Rischia una sanzione disciplinare l’avvocato che non giustifica la parcella del codifensore

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Corte di Cassazione, sentenza n. 3184 del 18.02.2015

E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con sentenza n. 3184, depositata il 18 febbraio 2015, rigettando il ricorso presentato dal Consiglio dell’Ordine avverso la decisione con cui il Consiglio Nazionale Forense aveva revocato – per mancanza di “sterpitus fori”- la misura cautelare della sospensione dalla professione, precedentemente irrogata ad un avvocato sottoposto a procedimento penale.
Ciò poiché secondo il CNF la valutazione discrezionale circa l’opportunità di procedere, in tal caso, alla sospensione cautelare del professionista, avrebbe dovuto essere sorretta da circostanze oggettive, atte ad integrare il clamore suscitato dalle imputazioni penali, in una dimensione di effettiva propagazione all’esterno dell’ambito giudiziale.
Dello stesso avviso si è rivelata la Corte di Cassazione, secondo cui, la sospensione cautelare di un avvocato dall’attività professionale, deve dirsi legittima solo se motivata, non solo con riferimento alla gravità delle imputazioni penali elevate a carico del professionista, ma anche con riguardo allo “strepitus fori” da accertarsi in concreto e che abbia le caratteristiche dell’attualità.
Deve pertanto escludersi, come nel caso di specie, che possa valere a sostenere la sospensione in parola uno “strepitus fori” non concreto ed attuale ma solo “ragionevolmente” previsto, ovvero, solo astrattamente collegato all’esistenza del processo penale.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 9529 del 19.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è corretta la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione (per due mesi e quindici giorni) a carico dell’avvocato che ha chiesto ad una cliente ammessa al patrocinio a spese dello Stato un compenso per l’attività professionale prestata successivamente all’ammissione al beneficio (in violazione degli articoli 5 e 6 del Codice deontologico forense e del disposto dell’articolo 85 del Dpr 115/2002). Loa stata deliberata l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
Per la Cassazione, infatti, come ricostruito dal Cnf, quando si tratta di attività professionale svolta in vista della successiva azione giudiziaria essa deve essere ricompresa nell’azione stessa ai fini della liquidazione a carico dello Stato: sicché in relazione ad essa il professionista non può chiedere il compenso al cliente ammesso al patrocinio a spese dello Stato.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 10140 del 20.06.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’’apertura di un procedimento disciplinare contro un avvocato da parte del Consiglio territoriale non è autonomamente impugnabile davanti al Consiglio nazionale, perché non incide sullo “status” professionale del legale. Lo ha stabilito la Corte respingendo il ricorso di un avvocato di Bolzano contro cui l’ordine locale aveva avviato l’azione a seguito di una intervista rilasciata ad una radio locale in cui il professionista dipingeva la magistratura cittadina come assoggettata al potere politico ed economico locale.
Per la Corte, infatti: “L’atto di apertura del procedimento disciplinare disposto dal Consiglio disciplinare territoriale a carico di un avvocato, comunicato all’incolpato ed al Pm […] non costituisce una decisione ai sensi dell’ordinamento professionale forense, bensì un mero atto amministrativo endoprocedimentale, che non incide in maniera definitiva sul relativo status professionale e non decide su questioni pregiudiziali a garanzia del corretto svolgimento della procedura”. Ne consegue che “avendo l’atto di apertura del procedimento il solo scopo di segnarne l’avvio con l’indicazione di massima dei capi di incolpazione, esso non è autonomamente impugnabile davanti al Cnf”.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 529 del 18.01.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’utilizzo di tecniche dilatorie nei confronti dell’avvocato della controparte in un quadro di comportamenti poco trasparenti finalizzati ad orientare in un determinato modo la soluzione della controversia è illegittimo. È dunque giustificata la sanzione della censura irrogata all’avvocato ritenuto colpevole di tali condotte.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13482 del 20.06.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la parte condannata a pagare le spese processuali è tenuta a versare alla controparte anche le “consultazioni con il cliente” succesive alla sentenza definitiva. Lo ha affermato la terza sezione civile della Cassazione con la sentenza in oggetto secondo la quale gli onorari e i diritti di procuratore per le voci tariffarie “consultazioni con il cliente” e “corrispondenza iinformativa con il cliente” sono ripetibili nei confronti della parte soccombente in sede di precetto intimato dalla parte vittoriosa anche successivamente e in relazione alla sentenza definitiva.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 4773 del 28.02.2011

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha precisato che l’avvocato che non risponde alla richiesta del Consiglio dell’Ordine di fornire chiarimenti su un esposto che lo riguarda non commette un illecito disciplinare. Lo ha chiarito la Cassazione, a sezioni Unite, con la sentenza 4773/2001 per la quale il secondo capoverso dell’articolo 24 del codice deontologico forense deve essere interpretato nel senso che è sanzionabile solo la mancata risposta dell’avvocato alla richiesta del Consiglio dell’Ordine relativa a un esposto presentato nei confronti di un altro iscritto. Qualora la norma fosse interpretata in maniera diversa, ha chiarito la Suprema corte, ci sarebbe un’evidente violazione del diritto di difesa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4422 del 23.02.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che tra i doveri di un avvocato non rientra quello di aggirare le prescrizioni di legge, declinando le norme a favore del cliente. La Corte di cassazione nell’ordinanza in oggetto respinge quindi il ricorso sottolineando come non sia fonte di responsabilità professionale «per il legale che sia stato incaricato della presentazione di una dichiarazione di successione in prossimità della scadenza del relativo termine e in mancanza della documentazione necessaria per il tempestivo adempipmento della prestazione», ommettere «di consigliare il cliente di accettare l’eredità con beneficio di inventario, in modo da farlo beneficiare della proroga prevista per tale ipotesi dalla legge, trattandosi da una deviazione dell’atto dal suo scopo precipuo».

Corte di Cassazione, sentenza n. 4641 del 11.02.2011

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che non commette anche una truffa il professionista che esercita senza l’iscrizione nell’apposito albo se nella brochure di studio è indicato il ruolo effettivo di ciascun operatore. Così il cliente non è indotto in errore.
Lo ha sancito la Corte di Cassazione che ha annullato la condanna nei confronti di moglie e marito (lei laureata in lettere e lui neurologo) per truffa, confermando invece quella per esercizio abusivo della professione.
In particolare la donna, pur avendo indicato nelle brochure di studio il suo ruolo, aveva esercitato come psicoterapeuta, senza essere iscritta nell’apposito albo. Lui, dominus di studio, era stato condannato in concorso con la moglie per esercizio abusivo della professione e per truffa.
Con il ricorso in Cassazione è stato definitivamente cancellato questo secondo capo di imputazione. La seconda sezione penale ha infatti affermato che la brochure di studio metteva al corrente i clienti circa i ruoli rivestiti dai due professionisti.
“In ordine al reato di truffa – dice a chiare lettere la Cassazione – non sussiste l’elemento costitutivo dell’induzione in errore con artifici o raggiri”. Questo perché la convinzione dei clienti di trovarsi do fronte a persona qualificata “non è stata conseguente ad esibizione di titoli inesistenti o da esplicite affermazioni ma da un comportamento di fatto non specificamente rivolto a far credere l’esistenza di titoli professionali da parte della moglie”

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 3033 del 08.02.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’ avvocato può trattenere le copie di documenti del cliente, che ha gli revocato il mandato, al fine di riscuotere i soldi della parcella. Lo hanno chiarito le sezioni Unite civili della Cassazione con la sentenza 3033/2011 secondo la quale il trattenimento da parte del professionista revocato dall’incarico «di copie di documenti precedentemente a lui consegnate dal rappresentato, al fine di consentire la predisposizione di adeguata difesa, integra un’ipotesi di trattamento dei dati personali». Tuttavia la stessa legge consente di derogare alle regole sulla privacy per motivi di giustizia. Ne consegue che è legittima la ritenzione di copia di documenti consegnati dal cliente «per la relativa utilizzazione nel processo per cui era stato conferito il mandato pur dopo l’intervenuta revoca di esso, quando si tratti di far valere in altra sede processuale il diritto al compenso per l’attività professionale svolta».

Corte di Cassazione, sentenza n. 22463 del 04.11.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il codifensore ha sempre diritto alla parcella in relazione “all’opera effettivamente prestata”. Con tale pricipio la Corte, ha respinto il ricorso di una cliente che voleva liquidare una compenso unico ai due difensori che l’avevano assistita durante una causa. In particolare la secondo sezione civile ha ribadito, fra l’altro, che “ai sensi dell’art. 6 della legge professionale forense 794 del 1942, nel caso in cui più avvocati siano stati incaricati della difesa, è riconosciuto a ciascuno di essi il diritto ad un onorario , nei confronti del cliente solo in base all’opera effettivamente prestata”.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 22623 del 08.11.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che vista l’unitarietà della funzione docente e l’indipendenza nell’insegnamento, è possibile ampliare il novero delle professioni escluse da quelle incompatibili con l’esercizio dell’avvocatura all’insegnamento nelle scuole elementari. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza in oggetto intervengono così da ampliare le possibilità di iscrizione all’albo anche ai docenti del primo grado di istruzione, ammettendo l’iscrizione all’ordine di una insegnante che regolarmente aveva effettuato il periodo di praticantato e superato l’esame di Stato. Per farlo hanno utilizzato una interpretazione estensiva della norma di cui all’articolo 3, comma 4, lettera a), del Rdl n. 1578/1933. Per la Corte si tratta solo di esplicitare quanto già individuabile nella norma in coerenza con l’identità di ratio di quanto espressamente previsto, con una lettura è costituzionalmente orientata della norma stessa che, altrimenti, sembrerebbe diporre una discriminazione “irragionevole”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22478 del 04.11.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il giudice non può ridurre l’onorario dell’avvocato quando il cliente ne contesta l’intera esistenza. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di un legale che aveva ingiunto a un suo cliente il pagamento di alcune parcelle. L’opposizione dell’uomo è stata respinta ma, in appello, il tribunale, pur dando atto che l’appellante si era limitato a contestare genericamente il diritto vantato dal legale, ha ridotto l’importo degli onorari riconosciuti dal giudice di primo grado. La Cassazione ha però censurato questa decisione affermando che, qualora la sentenza di primo grado relativa al pagamento di una somma sia appellata limitatamente an debeatur, il giudice di appello non ha il potere di riesaminare anche la quantificazione del credito, stante l’autonomia esistente tra la pronuncia sull’an e quella sul quantum.

Corte di Cassazione, sentenza n. 20269 del 27.09.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha preicsato che i minimi tariffari per gli avvocati, prima della riforma Bersani, riguardavano anche l’attività extragiudiziale. Secondo la Corte in materia di onorari e diritti di avvocato, l’articolo 24 della legge n. 794 del 1942, che sancisce l’inderogabilità delle tariffe minime per le prestazioni giudiziali va interpretato nel senso dell’estensione di questo principio anche alle prestazioni stragiudiziali alla stregua sia della ratio legis, sia del criterio di adeguamento al principio costituzionale di uguaglianza, sia di ragioni sistematiche volte a tutelare il lavoratore anche nelle prestazioni d’opera intellettuale. Né ha concluso il collegio, il principio può offrire eccezioni in considerazione della natura semplice o ripetitiva di alcuni affari.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 19702 del 17.09.2010

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza in esame ha confermato la sospensione di un anno dall’esercizio della professione per l’avvocato che comunica a terzi i precedenti penali del proprio cliente. Per le Sezioni Unite il professionista, con il suo comportamento, ha gravemente violato l’obbligo di segretezza in ordine ai procedimenti penali dei quali era venuto a conoscenza in ragione del mandato ricevuto

Corte di Cassazione, sentenza n. 17506 del 26.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la scelta processuale del legale può essere fonte di responsabilità professionale e obbligare l’avvocato al risarcimento del danno subito dal cliente. . La Corte d’Appello dell’Aquila aveva condannato il legale di un architetto a risarcire il professionista per i danni subiti per violazione del dovere di diligenza professionale nella sua difesa in una controversia giudiziaria: per ottenere il pagamento dei compensi dell’architetto infatti, l’avvocato aveva deciso di promuovere un giudizio ordinario in luogo del procedimento monitorio. Contro tale decisione il legale aveva perciò presentato ricorso in cassazione. Il giudice di legittimità però definitivamente pronunciando sulla questione, ha confermato la decisione del tribunale di merito, affermando che in tal caso, la diversa scelta dell’avvocato avrebbe comportato una maggiore soddisfazione del creditore senza attendere i lunghi tempi del procedimento ordinario

Corte di Cassazione,Sezioni Unite, sentenza n. 18053 del 04.08.2010

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha precisato che l’avvocato sospeso dall’esercizio dell’attività professionale a seguito di un procedimento disciplinare non può impugnare personalmente la decisione del Cnf. Il provvedimento, infatti, è immediatamente esecutivo e priva il professionista dello ius postulandi. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza in oggetto che ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione presentato da un avvocato al quale il Consiglio dell’Ordine aveva inflitto la sanzione disciplinare della sospensione dall’attività per due mesi per aver fatto uso di espressioni sconvenienti e offensive del dovere di correttezza nei confronti di un collega.

Corte di Cassazione,sentenza n. 17049 del 20.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’avvocato può portare in causa il cliente per il pagamento della parcella nella città dove ha trasferito l’iscrizione all’ordine. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza in oggetto. L’individuazione di un foro facoltativo e concorrente, legittimata anche dalla sentenza della Consulta n. 50/2010, attribuisce al legale una facoltà processuale con la quale egli può allontare di recupeare i suoi crediti per prestazioni professionali in via monitoria. Non è rilevante, ai fini dell’individuazione del giudice competente, che al momento della richiesta stragiudiziale di pagamento della parcella l’avvocato fosse iscritto a un altro consiglio dell’ordine.

Corte di Cassazione,Sezioni Unite, sentenza n. 16349 del 13.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha ritenuto legittima la sanzione disciplinare per l’avvocato che invia una raccomandata a un collega definendo una pronuncia sgangherata opinione di un giudice. Nella sentenza i giudici di legittimità rigettano il ricorso del legale contro la sanzione dell’avvertimento comminata dal Consiglio dell’ordine forense di Cassino per i comportamenti non conformi alla dignità al decoro professionale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16151 del 08.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non esiste un’incompatibilità tra l’esercizio delle funzioni di difensore e quelle di teste nell’ambito del medesimo giudizio, se non nei limiti della contestualità . Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza in oggetto secondo la quale non vi è una base normativa per sostenere che un difensore, che abbia reso testimonianza in un processo, in una fase in cui non svolgeva il suo ruolo di difensore costituito, non possa assumere la veste di difensore successivamente alla testimonianza resa, ovvero l’esatto contrario, e cioè che un difensore, cessata tale qualità non possa assumere la qualità di testimone nello stesso processo. Il problema diventa quindi deontologico ed è in base a queste regole che occorre individuare in quali casi il munus difensivo non possa conciliarsi con l’ufficio di testimone.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 14617 del 17.06.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che rischia la sanzione della censura l’avvocato che dopo aver rinunciato al mandato professionale di un consorzio per la gestione degli acquedotti invia allo stesso una diffida nella qualità di difensore del Comune in una controversia per l’affidamento degli impianti e le opere destinate alla distribuzione idrica. con tale principio la Corte ha confermato la condanna inflitta al professionista dal Consiglio nazionale forense che ha ritenuto non solo potenziale il conflitto di interessi tra il nuovo e il vecchio cliente

Corte di Cassazione, sentenza n. 14193 del 12.06.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha preicsato che il legale non può chiedere la liquidazione degli onorari alla controparte se la transazione non ha concluso la lite ma la vertenza è stata definita dal giudice che ha provveduto sulle spese. L’accordo transattivo raggiunto dalle parti, e comprensivo dell’obbligo di abbandonare il giudizio, infatti, non è sufficiente per far sorgere il diritto dell’avvocato all’onorario in base all’articolo 68 della legge professionale. Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza in oggetto secondo la quale affinchè possa sussistere l’obbligazione solidale prevista dalla citata norma e il difensore possa richiedere il pagamento degli onorari e il rimborso delle spese nei confronti della parte avversa al proprio cliente, è necessaria la definizione del giudizio con una transazione che sottragga al giudice la definizione della causa e la pronuncia in ordine alle spese.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13452 del 03.06.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che il giudice che liquida la parcella all’avvocato può prendere sotto i limiti minimi fissati dalle tariffe professionali, se la causa è di facile trattazione, ma può attaccare solo l’onorario del professionista e non i diritti e le spese a lui spettanti. Per la Corte in presenza di una causa “facile” la legge professionale consente al giudice di scendere sotto i minimi tariffari limitatamente alla voce dell’onorario. Secondo la Suprema corte, però i giudici che procedono a questa decurtazione sono tenuti ad adottare un’adeguata motivazione sul punto con riferimento alle circostanze di fatto del processo e non si possono limitare a una pedissequa enunciazione del criterio legale. La riduzione, peraltro, conclude la Cassazione, non può operare il limite della metà

Corte di Cassazione, sentenza n. 13229 del 31.05.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che gli onorari dell’avvocato devono essere parametrati all’effettivo valore della causa e non alla domanda. Per la Corte nella liquidazione degli onorari a carico del cliente, può aversi riguardo al valore effettivo della controversia quando esso risulti manifestamente diverso da quello presunto. Ne consegue che il giudice di merito deve verificare in concreto l’attività difensiva che il legale ha dovuto apprestare in relazione alle peculiarità del caso specifico in modo da stabilire se, al fine di determinare le competenze dovute al professionista, l’importo oggetto della domanda possa costituire un parametro idoneo ovvero se lo stesso si rilevi del tutto inadeguato rispetto all’effettivo valore della controversia.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9062 del 15.04.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’avvocato distrattario è tenuto a restituire quanto percepito anche se non ha partecipato al giudizio di appello che ha radicalmente riformato la decisione di primo grado. Per la Corte il difensore distrattario assume la qualità di parte esclusivamente quando sorge controversia sulla distrazione delle spese. Ne consegue che, se la la sentenza è riformata per motivi che riguardano esclusivamente il merito della causa e non le spese, il distrattario, anche se non ha partecipato al giudizio, subisce “ai fini restitutori gli effetti della riforma in peius della sentenza di primo grado come del diverso esito della causa in quel grado si era avvantaggiato ai fini della distrazione”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6556 del 18.03.2010

la Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il praticante avvocato ha diritto alla tariffa intera se si fa aiutare da un collega Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso di una società cliente di un legale (ancora praticante all’epoca dei fatti) che si era fatto aiutare, senza darne comunicazione, da un collega. Per questo l’azienda aveva deciso di non pagargli la parcella, ritenuta troppo alta. Così era scattato il decreto ingiuntivo. La società aveva presentato opposizione ma il giudice di pace di Brindisi l’aveva respinta. Contro questa decisione è stato presentato senza successo ricorso in Cassazione. In particolare secondo il Collegio di legittimità il Tribunale, con motivazione adeguata, esente da vizi logici e da errori di diritto e pertanto incensurabile nell’attuale sede di legittimità ha affermato che in atti era ampiamente documentata l’attività professionale svolta dall’avvocato per conto della società di viaggi”. Non solo, “era del tutto irrilevante il fatto che l’altro avvocato, (soggetto terzo rispetto al presente giudizio) avesse o meno svolto una qualche attività professionale per conto della società all’insaputa di quest’ultima trattandosi di circostanze del tutto estranee al giudizio in corso avente per oggetto l’accertamento dell’attività giudiziale prestata personalmente dal legale per conto della cliente ed in forza di mandato rilasciatogli dal legale rappresentante della società

Corte Costituzionale, sentenza n. 106 del 17.03.2010

La Corte Costituzionale con la sentenza in esame ha precisato che i praticanti avvocati non possono più essere nominati difensori d’ufficio. La Corte costituzionale ha infatti dichiarato illegittimo l’articolo 8, comma 2, ultimo periodo, del Rd n. 1578 del 1933 nella parte in cui prevedeva questa possibilità I giudici, nella sentenza 106/2010, hanno affermato che all’indagato o all’imputato non può essere assegnato, senza il concorso della sua volontà un difensore che non ha percorso l’intero iter abilitativo alla professione e che, pur essendo abilitato a proporre dichiarazione d’impugnazione, non può partecipare all’eventuale giudizio di gravame.

Corte di Cassazione, sentenza n. 3 del 05.01.2010

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che rischia di essere sospeso il notaio che usa il nome di un vecchio studio per accaparrarsi la clientela e per poi stipulare nel suo. Questa attività ha sancito la Corte di Cassazione , è equiparabile, anche dopo la liberalizzazione attuata dal decreto Bersani al procacciatore di affari e per questo è sanzionabile. Il fenomeno dell’accaparramento di clienti, – si legge nelle lunghe motivazioni – realizzato mediante l’opera di un terzo procacciatore risulta tuttora esattamente prevista dal nuovo art. 31 del codice deontologico notarile, secondo cui nell’ambito del generale dovere di imparzialità al notaio deve astenersi, nella fase di assunzione dell’incarico, da qualsiasi comportamento che possa influire sulla sua designazione che deve essere rimessa al libero accordo delle parti, e che vieta al notaio di servirsi “dell’opera di un terzo (procacciatore) che induca le persone a sceglierlo” o di conferire “al procacciatore l’incarico, anche a titolo non oneroso, di procurargli clienti” giusta le ipotesi rispettivamente contemplate dalle lettere a) e b) della nuovo codice deontologico”. Non solo. In altri termini anche in base al nuovo codice, i notai non possono accaparrarsi clienti utilizzando l’opera di terzi procacciatori di affari od utilizzando situazioni analoghe (va ribadito che dette attività di procacciamento e le attività analoghe vanno sempre intese nel senso generico, meramente economico e non tecnico-giuridico indicato a proposito del secondo motivo).Inoltre non è possibile sostenere “…a partire dal l gennaio 2007, la eliminazione dal codice deontologico delle situazioni analoghe al procacciamento di clienti…” citando “… il comma 3 dello stesso articolo 2 che espressamente statuisce che le disposizioni deontologiche che contengono prescrizioni contrastanti con il primo comma sono in ogni caso nulle a partire dal I gennaio 2007….”; infatti (e questo è un punto essenziale) la (vecchia) disposizione deontologica in tema di procacciamento di affari (o situazioni analoghe) non è contrastante con detto primo comma (per la non incompatibilità tra le disposizioni in questione); come del resto è ulteriormente dimostrato dal fatto che detta vecchia disposizione del codice deontologico è stata fondamentalmente riprodotta nella corrispondente norma del nuovo codice deontologico.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25824 del 10.12.2009

L’avvocato che non ha ottenuto il trasferimento richiesto non può presentare i danni all’ordine di riferimento qualora, a suo carico, ci sia un procedimento disciplinare in corso. A stabilirlo è stata la III sezione della Cassazione con la sentenza n. 25824 con la quale i giudici hanno accolto il ricorso del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Palermo presentato contro la decisione della Corte d’Appello siciliana che aveva accordato al legale il risarcimento del danno per il mancato trasferimento

Corte di Cassazione, sentenza n. 45837 del 30.11.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che un altro impegno professionale non giustifica sempre l’assenza del difensore. Infatti, l’impedimento è legittimo solo quando prontamente comunicato dal professionista e solo se questo riesce a giustificare le ragioni per cui la sua presenza era essenziale nell’altro procedimento. Lo ha affermato la Corte che con la sentenza in oggetto, ha messo nero su bianco che è in tema di impedimento del difensore per concomitanza di altro impegno professionale, questi ha l’onere di prospettare, in modo tempestivo e motivato, le ragioni della impossibilità di avvalersi di un sostituto sia nel processo in cui intende partecipare, sia in quelli di cui chiede il rinvio.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 24760 del 25.11.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il Consiglio dell’ordine può decidere di non sospendere subito l’avvocato sottoposto a procedimento penale e di rimandare la misura cautelare (sospensione cautelare) dopo la sentenza di condanna. Non per questo perde il potere di adottare tale provvedimento. Con tale principio le Sezioni Unite, hanno respinto il ricorso di un avvocato accusato e poi condannato per falsità ideologica in certificati. In particolare, si legge in sentenza, la sospensione cautelare – a differenza della sospensione (o pena disciplinare) – trova le sue ragioni nella esigenza di elidere lo strepitus fori normalmente conseguente alla contestazione di un reato a carico di un professionista ed assegna al Consiglio dell’ordine locale il potere di valutare l’opportunità in un ottica di bilanciamento tra la tutela dell’immagine di integrità orale della categoria e le ragioni del professionista indagato o imputato. In altre parole, se il Consiglio dell’ordine ha ritenuto inopportuno adottare la sospensione cautelare all’atto del rinvio a giudizio del professionista motiva ancora il Collegio ed opportuno attendere che sulla imputazione si pronunziasse il giudice penale, non per questo ha consumato il potere di sospensione cautelare avendolo esercitato soltanto ragionevolmente e a maggiore garanzia del professionista stesso una volta che su quella imputazione si venne a formare il giudicato di condanna, e ritenendo che, in vista dell’esercizio del suo potere di procedere disciplinarmente e delle indagini che nella propria sede avrebbe dovuto e potuto condurre nella prospettiva temporale della prescrizione, fosse sommamente opportuno evitare lo strupitus fori cagionato dalla permanenza nell’esercizio della sua professione di avvocato a carico del quale fosse stato irrevocabilmente accertato un fatto grave commesso nell’esercizio della professione stessa.

Corte di Cassazione ,sentenza n. 24544 del 20.11.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la sola procura per essere rappresentati in primo grado è sufficiente per spingere gli avvocati a presentare tempestivamente l’appello. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di due clienti, il cui legale aveva lasciato decorrere inutilmente i termini per impugnare una sentenza. La motivazione era stata che non era arrivata da parte loro la procura ad essere rappresentanti anche in secondo grado. Si legge però nella decisione della Corte che “nelle prestazioni rese nell’esercizio di attività professionali al professionista è richiesta la diligenza corrispondente alla natura dell’attività esercitata. Vale a dire è richiesta una diligenza qualificata dalla perizia e dallm’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di prestazione dovuta”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 24202 del 16.11.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’avvocato che non ha maturato trent’anni di contributi non ha diritto alla restituzione di quelli versati ai fini pensionistici se, dopo aver compito 65 anni, decide di cancellarsi dall’albo. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di un legale che, dopo aver compiuto 65 anni, aveva chiesto la restituzione dei contributi non utilizzabili ai fini pensionistici.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 24180 del 16.11.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’avvocato punito dal Consiglio nazionale forense con la sospensione dall’esercizio dell’attività professionale non può presentare personalmente ricorso in Cassazione contro la decisione. La pronuncia dell’Ordine, infatti, immediatamente esecutiva e fa perdere al legale lo ius postulandi. Con tale principio la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un avvocato riconosciuto colpevole di aver strumentalmente promosso azioni in procedure civili o penali nei confronti dei vari giudici dell’esecuzione relative a propri clienti al fine di provocare la loro astensione nei vari giudizi e, conseguentemente, rinviare le procedure esecutive. Secondo la Cassazione non è applicabile all’avvocato sospeso l’articolo 571 del Cpp, che consente di sottoscrivere comunque il ricorso penale, dal momento che al procedimento diciplinare si applicano le norme del codice di procedura civile.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22423 del 22.10.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non viola la privacy del praticante avvocato l’Ordine professionale che, entrato in possesso di un documento nel corso di un procedimento disciplinare a carico di un altro professionista, lo utilizza per verificare la permanenza dei requisiti per l’iscrizione nel registro da parte del praticante stesso. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di un praticante avvocato diretto a ottenere la cancellazione dei propri dati giudiziari, costituiti da una sentenza di patteggiamento, utilizzati a suo dire in maniera illecita dall’Ordine. La Suprema Corte ha invece stabilito che non vi era stata alcuna violazione in quanto il documento era stato acquisito nel corso di un procedimento disciplinare e, quindi, era entrato in possesso dell’Ordine locale nell’ambito di un procedimento amministrativo di sua competenza. Riconosciuta la legittimità dell’acquisizione, la Corte ha poi affermato che la sentenza poteva essere legittimamente utilizzata dall’Ordine per verificare la permanenza dei requisiti per l’iscrizione all’albo dei praticanti in quanto attività rientrante nei poteri previsti dall’articolo 16 del RD 1578/1933.

Corte di Cassazione, sentenza n. 21070 del 01.10.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il legale della parte vittoriosa che ha anticipato le spese per il cliente ha diritto alla distrazione in suo favore delle somme in base a una semplice dichiarazione. In presenza dell’istanza i giudici sono quindi tenuti a disporre in tale senso senza alcun margine di sindacato sulla rispondenza al vero di detta dichiarazione. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di un avvocato che in una causa aveva chiesto al giudice la distrazione delle spese in suo favore avendo anticipato le spese per i suoi assistiti. Il collegio ha ignorato la domanda e il professionista ha presentato ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità nel dargli ragione, hanno stabilito che per ottenere la distrazione delle spese è sufficiente che il procuratore dichiari di aver anticipato le spese e non riscosso gli onorari, senza che il giudice possa sorvolare sulla richiesta o sindacare nel merito l’affermazione

Corte di Cassazione, sentenza n. 20819 del 29.09.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che non è previsto alcun risarcimento del danno per l’avvocato che vede pubblicato su un articolo di giornale l’esito di un procedimento disciplinare a suo carico senza che lui ne sapesse ancora nulla. Per la Corte la notizia riguardante il professionista condannato a sanzione disciplinare non ha il carattere della segretezza. Né quest’ultima caratteristica può essere desunta dalla segretezza delle udienze del Consiglio dell’Ordine, posto che le decisioni hanno una sia pur limitata forma di diffusione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 34821 del 08.09.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che rischia una condanna per calunnia l’avvocato che presenta un atto nel quale si lascia andare ad accuse pesanti e gratuite nei confronti del giudice che ha adottato il provvedimento contestato. Insomma lasciare intendere che un magistrato sia stato compiacente equivale ad accusarlo di abuso d’ufficio e omissione d’atti d’ufficio. Il difensore precisa la Corte può andare esente da responsabilità soltanto se la sua prestazione professionale a tutela dell’interesse del cliente non esorbiti dai limiti consentiti dalla legge e sia rigorosamente funzionale al corretto ed onesto mandato conferitogli.

Corte di Cassazione, sentenza n. 35880 del 16.09.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che in aula gli avvocati hanno massima libertà di espressione . Infatti, sono lecite le arringhe animate e a tratti offensive che servono al legale per sostenere una strategia difensiva, anche se non proprio attinenti con la causa. La Suprema Corte ha così respinto il ricorso della Procura di L’Aquila presentato contro l’assoluzione decisa dal Giudice di pace di Vasto in favore di un avvocato che, in una causa per minacce, aveva, nella sua arringa, descritto la parte offesa come un soggetto economicamente inaffidabile. Va premesso si legge nelle motivazioni che per il riconoscimento della cosiddetta immunità giudiziale prevista dall’art. 598 c.p., è necessaria l’esistenza di un nesso logico tra le offese e l’oggetto della causa, donde solo gli insulti del tutto estranei a detto oggetto vengono ad integrare i reati di ingiuria o di diffamazione. Secondo i giudici deve rilevarsi che il giudice di pace ha argomentato come nella specie le frasi pronunciate dall’avvocato, nel corso dell’arringa difensiva lungi dal rivelarsi gratuite si ponevano in rapporto di strumentalità con la tesi difensiva e pertanto rientravano nell’ambito di applicazione della scriminante in esame. Infatti, le espressioni contestate se pur offensive facevano parte della strategia posta in essere dal difensore dell’imputata, la quale appariva tesa anche a verificare ed a mettere in rilievo l’attendibilità della persona offesa.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 19401 del 09.09.2009

La Suprema Corte a Sezioni Unite ha affermato che l’avvocato nominato in sostituzione di un collega che non comunica al precedente legale la nuova scelta del cliente è assimilabile di sanzione disciplinare. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza in epigrafe che ha confermato l’avvertimento inflitto a un avvocato. Quest’ultimo, dopo la nomina in sostituzione, non aveva avvertito il collega lasciandolo in una situazione di stallo e creando disagi anche al cliente che vedeva la sua causa “bloccata” in quanto i documenti erano in possesso del precedente avvocato. Secondo la Cassazione la comunicazione deve essere effettuata in tempi ragionevolmente congrui rispetto all’assunzione dell’incarico. Si tratta, ha spiegato il collegio, di un atto obbligatorio in quanto la conoscenza acquisita o acquisibile indirettamente dal professionista comunque non esime quest’ultimo dalla comunicazione dal momento che la norma che la dispone non osta per soddisfare un interesse particolare del legale sostituito, bensì beneficio dell’intera avvocatura a che ogni suo componente mantenga nei rapporti con i colleghi un comportamento improntato al principio di lealtà indicato nel codice deontologico e, soprattutto, per evitare che il cliente possa avere dei danni nella gestione della controversia dovuti al ritardo nel passaggio delle consegne.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 19400 del 09.09.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che rischia una sanzione disciplinare da parte dell’ordine l’avvocato che chiede al cliente due parcelle, senza riuscire a giustificare le diverse attività svolte dal codifensore nel presentare un ricorso identico in un’altra sede giurisdizionale. Le Sezioni Unite, hanno confermato la sanzione della censura nei confronti di un avvocato che aveva depositato due ricorsi identici, uno davanti al Tar e uno rivolto al Capo dello Stato, duplicando la parcella e senza giustificare le ulteriori attività svolte dal codifensore che, tra l’altro, era suo marito.