Uomo fa pressioni sulla ex compagna per spingerla a non usare la droga. È stalking?

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Il caso

Un uomo viene accusato, arrestato e processato per il presunto stalking nei confronti dell’ex compagna.

Ricostruita la vicenda l’imputato viene ritenuto colpevole in primo grado.

Successivamente i giudici della Corte d’Appello ritengono fondamentale il movente che ha spinto l’imputato ad agire e a fare pressioni sulla ex compagna: aiutarla a smettere di fare uso di droga.

Non è quindi possibile parlare di  «atti persecutori».

L’ex compagna, visto che il suo narrato «è stato ritenuto pienamente attendibile» anche in secondo grado propone ricorso per Cassazione avverso la decisione dei Giudici d’appello di non condannare la rilevanza penale tenuta dalla condotta dell’imputato.

Ai fini della sentenza è rilevante

  • la considerazione, tratta dal compendio probatorio, che «nel periodo temporale in contestazione (anno 2010), successivo alla fine della pregressa relazione sentimentale (dal 2008, quando si era instaurato un rapporto di natura solo amicale), la donna era tossicodipendente e l’ex compagno, a sua volta affrancatosi da quella stessa condizione, era animato dal desiderio di volere aiutare a tutti i costi l’amica a venirne fuori»;
  • la versione dei fatti riferita dal padre dell’uomo, supportata dall’analisi degli sms inviati dalla donna all’ex compagno e dai quali si poteva evincere un certo legame affettivo con l’ex compagno.

Gli Ermellini non possono che ritenersi d’accordo con la decisione dei giudici d’appello e legittimano l’assoluzione dell’uomo per mancanza di di dolo persecutorio e per assenza di reale e verificato stato di ansia e preoccupazione nella donna (sentenza n.30740/20 del 4 novembre)