Se l’ex marito non paga il mutuo sulla casa?

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La Corte di Cassazione nella sentenza n. 33023/14 asserisce che «integra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare il comportamento del coniuge che, pur versando le somme stabilite dal giudice civile, abbia omesso di contribuire al pagamento del mutuo contratto per l’abitazione, privando in tal modo la moglie del contributo per il mantenimento, distratto per far fronte al pagamento dei ratei del mutuo». Con l’assegnazione della casa familiare alla moglie, il marito deve continuare a pagare le rate del mutuo alla banca: il finanziamento contratto per l’acquisto dell’abitazione, infatti, resta un rapporto contrattuale tra l’uomo e la banca su cui la sentenza del giudice non può interferire, pertanto non può sospendere i versamenti dovuti  solo per motivi pretestuosi o perché lamenta difficoltà economiche. Il marito quindi  che non paga le rate del mutuo sulla casa all’interno della quale  vivono l’ex moglie e i figli è passibile di querela per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 cod. pen.). E’ bene ricordare che l’inadempimento dell’obbligo di mantenimento in favore dei figli (minorenni e maggiorenni non autosufficienti) è un reato che non richiede necessariamente la querela di parte, essendo infatti anche procedibile d’ufficio.

Secondo quanto  argomentato dai giudici supremi, nel momento in cui, a seguito della separazione o del divorzio, il giudice stabilisce che la casa venga assegnata al genitore con cui convivono i figli, si deve ritenere che, tra i mezzi di sussistenza che devono essere garantiti alla prole, non rientri solo l’assegno di mantenimento, ma anche l’alloggio familiare. Il tetto è infatti una delle condizioni per il sostentamento al pari del denaro mensilmente accreditato sul conto. Pertanto solo la presenza di una giusta causa può legittimare l’omesso versamento e impedire la configurabilità del reato. Il mutuatario titolare dell’immobile deve dimostrare di essersi trovato in una condizione di oggettiva impossibilità ad adempiere come ad esempio nel caso di licenziamento o di fallimento dell’azienda, e di aver provato a  cercare una nuova occupazione. Se poi il marito è titolare di altri immobili, la giurisprudenza ritiene che tali beni debbano essere alienati per poter mantenere i figli e la moglie.

Sussiste  un altro aspetto molto importante di cui occorre tenere conto. La Cassazione con la sentenza del 24/07/2014, n. 33023 cambia il precedente orientamento in merito al diritto della moglie di abitare la casa coniugale pur in presenza di un pignoramento da parte della banca. Prima di questa ordinanza la giurisprudenza riteneva che, se anche l’immobile di proprietà del marito, adibito a casa coniugale, fosse stato ipotecato dalla banca prima della separazione, la moglie avrebbe mantenuto il diritto di rimanervi a patto che avesse trascritto la sentenza di separazione/divorzio (con l’aggiudicazione dell’immobile in suo favore) prima della trascrizione del pignoramento. Questo significava che, a prescindere dal momento in cui la banca avesse iscritto l’ipoteca, la moglie poteva continuava ad abitare la casa nonostante la stessa fosse stata aggiudicata all’asta a un terzo offerente. Questo indirizzo tuttavia è mutato. Secondo la Cassazione, ora, prevale sempre l’ipoteca se anteriore alla trascrizione della sentenza di separazione/divorzio. Il che avviene quasi sempre, atteso che detta ipoteca viene iscritta nel momento in cui viene concesso il mutuo. Con la conseguenza che  l’unico espediente che ha la ex moglie per potersi tutelare dal pignoramento della banca è quello di querelare l’ex marito, ma dovrà comunque liberare l’immobile in favore dell’eventuale aggiudicatario all’asta.