Ostacolare la propria moglie a lavorare è reato, uomo condannato per maltrattamenti

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La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di violenze familiari, commesse da un marito imprenditore che – per la volontà di controllare la moglie – le aveva di fatto impedito di trovare, e svolgere, un’occupazione compatibile con le sue passioni e tale da assicurarle indipendenza economica.  L’uomo le imponeva il costante accudimento dei figli come attività prevalente o esclusiva della giornata, salvo poi – come emerso dai fatti di causa – usare la consorte “come contabile nell’azienda di famiglia per un lungo periodo senza nemmeno versarle lo stipendio”. Quando la donna, nonostante i divieti e le imposizioni del coniuge, riuscì a trovare un’occupazione in ambito turistico, il rapporto lavorativo terminò in breve tempo a causa delle continue telefonate dell’oppressivo marito. Queste ultime erano mirate esclusivamente a farla ritornare al tetto coniugale nel più breve tempo possibile ed erano tali da rendere la donna vittima di situazioni umilianti agli occhi dei colleghi di lavoro. Per l’uomo, per nulla rispettoso dei diritti e delle libertà della consorte, l’esito finale è stato quindi la condanna per il reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 del c.p..

Questa pronuncia della Cassazione contribuisce, così, a rafforzare una giurisprudenza tesa a proteggere la donna dai maltrattamenti domestici.