Violenza sessuale e “vizio parziale di mente”

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Il caso

Un uomo veniva condannato per aver avvicinato delle donne e per averle palpeggiate.

I giudici di merito concordavano nel considerare l’uomo colpevole di “violenza sessuale”. 

Avverso la sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore di fiducia dell’uomo, articolando i seguenti motivi di doglianza:

  1. le condotte del suo cliente erano “inidonee a costringere le vittime a subire atti sessuali, non essendo riconducibili a forme di congiunzione carnale e non essendo state percepite dalle due donne come limitative della loro libertà di autodeterminazione”; 
  2. “difetta la coscienza e la volontà dell’offesa, in quanto l’uomo non ha agito con intento libidinoso e inoltre è persona affetta da vizio parziale di mente, la qual cosa conduce a ritenere le aggressioni da lui perpetrate ascrivibili ad un impulso incontrollato”.

Il Collegio ritiene che la Corte distrettuale abbia correttamente qualificato le condotte tenute dal ricorrente, atteso che “in tema di violenza sessuale, l’elemento oggettivo consiste sia nella violenza fisica in senso stretto, sia nella intimidazione psicologica che sia in grado di provocare la coazione della vittima a subire gli atti sessuali, sia anche nel compimento di atti di libidine subdoli e repentini, compiuti senza accertarsi del consenso della persona destinataria, o comunque prevenendone la manifestazione di dissenso”.

Secondo il Giudici la presunta assenza di un “intento libidinoso” è del tutto irrilevante giacché “non è necessario che la condotta sia specificamente finalizzata al soddisfacimento del piacere sessuale dell’agente, essendo sufficiente che questi sia consapevole della natura oggettivamente sessuale dell’atto posto in essere volontariamente, ossia della sua idoneità a soddisfare il piacere sessuale o a suscitarne lo stimolo, a prescindere dallo scopo perseguito”. 

La Suprema Corte ritiene che il “vizio parziale di mente” che affligge il ricorrente, nel caso di specie, non fa sorgere dei dubbi sulla sussistenza “della coscienza e volontà della condotta” posta in essere ai danni delle persone offese. 

Con la sentenza n. 9399/21 del 10 marzo la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.