Se il matrimonio salta, all’ex genero spetta il denaro speso per la ristrutturazione della casa

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La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 8813 del 2020 ha stabilito che qualora non venga celebrato il matrimonio, spetta al mancato sposo la restituzione del denaro speso per la ristrutturazione della casa coniugale.

Più nel dettaglio, nel caso sottoposto all’esame della Corte, il padre della promessa sposa aveva messo a disposizione il proprio immobile, con l’intesa che avrebbe provveduto a ristrutturarlo a sue spese a fronte della rinuncia al pagamento dei canoni locativi fino alla totale compensazione dei rispettivi crediti. Tuttavia, prima del godimento dell’immobile, cessava la relazione tra i due ed il proprietario dell’immobile cambiava la serratura e alienava il bene, senza nulla riconoscere all’ex genero. Quest’ultimo adiva, quindi, la competente autorità giudiziaria chiedendo la condanna dell’uomo al pagamento della somma spesa, oltre il risarcimento del danno morale per l’appropriazione indebita dei beni mobili di proprietà dell’attore, da liquidarsi in via equitativa. Nè il giudice di prime cure, né la Corte d’Appello hanno però accolto la domanda, compensando integralmente le spese tra le parti. L’uomo proponeva, quindi, ricorso per cassazione.

Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale, non negando l’avvenuta esecuzione dei lavori ma considerando non dimostrato l’esatto costo delle opere eseguite, sarebbe incorsa nel vizio di falsa applicazione della disposizione di cui all’art. 2041 c.c., atteso che, l’azione generale di arricchimento prevede come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno di un altro senza giusta causa e ciò si sarebbe verificato nella vertenza in oggetto, non essendo mai posta in discussione l’avvenuta realizzazione delle opere di ristrutturazione.

La Suprema Corte ha ritenuto, invece, fondato detto motivo, rilevando che la Corte di merito sia incorsa nella denunciata violazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 2041 c.c., non essendo previsto, in relazione all’azione ex art. 2041 c.c. un regime probatorio “speciale” che non preveda anche il ricorso al principio della non contestazione, essendo comunque lo stesso già applicabile e fondato sulla scorta dell’art. 167 c.p.c., secondo cui il convenuto deve prendere posizione nella comparsa di risposta sui fatti del ricorrente. Inoltre, l’onere di contestazione riguarda le allegazioni delle parti e non i documenti prodotti e l’accertamento della sussistenza di una contestazione oppure di una non contestazione, rientra nel quadro dell’interpretazione del contenuto e dell’ampiezza dell’atto della parte, ed è, altresì, rimessa all’apprezzamento del giudice di merito.

In conclusione, la Cassazione ha accolto il ricorso in relazione a tale censura, cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’ appello competente.