Rapina aggravata: fondamentali anche tono e contesto

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Il caso

Un rapinatore tramite furto con scippo riusciva ad impadronirsi di una catenina e di un braccialetto. Non contento ordinava alla persona offesa di consegnare anche la fede nuziale.

Il Tribunale di Torino accoglieva l’appello cautelare del pubblico ministero limitatamente alla riqualificazione del reato “da furto con strappo aggravato dalla minore difesa a rapina aggravata”.

Il legale dell’uomo propone ricorso per cassazione deducendo un vizio di motivazione e una violazione degli artt. 624-bis e 628 c.p..

Secondo il difensore infatti il Tribunale “aveva travisato la prova alla luce del tenore letterale delle dichiarazioni della persona offesa, la quale ha escluso di essere stata minacciata”. 

Viene anche sottolineata l’assenza delle “specifiche circostanze di tempo e di luogo tali da indurre la persona offesa a provare detto timore».

La Suprema Corte ritiene il ricorso inammissibile giacché dalla ricostruzione della vicenda si evince che “la sottrazione della fede nuziale, a differenza di quella della catenina e del braccialetto direttamente sottratte dall’indagato, è dovuta alla condotta della persona offesa, la quale la sfilò dal dito perché intimorita a seguito dell’espressa intimazione rivoltale a mo’ di comando” dal ricorrente. 

I Giudici annotano che il rapinatore “utilizzò a tale specifico fine un verbo di carattere imperativo e determinativo”, per come è stato ricavato dal contenuto delle dichiarazioni della persona offesa, ossia “me lo ha chiesto e mi ha fatto molto paura, difatti ero molto scosso e spaventato” e “con fare minaccioso mi intimava di dargli la fede nuziale”.

Tenuto conto che “la consegna della fede nunziale, per quanto precisato dai provvedimenti di merito, conseguiva alla delittuosa sottrazione di altri due oggetti di valore (la catenina e il braccialetto) ed avveniva a seguito del repentino manifestarsi dell’imputato (mentre la persona offesa citofonava nella sua abitazione, sita in una via privata), correttamente si è ricondotto il contesto in cui si colloca l’ultima azione di impossessamento alla persistenza di una condizione di inferiorità psicologica dell’offeso alla quale l’imputato ha dato direttamente causa e di cui ha approfittato per ottenere l’ultimo valore preso di mira”.

Risulta quindi che il Tribunale del riesame abbia fatto corretta applicazione del principio di diritto precedentemente affermato dai Giudici di terzo grado secondo cui “la minaccia costitutiva del reato di rapina, oltre che essere palese, esplicita e determinata, può essere manifestata in modi e forme differenti, ovvero in maniera implicita, larvata, indiretta ed indeterminata, essendo solo necessario che sia idonea ad incutere timore ed a coartare la volontà del soggetto passivo, in relazione alle circostanze concrete, alla personalità dell’agente, alle condizioni soggettive della vittima e alle condizioni ambientali in cui questa opera”.

Con la sentenza n. 13641/21 del 12 aprile la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.