Continuazione di reato: rilevanza della tossicodipendenza

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Con la decisione in epigrafe la Corte d’Appello di Torino, giudice dell’esecuzione, rigettava l’istanza avanzata dall’imputato, “volta alla declaratoria della continuazione tra i reati oggetto di tre differenti sentenze di condanna” (reati contro il patrimonio).

A mezzo del suo difensore di fiducia l’uomo ricorreva in Cassazione lamentando violazione di legge e vizio di motivazione.

Secondo il legale infatti il Giudice dell’esecuzione non aveva considerato la condizione di tossicodipendenza del ricorrente, “esistente e puntualmente documentata”, quale presupposto per l’individuazione della continuazione ai sensi della L.n. 49 del 2006. 

La Suprema Corte ritiene il ricorso fondato e rimarca che “il giudice dell’esecuzione ha totalmente omesso di prendere in considerazione lo stato di tossicodipendenza del ricorrente debitamente documentato in atti attraverso la produzione di certificazioni coeve all’epoca di interesse”.

I Giudici di terzo grado ricordando che “alla luce del testo vigente dell’art. 671 c.p.p., se la tossicodipendenza non è sufficiente per applicare in via automatica la continuazione, la sua allegazione e dimostrazione impone che se ne tenga conto in una valutazione complessiva con tutte le altre condizioni già individuate dalla giurisprudenza per dare concreta attuazione all’istituto”. 

Secondo la Corte l’affermazione che “le condotte fossero accumunate esclusivamente dalla stabile dedizione del ricorrente a comportamenti antigiuridici da cui traeva gli abituali mezzi di sussistenza, tanto essendo avvalorato dai plurimi precedenti penali da cui l’istante risulta gravato, appare altrettanto errata, non potendosi in astratto escludere che, anche nell’ipotesi di soggetto dedito alla abituale commissione di determinati reati, alcuni di essi possano essere ricondotti ad una comune matrice ideativa e volitiva.

È da riconoscersi che “nel provvedimento impugnato, che pure in premessa ha dato atto della ravvicinata epoca di commissione degli illeciti, eseguiti in stretta successione cronologica, e della omogeneità delle violazioni”, manca qualsiasi dimostrazione della valutazione delle concrete modalità di realizzazione delle condotte. Non viene inoltre indicata la base fattuale su cui si fonda il provvedimento. 

Con la sentenza n.16111/21 del 28 aprile la Corte di Cassazione annulla l’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di appello di Torino.