DASPO e sicurezza pubblica

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Il caso

Il Tribunale di Lecce e la Corte d’Appello di Lecce concordavano sulla condanna di un tifoso che, pur destinatario di DASPO, non si era presentato presso gli uffici delle Forze dell’Ordine durante il secondo tempo di una competizione calcistica.

Il tifoso, che si era presentato solo durante il primo tempo, proponeva allora ricorso per cassazione lamentando principalmente che non era stata tenuta in conto la distanza geografica tra l’ufficio delle Forze dell’Ordine e il luogo dove si era disputata la partita di calcio. Non sarebbe stato infatti possibile per lui raggiungere il luogo dell’incontro calcistico in tempo per poter seguire il secondo tempo.

Il ricorrente dichiarava inoltre che vi era un’assenza di abitualità nel suo gesto e in più sottolineava la parzialità e inoffensività nella sua condotta.

La Suprema Corte precisa che l’obbligo di presentarsi negli uffici delle Forze dell’Ordine durante gli incontri calcistici non ha la sola finalità di impedire al tifoso destinatario di DASPO di partecipare alle partite.

La finalità dell’obbligatorietà “è preordinata a consentire in termini più generali alla autorità di pubblica sicurezza l’esercizio di una forma di controllo, con chiare e prevalenti finalità di prevenzione speciale, a carico di determinati soggetti, la cui condotta ha già dato prova di costituire una probabile fonte di pericolo per il mantenimento dell’ordine pubblico, in occasione di eventi, quali lo svolgimento di competizioni sportive, nel corso dei quali gli stessi hanno manifestato una preoccupante inadeguatezza comportamentale”.

Il fatto che gli incontri si svolgano “in ambito territoriale prossimo o meno alla abituale sede di residenza del soggetto attinto dalle prescrizioni non è di per sé fattore che giustifichi un affievolimento dell’interesse pubblico al controllo dei suoi movimenti”.

Sulla base di questo giudizio non è importante che il ricorrente avesse o meno la possibilità di raggiungere il luogo della competizione.

Il ricorso da lui proposto è inammissibile e con la sentenza n. 3565/21 del 28 gennaio l’uomo viene condannato al pagamento delle spese processuali.