Reati con la PA: documenti falsi per trasferte di lavoro mai effettuate

La Corte di Cassazione, sezione V Penale, con la sentenza n. 48251/2019, si è pronunciata in tema di esigenze cautelari nei reati contro la Pubblica Amministrazione.

La vicenda traeva origine da una decisione del Tribunale di Riesame di Roma, con la quale era stata rigettata l’impugnazione avverso il provvedimento del GIP con cui il Tribunale di Roma aveva applicato la misura interdittiva della “sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio” ad una donna, assistente capo coordinatore della Polizia di Stato presso la segreteria della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno. 

Tutto ciò, in relazione a plurime contestazioni di reati di falso ideologico in atto pubblico e truffa ai danni dello Stato aggravata, in riferimento alla documentazione attestante trasferte svolte dall’indagata per missioni lavorative in realtà mai sostenute, nonché utili al riconoscimento di ore di “straordinario” mai effettuate. 

A ciò si aggiunge che la falsa documentazione sarebbe stata formata anche apponendo firme in fotocopia del dirigente dell’ufficio di appartenenza. 

Avverso il provvedimento di rigetto del Riesame di Roma ricorre l’indagata, eccependo vizio di motivazione manifestamente illogica quanto alla ritenuta sussistenza dell’esigenza cautelare del pericolo di reiterazione del reato, in quanto la donna sarebbe stata trasferita ad un nuovo incarico, diverso dal contesto precedente in cui l’indagata aveva commesso il reato, venendo dunque meno il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione dei reati. 

Relativamente al caso in esame, afferma la Suprema Corte che la reiterazione per anni delle condotte criminose tenute dall’indagata renda ancora attuale il pericolo di reiterazione dei reati in quanto, ancorché la donna si trovi in un altro ufficio, è sempre possibile che si verifichino le condizioni per chiedere “straordinari” o “emolumenti non dovuti, tramite condotte di raggiro ai danni della P.A. 

In conclusione, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso, affermando il principio di diritto secondo il quale “il giudizio di prognosi sfavorevole sulla attualità della pericolosità sociale dell’indagato non è di per sé impedito dalla circostanza che egli abbia lasciato l’ufficio nell’esercizio del quale ha realizzato la condotta delittuosa (nel caso di specie, per temporaneo distacco ad altre funzioni), poiché, in tali ipotesi, è necessario verificare se in concreto persista il rischio di ulteriori condotte illecite del tipo di quella contestata, reso più probabile da una permanente posizione soggettiva dell’agente che gli consenta di continuare a mantenere, pur nell’ambito di funzioni o incarichi pubblici diversi, condotte antigiuridiche aventi lo stesso rilievo ed offensive della stessa categoria di beni e valori di appartenenza del reato commesso. La verifica di attualità può essere condotta valorizzando la pluralità di episodi delittuosi contestati e le modalità di commissione dei fatti”.

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