Assegno divorzile: il mutamento giurisprudenziale non basta per modificarlo

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I “giustificati motivi” che legittimano ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 9 la revisione dell’assegno divorzile non possono consistere nel mutamento dell’indirizzo giurisprudenziale di legittimità sul tema della natura e della funzione dell’assegno stesso.

Questo è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza 20 gennaio 2020, n. 1119 nel caso che traeva origine dalla richiesto dell’ex marito di revocare l’assegno divorzile e di ridurre  quello di mantenimento della figlia, disposti a suo carico.

Il Tribunale e la Corte d’Appello respingevano le pretese attore. Infatti le domande non erano fondate su nuovi elementi ma miravano ad una rivisitazione di circostanze già dedotte e in prevalenza già presenti al momento della pronuncia in sede di divorzio.

Il caso giungeva quindi in Cassazione ed in sede di legittimità, il ricorrente sosteneva che la Corte territoriale non avesse tenuto conto dei fatti sopravvenuti rispetto alla pronuncia di divorzio del 2012 e non avesse considerato debitamente l’evoluzione giurisprudenziale sul tema (Cass. n. 11504/2017 e SU n. 18287/2018).

Tuttavia, come noto, il mutamento di natura e funzione dell’assegno divorzile, affermato dalla Cassazione a Sezioni Unite, non costituisce di per sé giustificato motivo valutabile ai sensi dell’art. 9 legge divorzio. Infatti, l’interpretazione delle norme giuridiche non ha efficacia cogente ma solo persuasiva.

Nel caso di specie, a parere dei giudici, i fatti dedotti dal ricorrente erano già stati esaminati da parte della Corte di II grado, la quale aveva ritenuto che le circostanze allegate (reddito di lavoro della donna, pensionamento del marito, incidenza di disponibilità finanziarie, oneri derivanti dall’accudimento della madre da parte del ricorrente, contrazione di nozze da parte dello stesso, acquisizioni ereditarie da parte di lei) non erano in parte sopravvenute e comunque non alteravano il quadro delle stabilite condizioni di divorzio.

Pertanto, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato il ricorrente alle spese di giudizio.