio osservano che in secondo grado si è chiarito correttamente che «la eventuale navigazione della vittima su internet, trattandosi di un post factum, nulla avrebbe aggiunto o escluso alla violenza sessuale subita poco prima dalla vittima per mano del marito, così come da costei dettagliatamente descritta nel corso della sua audizione».

Con la sentenza n. 29325/20 del 22 ottobre 2020 la Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.