Porto di armi o oggetti atti ad offendere: possibile caso di non punibilità

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Il caso

Le forze dell’ordine rinvenivano durante un controllo un “manico di zappa” all’interno del bagagliaio di una vettura.

Il Tribunale di Brescia condannava l’uomo che era alla guida dell’automobile al pagamento di 800 euro di ammenda per il porto di un arma od oggetto atto ad offendere.

Avverso tale sentenza l’imputato proponeva ricorso per cassazione a mezzo del suo legale di fiducia lamentando tra gli altri motivi la mancata considerazione di due circostanze fondamentali, ovvero che il controllo era avvenuto in ora pomeridiana, in prossimità del suo luogo di lavoro e che il bastone era stato rinvenuto dalle forze dell’ordine nel baule della sua vettura.

I Giudici di terzo grado ritengono il ricorso fondato e a tal riguardo ricordano che «la previsione di legge di cui alla L.n. 110 del 1975, art. 4 quanto agli oggetti assimilabili alle armi improprie, richiede non soltanto la constatazione di assenza di giustificato motivo del portò ma anche l’ulteriore apprezzamento delle circostanze di fatto in punto di destinazione dell’oggetto: gli oggetti indicati specificamente nella prima parte della L.n. 110 del 1975, art. 4, comma 2, sono equiparabili alle armi improprie, per cui il loro porto costituisce reato alla sola condizione che avvenga “senza giustificato motivo”, mentre per gli altri oggetti, non indicati in dettaglio, cui si riferisce l’ultima parte della citata disposizione occorre anche che essi appaiano “chiaramente utilizzabili, per le circostanze di tempo e di luogo, per l’offesa alla persona”».

Trattandosi quindi di un comune bastone e non essendo possibile dimostrare un finalismo lesivo del porto di tale oggetto, con la sentenza n.33324/21 del 9 settembre la Corte di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.