Appropriazione indebita aggravata: condannato difensore

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Il caso

Un avvocato, in qualità di difensore e procuratore speciale, si rendeva responsabile del reato di appropriazione indebita aggravata dopo aver incassato e trattenuto un assegno di 380000 euro destinato al suo cliente.
Tenendo quindi conto dell’aggravante dato dall’abuso della qualità di prestatore d’opera e concordando con il Tribunale, la Corte d’Appello di Roma condannava l’uomo al pagamento di 400 euro di multa, al risarcimento del danno a favore della costituita parte civile e alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione.

Avverso la decisione dei giudici di secondo grado proponeva ricorso presso la Suprema Corte l’imputato lamentando tra gli altri motivi vizio di motivazione e violazione di legge.

I Giudici ritengono che la corte territoriale abbia già «ripercorso, alla stregua dei rilievi dell’appellante e delle prove acquisite, dichiarative e documentali, l’evolversi della condotta delittuosa, accertando la condotta appropriativa, con riferimento all’intera somma contestata». 

Correttamente la Corte d’Appello ha evidenziato come «il credito vantato dall’imputato in relazione alle competenze professionali ed al ristoro per le spese sostenute non possa ritenersi pacifico e incontestato da parte del  cliente, persona offesa; credito, pertanto, privo delle caratteristiche di certezza, liquidità ed esigibilità che ne avrebbero consentito la riscossione e l’esercizio del diritto di ritenzione».
La Suprema Corte ricorda che i giudici di merito hanno giustamente sottolineato «la mancanza di prova di un qualsiasi accordo sul pagamento degli onorari, da effettuarsi sulla base dell’entità del risarcimento liquidato dalla società assicuratrice».

Con la sentenza n. 32587/21 del 1° settembre la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute dalla parte civile nel presente giudizio.