Google è tenuta al risarcimento per il ritardo nella deindicizzazione di una notizia relativa a un procedimento penale concluso con assoluzione, esponendo così al pubblico dati e informazioni personali non più di interesse e ledendo, di conseguenza, la reputazione della persona e il diritto alla riservatezza. Si tratta di un ulteriore intervento della Corte di Cassazione (ordinanza n. 6433/26) sul delicato equilibrio tra informazione online e tutela della reputazione personale. Al centro della vicenda vi è il ricorso di un soggetto contro Google LLC per la mancata tempestiva rimozione dai risultati di ricerca di articoli legati a una vicenda giudiziaria ormai conclusa.
Il caso trae origine da un procedimento penale conclusosi nel 2022 con la prescrizione dei reati. Nonostante ciò, gli articoli di giornale online continuavano a comparire tra i risultati di ricerca associati al nome del ricorrente. Il cittadino, pertanto, ha richiesto a Google la deindicizzazione dei contenuti, allegando anche la decisione giudiziaria favorevole. La società ha accolto solo parzialmente la richiesta, rimuovendo alcuni link ma lasciandone altri online per oltre un anno, fino all’avvio del contenzioso.
Il Tribunale di Roma ha riconosciuto la violazione del diritto all’oblio, ma ha negato il risarcimento del danno per mancanza di prova concreta del pregiudizio subito. La Corte di Cassazione ha ora ribaltato questa impostazione, censurando la sentenza di primo grado. Secondo i giudici, la motivazione con cui il Tribunale ha escluso il danno è “apparente” e, pertanto, giuridicamente nulla.
In particolare, è stato ritenuto contraddittorio affermare da un lato la violazione del diritto all’oblio e dall’altro negare il danno senza un’adeguata analisi delle circostanze.
La Suprema Corte ha sottolineato che il giudice avrebbe dovuto:
– valutare il contenuto degli articoli e il loro impatto reputazionale;
– considerare la diffusione online delle notizie.
– L’utilizzo del ragionamento presuntivo è ammissibile per la determinazione del danno non patrimoniale.
La presunzione del danno riveste un’importanza cruciale nel contesto decisionale relativo alla prova del danno. In particolare, nel caso di lesione della reputazione online, non è sempre necessario fornire una prova specifica di ogni singola conseguenza negativa. Il pregiudizio può essere dedotto da elementi quali:
– La visibilità dei contenuti nei motori di ricerca;
– La gravità delle accuse riportate;
– Il contesto sociale e professionale della persona coinvolta.
La Corte di Cassazione ha disposto l’annullamento della sentenza impugnata e il rinvio al Tribunale di Roma, che dovrà procedere a una nuova istruzione del processo con un giudice diverso e riesaminare la richiesta di risarcimento.
