Cina: no al risarcimento danni da Covid

l colpevole ritardo della Repubblica popolare cinese nella comunicazione dei primi casi di contagio da Covid-19 (dicembre 2019) integra un crimine di guerra – al pari di quelli della Germania nazista – che esclude l’immunità dello Stato e radica la giurisdizione nazionale ai fini del risarcimento del danno. Questa la suggestiva tesi, bocciata però dalle Sezioni unite della Cassazione di una cittadina italiana che aveva perso la madre a causa della pandemia ed era finita ella stessa intubata a rischio della vita.

Secondo la ricorrente l’inerzia della Cina che aveva aspettato fino al 22 gennaio 2020 per mettere in quarantena la città di Wuhan, così come il tentativo deliberato di occultare le informazioni, violava il Regolamento sanitario Internazionale (IHR) che imponeva comunicazioni nelle 24H. Analoga violazione derivava dal commercio illegale di animali selvatici (Pangolino) e dal mancato rispetto del Memorandum col nostro Ministero della Salute per la cooperazione sanitaria.

Per i giudici, tuttavia, le condotte addebitate alla Cina “sono evidentemente espressive di attività cd iure imperi”. Tali condotte (come del resto le restrizioni adottate dall’Italia) sono infatti “da ricollegare all’esercizio di potestà pubblicistiche”.

La Corte costituzionale, intervenendo al termine di un lungo rimpallo giurisdizionale sui crimini del Terzo Reich, anche con la Corte internazionale di giustizia che ha espresso parere diverso, ha affermato che l’immunità degli Stati stranieri non può essere predicata attraverso delle norme che entrino in conflitto con i diritti fondamentali dell’ordinamento costituzionale.

Le condotte che fonderebbero la responsabilità della Repubblica Popolare di Cina, infatti, non possono però essere valutate alla stregua della commissione di crimini internazionali, la cui inziale descrizione risale all’accordo di Londra del 1945, e che oggi si rinviene essenzialmente nelle previsioni dello Statuto della Corte penale internazionale. E non solo per la “mancata corrispondenza” rispetto alla specifica elencazione fatta ma anche per “l’assenza della finalità che a mente della stessa norma deve avvincere le varie condotte imputate al responsabile”.