Incorre in una condanna per mobbing il datore che urla continuamente contro il proprio dipendente

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Cassazione civile sez. lav. 05/11/2015 n. 22635

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. Con sentenza depositata in data 15 dicembre 2008 la Corte d’appello di Caltanissetta accoglieva l’appello proposto da F. A. contro la sentenza resa dal Tribunale di Gela e, per l’effetto, condannava la Raffinerie di Gela S.p.A., di cui il F. era dipendente dal 12/8/1974, al risarcimento del danno biologico e da perdita di professionalità da questo subiti.
2. Diversamente da quanto statuito dal giudice di primo grado, la Corte territoriale riteneva provata una condotta datoriale di demansionamento in danno del lavoratore, consistita nel fatto questo era stato tenuto inattivo per un apprezzabile periodo di tempo:
risultava, invero, dal prospetto degli incarichi conferiti a lui ed ai suoi colleghi di pari inquadramento nel periodo 2001-2003, che “nessuno degli incarichi conferiti al medesimo appellante (era) stato effettivamente portato a compimento, ovvero contabilizzato”, e che “la totalità dei medesimi (era) stata oggetto di un provvedimento di riassegnazione in favore di altri colleghi del F.”.
Escludeva che tale condotta integrasse gli estremi del mobbing;
riteneva tuttavia provato il nesso di causalità tra la mancata assegnazione di mansioni al ricorrente e la lesione alla sua integrità psicofisica come accertata dalla c.t.u. disposta in appello e, pertanto, condannava la società datrice di lavoro al risarcimento dei danno biologico, quantificato nel 15% e liquidato sulla base delle tabelle redatte dal Tribunale di Palermo, nonchè del danno da perdita di professionalità, determinato in via equitativa in Euro 5.000,00.
3. Contro la sentenza, la Raffinerie di Gela s.p.a. propone ricorso per cassazione sostenuto da quattro motivi. Il F. non svolge attività difensiva.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Va preliminarmente rilevato che, trattandosi di sentenza pronunciata in data 15 dicembre 2008, si applica al ricorso per cassazione il disposto dell’art. 366 bis c.p.c. (abrogato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, comma 1, lett. d), ed inapplicabile ai provvedimenti impugnati per cassazione pubblicati successivamente all’entrata in vigore della legge medesima, ovvero dopo il 4/772009, ex art. 58, comma 5, L. cit.), con la conseguenza che l’illustrazione di ciascun motivo deve concludersi con la formulazione di un quesito di diritto per i vizi previsti nell’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4, e con la chiara indicazione del fatto controverso o delle ragioni per le quali si deduce l’insufficienza della motivazione per il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.
1. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 434 c.p.c., in relazione all’eccepita mancata specificazione dei morivi d’appello, e chiede a questa Corte di accertare se sia conforme a tale norma un ricorso in appello che si limiti a reiterare le difese già svolte nel corso del giudizio di primo grado senza sottoporre ad una specifica censura la motivazione della sentenza impugnata.
1.1. Per il vero, nella prima parte del motivo la ricorrente si duole anche dell’omesso esame dell’eccezione di genericità dei motivi di appello, da lui ritualmente sollevata nella memoria di costituzione in quel grado. Ora, non è configurabile il vizio di omesso esame di una questione o di una eccezione di nullità (ritualmente sollevata o rilevabile d’ufficio), quando tali questioni e eccezioni debbano ritenersi esaminate e decise, sia pur con pronuncia implicita, nel senso della loro irrilevanza o infondatezza in quanto superate, pur se non espressamente trattate, dalla incompatibile soluzione data ad altra questione (o domanda), il cui solo esame presupponga, come necessario antecedente logico-giuridico, la detta irrilevanza o infondatezza (Cass., 24 giugno 2005, n. 13649; Cass., 28 marzo 2014, n. 7406). Nella specie, la Corte territoriale ha esaminato il gravame proposto dal F. e ha valutato nel merito i motivi posti a base dell’impugnativa, il che comporta logicamente l’implicito rigetto dell’eccezione di inammissibilità per l’asserita genericità dei sottostanti motivi.
1.2. Il secondo profilo, invece, meglio sintetizzato nel quesito di diritto, è inammissibile per difetto di autosufficienza, dal momento che la ricorrente non trascrive l’atto di appello del F. nè fornisce precise indicazione circa la sua facile reperibilità nel presente giudizio, così non rispettando il duplice onere imposto, a pena di inammissibilità del ricorso, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, di indicare esattamente in quale fascicolo, di parte o di ufficio, si trovi il documento in questione, e di evidenziarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. da ultimo, Cass., 12 dicembre 2014, n. 26174; Cass., 7 febbraio 2011, n. 2966). Le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. Sez. Un., 22 maggio 2012, n. 8077) hanno poi precisato che, anche nel caso in cui vengano dedotti errores in procedendo, rispetto ai quali il giudice di legittimità è anche giudice del fatto – con la conseguenza che gli è consentito l’esame diretto degli atti -, tale esame è pur sempre circoscritto a quegli atti ed a quei documenti che la parte abbia specificamente indicato ed allegato. Infine deve rilevarsi che, se è vero che il requisito della specificità dei motivi d’appello implica la necessità che l’esposizione dell’appellante consenta ài individuare con chiarezza le statuizioni investite dal gravame e le specifiche critiche ad esse indirizzate, e se è pur vero che non è sufficiente un generico richiamo alle difese svolte nel giudizio di primo grado, è altrettanto vero che può risultare sufficiente la specifica riproposizione delle stesse difese. Ciò vale allorquando sia impugnata una sentenza di totale reiezione della domanda originaria, poichè il bene della vita richiesto non può che essere, in linea di massima, quello negato in primo grado, ovvero delimitato dagli stessi motivi di impugnazione, ove questi siano “specifici” e chiaramente rivolti contro le argomentazioni che avevano condotto il primo giudice al rigetto della domanda (Cass., Cass., 16/05/2006, n. 11372;
Cass., 7/06/2005, a 11781; Cass., 27/02/2004, 4053). La Corte d’appello ha fatto puntuale applicazione di tale principio, rilevando, in primo luogo, le censure rivolte alla sentenza, e consistenti nella “inadeguata salutazione del materiale probatorio” e, in particolare delle prove documentali e testimoniali delle quali si è richiesta l’integrazione anche d’ufficio, dall’altro la riproposizione integrale di tutte le domande espresse in primo grado.
Ciò impedisce che possa ravvisarsi l’eccepita genericità dell’appello.
2. Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112, per avere la sentenza impugnata risarcito il danno biologico nonostante abbia rigettato per difetto di prova la domanda di mobbing. L’illustrazione del motivo si conclude con il quesito di diritto con cui si chiede che questa Corte affermi se violi l’art. 112 c.p.c., la sentenza che, in presenza di una domanda di mobbing e di risarcimento dei danni da esso causati ed esclusane la fondatezza, condanni il datore di lavoro a risarcire il danno biologico ed alla professionalità in relazione ad un asserito demansionamento, menzionato nella narrativa del ricorso ma non oggetto ài alcuna domanda subordinata.
2.1. Anche questo motivo è inammissibile nella parte in cui il ricorrente si limita a trascrivere le conclusioni rassegnate dall’originario ricorrente nel ricorso ex art. 414 c.p.c., senza riportare la parte espositiva, in cui sono esposti i fatti per i quali si chiede la condanna, non deposita l’atto unitamente al ricorso, nè fornisce indicazioni precise circa la sua attuale collocazione. Con ciò viola gli oneri imposti dalle norme di cui agli artt. 366 e 369 c.p.c., su richiamate, applicabili anche nel caso in cui si denunci un vizio di extrapetizione.
Deve invero ricordarsi che, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, il giudice di merito deve aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, siccome desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante (Cass., 17Y09/2007′, n. 19331), e, in questa attività, tanto il petitum quanto la causa petendi vanno individuati attraverso l’esame complessivo dell’atto introduttivo, non limitato alla parte di esso destinata a contenere le conclusioni, ma esteso anche alla parte espositiva del ricorso (Cfr. Cass., 25/09/2014, n.20294; Cass., 9/09/2008, n. 22893).
2.2. In ogni caso il motivo è infondato. La censura è in realtà volta a censurare la qualificazione della domanda giudiziale e della sua ampiezza operata dalla Corte territoriale, la quale ha correttamente ritenuto compresa nella domanda di risarcimento dei danni da preteso mobbing anche quella, di portata e contenuto meno ampio, di risarcimento dei danni da dequalificazione professionale, conseguente allo stato di inattività o di scarsa utilizzazione del lavoratore. Del resto, nelle stesse conclusioni del ricorso ex art. 414 c.p.c., il lavoratore ha richiesto il risarcimento del danno – oltre che alla lesione della sua integrità psicofisica – anche alla professionalità, causati “dai comportamenti posti in essere dalla società resistente e da alcuni colleghi”, previo accertamento della loro vessatorietà e arbitrarietà, sicchè bene ha fatto la Corte, una volta esclusa la natura “mobbizzante” delle condotte, ad esaminare la domanda anche sotto il profilo della violazione degli obblighi posti al datore di lavoro dall’art. 2103 c.c..
2.3. E’ jus receptum che il mobbing è una figura complessa che, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e recepito dalla giurisprudenza di questa Corte, designa un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo (vedi per tutte: Corte cost. sentenza n. 359 del 2003; Cass. 5 novembre 2012, n. 18927).
Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono quindi ricorrere molteplici elementi: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psicofisica e/o nella propria dignità; d) il suindicato elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (vedi: Cass., 25 settembre 2014, n. 20230; Cass. 21 maggio 2011, a 12048; Cass. 26 marzo 2010, a 7382).
2.4. La complessità della fattispecie del mobbing e la mancanza di una sua specifica disciplina confermano l’esattezza della scelta della Corte territoriale di ritenere che, esclusa la sussistenza dell’intento vessatorio e persecutorio, rimane giuridicamente valutabile, nell’ambito dei medesimi fatti allegati e delle conclusioni rassegnate, la condotta di “radicale e sostanziale esautoramento” del lavoratore dalle sue mansioni, la quale è fonte di danno alla sfera patrimoniale e/o non patrimoniale del lavoratore ove ricollegabile eziologicamente all’inadempimento del datore di lavoro. Ciò in quanto la riconduzione al “demansionamento” dell’identico comportamento ascritto alla datrice di lavoro non comporta domanda nuova ma solo diversa qualificazione dello stesso fatto giuridico (c.f.r., per l’ipotesi inversa, di qualificazione in termini di mobbing della domanda di demansionamento, Cass., 23/03/2005, n.6326).
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia l’insufficiente e illogica motivazione, l’omesso esame di circostanze decisive della controversia, nonchè la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2103 c.c.. Assume che la Corte territoriale, dopo aver ordinato l’esibizione del prospetto degli incarichi conferiti al lavoratore nel periodo dal 2001 al 2003, ha dedotto dal mero dato del loro mancato assolvimento e dalla rassegnazione ad altri colleghi l’esistenza di una condotta inadempiente della società datrice, ritenendo priva di rilevanza la circostanza, addotta dalla società a giustificazione della sua scelta, delle prolungate assenze dal lavoro del ricorrente.
3.1. Il motivo è infondato. Nonostante nella sua intestazione la ricorrente deduca la violazione di legge, in realtà la censura si appunta esclusivamente sulla motivazione adottata dalla Corte, senza che sia individuabile, nè la parte formula al riguardo un adeguato quesito, un momento di conflitto tra le affermazioni della Corte territoriale e la norma giuridica che si assume violata.
3.2. E’ opportuno premettere che secondo l’insegnamento delle Sezioni unite di questa Corte, la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (Cass., Sez. Un., 25/10/2013, n. 24148). Si aggiunge che la valutazione delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al Giudice del merito, il quale nel porre a fondamento della propria decisione una fonte ài prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (v. Cass., 13 giugno 2014, n. 13485; Cass., 15 luglio 2009, n. 16499; Cass., 5 ottobre 2006, n. 21412; Cass. 15 aprile 2004 n. 7201; Cass. 7 agosto 2003 n. 11933).
3.3. La Corte territoriale ha dato adeguato conto del percorso logico che l’ha condotta a ritenere provata la prolungata inattività del lavoratore, attribuendo rilievo al prospetto degli incarichi conferiti a lui e agli altri lavoratori di pari inquadramento nel periodo dedotto, nonchè alle deposizioni dei testimoni escussi. Ha valutato le giustificazioni addotte dalla società datrice di lavoro, e in particolare l’assenza prolungata dal lavoro del F., e le ha ritenute inadeguate a sorreggere la scelta datoriale di non assegnargli incarichi e di riassegnarli ad altri, sì da escludere ogni suo inadempimento ai sensi dell’art. 1218 c.c.. Ha altresì preso in esame le dichiarazioni rese dal superiore gerarchico del F., e le ha giudicate inattendibili in quanto smentite dal menzionato prospetto. Si è in presenza ài un ragionamento congruo ed esaustivo, privo di salti logici e ancorato a precise emergenze istruttorie, al quale la ricorrente oppone un diverso percorso logico ed una diversa valutazione delle prove in una prospettiva a lei più favorevole, richiedendo a questa Corte un riesame del merito inammissibile.
3.4. A ciò deve aggiungersi che le testimonianze che invoca a sostegno di una diversa ricostruzione dei fatti sono riportate in stralcio, senza che sia indicata l’attuale collocazione dei verbali in cui esse sono state raccolte, mentre – al di là di ogni rilievo circa la sua decisività – non specifica in che termini è stata posta la questione della sanzione disciplinare irrogata al lavoratore per aver goduto di un permesso sindacale senza autorizzazione, di cui non vi è cenno nella sentenza impugnata. Tale ultimo rilievo impone, infatti, alla ricorrente, nel rispetto del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità, ma anche di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto e dove tale atto sia attualmente collocato, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 18 ottobre 2013, n. 23675). Infine, come si è detto illustrando i precedenti di questa Corte, non costituisce un vizio motivazionale la scelta del giudice di merito di privilegiare alcune risultanze istruttorie rispetto ad altre, sicchè non configura un omesso esame su un punto decisivo della controversia il mancato rilievo attribuito dalla Corte alle deposizioni di alcuni testi, compresi quelli per i quali è stato emesso il decreto di archiviazione nel procedimento penale per il reato di falsa testimonianza. In definitiva, il motivo deve essere rigettato.
4. Con il quarto motivo, erroneamente indicato come quinto nel ricorso, la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione degli art. 2059 c.c., e art. 194 c.p.c., nonchè l’insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia. Lamenta che la Corte territoriale ha demandato al consulente tecnico di ufficio non solo l’accertamento del danno biologico, bensì anche quello del nesso causale tra “quanto lamentato in ricorso” e le patologie eventualmente accertate, così supplendo alla mancanza di prova dei fatti costitutivi della pretesa, il cui onere gravava sul lavoratore.
Ravvisa altresì un ulteriore profilo di erroneità nel fatto che la Corte si è discostata, senza adeguata motivazione, dalle conclusioni del c.t.u., il quale, da un lato, ha escluso la sussistenza di un’azione discriminatoria e persecutoria ai danni del lavoratore, e, dall’altro, ha collegato la patologia riscontrata nel F. essenzialmente ad una situazione di conflittualità tra le parti, e non già ad un demansionamento. Inoltre la Corte ha riconosciuto, senza spiegazione, un’ulteriore somma titolo di danno alla professionalità, senza considerare che la conflittualità non costituisce di per sè un’ipotesi di inadempimento e non può dar luogo ad un danno risarcibile, trascurando poi di considerare sia le numerose assenze del ricorrente sia il fatto che il c.t.u. aveva ritenuto causa del disagio psicofisico del lavoratore anche problematiche di natura familiare, di cui la Corte avrebbe dovuto tener conto nel determinare il danno. Il motivo si conclude con la formulazione del quesito di diritto e con la chiara indicazione del fatto controverso e delle ragioni per le quali si reputa insufficiente la motivazione.
4.1. Anche questo motivo è infondato. La Corte ha ritenuto provata l’esistenza del demansionamento non già sulla base dei risultati della consulenza tecnica d’ufficio, bensì sulla base delle prove documentali e testimoniali raccolte nel corso del giudizio: diviene così inconferente la censura con cui la ricorrente denuncia l’errore della Corte nell’aver demandato al consulente, con il quesito proposto, l’accertamento dei fatti costitutivi della domanda, giacchè correttamente di tale accertamento la Corte non ha tenuto alcun conto siccome privo di qualsiasi valore, probatorio o indiziario (cfr. Cass., 10/03/2015, a 4729). Conseguentemente, non può contraddittoriamente imputarsi alla Corte di aver dissentito senza adeguata motivazione dalle conclusioni del c.t.u. circa l’inesistenza del mobbing e del demansionamento, trattandosi di valutazioni tipicamente giuridiche che esulano dai compiti dal consulente.
4.2. Il resto del motivo è sostanzialmente incentrato su un inammissibile dissenso critico rispetto alla consulenza, al grado di invalidità riconosciuto ed all’entità del danno: sul punto, la valutazione della Corte è fondata non solo sulla consulenza tecnica d’ufficio (in ordine all’entità della lesione dell’integrità psicofisica, costituita da una “moderata sindrome depressiva associata a disturbi dell’adattamento”), bensì anche sulla base della documentazione sanitaria in atti, nell’ambito di un ragionamento coerente ed adeguato, in cui ha dato conto delle osservazioni contenute nella consulenza di parte della ricorrente (fondate essenzialmente sull’accertata sussistenza di altre situazioni di tipo familiare stressanti per il lavoratore), disattendendole in quanto distanti temporalmente dalle certificazioni sanitarie in atti. Quanto all’entità del danno, esso è stato determinato in via equitativa, in considerazione del grado di professionalità del lavoratore e del tempo per cui è durata la sua inerzia lavorativa, e tale valutazione in quanto sorretta da una motivazione adeguata è insindacabile in questa sede. Ed invero, la valutazione equitativa del danno, inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimativttà, è suscettibile di rilievi in sede di legittimità, sotto il profilo del vizio della motivazione, solo se difetti totalmente la giustificazione che quella statuizione sorregge, o macroscopicamente si discosti dai dati di comune esperienza, o sia radicalmente contraddittoria (Cass., 26/01/2010, n. 1529; Cass., 19/05/2010, n.12318). Circostanze queste non evidenziate nè ricorrenti nel caso di specie.
5. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. Non deve adottarsi alcun provvedimento sulle spese,in considerazione del mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato.
PQM
P.Q.M.
La corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.
Così deciso in Roma, il 16 settembre 2015.
Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2015

Corte di Cassazione, sentenza n. 898 del 17.01.2014

la Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il mobbing è integrato dalla condotta del datore di lavoro consistente, in violazione degli obblighi di protezione di cui all’art. 2087 c.c., in reiterati e prolungati comportamenti ostili, di intenzionale discriminazione e persecuzione psicologica, con mortificazione ed emarginazione del lavoratore, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità di una siffatta condotta assumono, pertanto, rilievo elementi quali la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio illeciti, o anche leciti se singolarmente considerati, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 1725 del 28.1.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di licenziamento illegittimo, il datore non può detrarre dal risarcimento del danno il trattamento pensionistico percepito dal lavoratore non potendo ritenersi tale attribuzione acquisita, se non in modo apparente e del tutto precario, al suo patrimonio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 471 del 13.01.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’atto di intimazione del licenziamento per superamento del periodo di comporto, che non precisi le assenze in base alle quali sia ritenuto superato il periodo di conservazione del posto di lavoro, attribuisce al lavoratore, il quale ha l’esigenza di poter opporre propri rilievi specifici, la facoltà di chiedere alla parte datoriale la specificazione di tale aspetto fattuale delle ragioni del licenziamento. Ove, invece, il lavoratore abbia direttamente impugnato il licenziamento, il datore di lavoro può precisare in giudizio i motivi di esso ed i fatti che hanno determinato il superamento del periodo di comporto, non essendo in ciò ravvisabile una integrazione o modificazione della motivazione del recesso.

Corte di Cassazione, sentenza n. 1157 del 21.01.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il datore di lavoro che dopo il licenziamento di un proprio dipendente ne abbia assunti altri entro il termine di un anno deve risarcire il danno al prestatore ingiustamente allontanato a meno che non fornisca la prova della inevitabilità della scelta motivandola con la necessità di una diversa professionalità.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26397 del 26.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non può essere licenziato il dipendente che scarica gratuitamente programmi direttamente dal pc d’ufficio anche se l’azienda non aveva autorizzato l’installazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 24534 del 30.10.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel rito del lavoro il contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione implica la nullità della pronuncia, da far valere mediante impugnazione. Nel caso di mancata impugnazione, prevale il dispositivo che, acquistando pubblicità con la lettura in udienza, cristallizza stabilmente la disposizione emanata.

Corte di Cassazione, sentenza n. 26143 del 21.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento di chi registra le conversazioni dei colleghi a loro insaputa.
Per la Corte tale comportamento integra una evidente violazione del diritto alla riservatezza dei suoi colleghi, avendo registrato e diffuso le loro conversazioni intrattenute in ambito strettamente lavorativo alla presenza del primario ed anche nei loro momenti privati svoltisi negli spogliatoi o nei locali di comune frequentazione, utilizzandole strumentalmente per una denunzia di mobbing. Da ciò é conseguito «un clima di mancanza di fiducia – conclude la Corte – indispensabile per il miglior livello di assistenza e, quindi, funzionale alla qualità del servizio, il tutto con grave ed irreparabile compromissione anche del rapporto fiduciario» tra il dipendente e l’azienda.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25734 del 15.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che può svolgere mansioni di capo servizio treni anche chi ha una statura inferiore a un metro e sessanta.
La Corte d’appello di Roma aveva dichiarato il diritto della donna a essere assunta come capo servizio treno. I giudici di secondo grado avevano anche stabilito un risarcimento danni a suo favore, ritenendo che le fonti normative relative alle tabelle sui «requisiti fisici» per i vari profili professionali, in cui veniva stabilita la statura minima di 1,60 cm per i capi treno e i conduttori, fossero «di grado secondario e, dunque, al giudice ordinario era consentito valutarne incidentalmente la legittimità ed eventualmente disapplicarle».

E’ legittimo il licenziamento di un impiegato che durante l’orario di lavoro usa “in continuazione” il computer dell’ufficio per giocare

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che rischia il licenziamento un impiegato che durante l’orario di lavoro usa “in continuazione” il computer dell’ufficio per giocare.

Corte di Cassazione, sentenza n. 24775 del 05.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che “Il diritto della persona handicappata di non essere trasferita senza il suo consenso ad altra sede, mentre non può subire limitazioni in caso di mobilità connessa ad ordinarie esigenze tecnico-produttive dell’azienda, non è invece attuabile ove sia accertata la incompatibilità della permanenza del lavoratore nella sede di lavoro”.
“Nella specie la Corte avendo il giudice d’appello accertato – con valutazioni di merito non sindacabili in questa sede – che non poteva protrarsi la permanenza della odierna ricorrente nella sede di lavoro, in ragione delle tensioni e dei contrasti creatisi nell’ambiente di lavoro, con rilevanti ripercussioni sul regolare svolgimento dell’attività lavorativa, il trasferimento disposto nei confronti della medesima appare giustificato”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22728 del 4.10.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’indennità di mancato preavviso di licenziamento non è esigibile nei confronti dell’impresa committente, ai sensi dell’art. 29, comma 2, del D.Lgs. n. 276 del 2003, se siffatta indennità risulta essere maturata dopo la cessazione del contratto di appalto. In una simile ipotesi, non vi è la prova dell’esistenza del nesso causale tra il recesso e l’appalto atto a giustificare l’applicabilità del regime di responsabilità solidale tra committente e appaltatore ed, infatti, tale indennità non deriva dalla prestazione lavorativa resa nell’esecuzione del contratto di appalto, bensì dall’autonoma scelta imprenditoriale dell’appaltatore, successiva alla cessazione dell’appalto, di non avvalersi più dell’attività lavorativa del dipendente, interrompendo così il rapporto in tronco.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22396 del 01.10.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del dipendente che abbia offeso il legale rappresentante della società dandole della “mentecatta” e “pazzoide”. All’azienda non spetta invece il risarcimento del danno all’immagine in quanto le affermazioni diffamatorie e ingiuriose sono state fatte all’interno dell’azienda.
Per la Corte “in quanto non esternate al di fuori dell’ambito aziendale, non sono idonee ad incidere sulla reputazione, sul prestigio e sul buon nome della società né tanto meno a provocarne la caduta dell’immagine”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 21356 del 18.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il demansionamento non può essere giustificato semplicemente con l’esigenza di evitare il licenziamento. Per la Corte “non può ritenersi che il demansionamento sia legittimato dalla volontà di impedire il licenziamento in quanto mansioni dequalificanti devono essere comunque accettate (e prima ancora proposte, il che non sembra neppure essere stato dedotto) dal lavoratore”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 20715 del 10.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del dipendente che ha trasferito l’indirizzario aziendale sul computer del sindacato di cui era dirigente per esprimere via e-mail forti critiche all’operato dell’azienda.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18980 dell’08.08.2013

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che compie un illecito trattamento di dati personali il datore che rende nota «l’assenza per malattia» del dipendente, indicando che la causa pendente con il lavoratore è «per mobbing» sul sito web dell’amministrazione e nell’albo pretorio del palazzo municipale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 36398 del 05.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la mancata nomina del direttore dei lavori non determina la responsabilità automatica del committente in caso di infortunio di un operaio nel cantiere. Occorre, infatti, verificare in concreto quale sia stata l’incidenza della sua condotta nel verificarsi dell’evento, avuto riguardo alla specificità dei lavori da eseguire, ai criteri seguiti dallo stesso committente per la scelta dell’appaltatore e alla sua ingerenza nell’esecuzione delle opere.

Corte di Cassazione, sentenza n. 20158 del 03.09.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del dipendente di una casa di cura per anziani condannato per spaccio di sostanze stupefacenti, seppure al di fuori della struttura, per la rottura del vincolo di fiducia da parte del datore.
La Suprema Corte precisa che “l’elencazione delle condotte legittimanti l’irrogazione della sanzione del licenziamento per giusta causa (ultimo capoverso dell’art. 41 Ccnl) ha valore puramente indicativo e certamente non tassativo laddove il fondamento del recesso possa essere individuato nella nozione legale di giusta causa e cioè in un comportamento di gravità tale da comportare la lesione del vincolo fiduciario tra le parti (…) Il sapere che un dipendente addetto a mansioni che si svolgono in un ambiente così particolare e delicato (riguardino o meno l’assistenza diretta agli anziani) è stato condannato per spaccio di cocaina non può che rompere il vincolo fiduciario tra le parti, apparendo connotato da un particolare disvalore ambientale … ed espone la stessa Casa di cura ad eventuali danni e ripercussioni potenzialmente molto negative, ove la circostanza venisse a conoscenza dei parenti di persone non in condizioni di autosufficienza”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18731 del 6.8.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’accettazione della lettera di recesso da parte del datore di lavoro non può essere qualificata come acquiescenza al licenziamento da parte del dipendente, deducendone una risoluzione consensuale del rapporto ex articolo 1372 del Cc.
Per la Corte “la decisione si fonda non solo sulla valenza da conferire alla accettazione della lettera di licenziamento, quanto anche sulla valutazione delle prove acquisite attraverso l’istruttoria orale, che avrebbero fatto emergere l’insussistenza di ogni attività concorrenziale da parte del F. in corso di rapporto, non potendo assumere rilievo, in mancanza di pattuizione tra le parti, quella eventualmente posta in essere nel periodo successivo alla conclusione del rapporto lavorativo”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18268 del 30 luglio 2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore che viene sorpreso dai colleghi ispettori mentre dorme in servizio: il datore ha potere disciplinare e può usare i dipendenti per l’espletamento dei compiti di vigilanza sull’attività lavorativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17370 del 16.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la previsione di ipotesi di giusta causa di licenziamento contenuta in un contratto collettivo, non vincola il Giudice, il quale deve sempre verificare, stante la inderogabilità della disciplina dei licenziamenti, la conformità di quella previsione alla nozione di giusta causa ex art. 2119 c.c. e se, in ossequio al principio generale di ragionevolezza e di proporzionalità, il fatto addebitato sia di entità tale da legittimare il recesso, tenendo conto, altresì, dell’elemento intenzionale che ha sorretto la condotta del lavoratore, salvo il caso in cui il trattamento contrattuale sia a questo più favorevole.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17713 del 19.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è illegittimo il licenziamento del lavoratore che si rifiuta di svolgere mansioni superiori se esulano dalla sua qualifica e comportano responsabilità maggiori anche penali (frequenti nel settore alimentare).
Per la Corte: “Il rifiuto, da parte del lavoratore subordinato, di essere addetto allo svolgimento di mansioni non spettanti può essere legittimo e quindi non giustificare il licenziamento in base al principio di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive enunciato dall’articolo 1460 cod. civ., sempre che il rifiuto sia proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e conforme a buona fede. Ne consegue che deve considerarsi legittimo il rifiuto opposto da un dipendente di una società che si occupa del commercio e della vendita di alimenti e bevande, e che è articolata sul territorio in più punti vendita, di svolgere il ‘servizio di permanenza di direzione’ di uno di questi punti vendita – servizio che comporta l’assunzione del ruolo di responsabile del punto vendita stesso, nei suoi riflessi anche penalistici – se non è dimostrato che si tratta di un compito rientrante nella qualifica di competenza del lavoratore e che questi ha conoscenze adeguate per il relativo svolgimento”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17585 del 18.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di rapina al dipendente di banca spetta il risarcimento dei danni subiti senza che su di lui gravi l’obbligo di dimostrare l’inadeguatezza del sistema di sicurezza interno, essendo sufficiente la semplice la dimostrazione del danno subito e del nesso causale con la prestazione svolta.
Per la Corte “il lavoratore il quale agisca per il riconoscimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17321 del 16.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il lavoratore con “mansioni di sistemazione” della merce in magazzino va inquadrato come impiegato e non come operaio, in quanto la sua attività è connessa con gli aspetti organizzativi e non produttivi dell’azienda.

Corte di Cassazione, sentenza n. 30177 del 15.07.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che sono utilizzabili le videoregistrazioni effettuate dal datore di lavoro laddove agisca non per controllare la prestazione lavorativa ma per specifici casi di tutela dell’azienda rispetto a specifici illeciti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16452 del 1.7.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in una causa di lavoro, il tentativo obbligatorio di conciliazione comunicato alla controparte interrompe la prescrizione.
Il secondo comma dell’attuale articolo 410 c.p.c., infatti, dispone che la comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza.
E chiarisce la sentenza “deve ritenersi che la comunicazione che interrompe la prescrizione e sospende il decorso di ogni termine di decadenza è quella fatta al datore di lavoro”. Infatti, nel caso in esame, la decisione impugnata ha evidenziato che la richiesta del tentativo obbligatorio di conciliazione era stata indirizzata non solo alla Dpl di Latina ma anche alla società prima della scadenza del quinquennio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14756 del 12.06.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel periodo di comporto vanno calcolate le sole assenze per malattia e non anche quelle per infortunio sul lavoro o malattia professionale indennizzate dall’Inail.
“Ai fini del calcolo del periodo di comporto superato il quale il datore può recedere dal rapporto vanno calcolate le sole assenze per malattia e non anche quelle per infortunio sul lavoro o malattia professionale atteso che non possono porsi a carico del lavoratore le conseguenze del pregiudizio da lui subito a causa dell’attività lavorativa espletata”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14511 del 10.6.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non c’è un obbligo del datore di lavoro di trattare e stipulare contratti collettivi con tutte le organizzazioni sindacali.
Per la Corte di Cassazione nell’attuale sistema normativo “non vige il principio della necessaria parità di trattamento tra le varie organizzazioni sindacali; il datore di lavoro non ha quindi l’obbligo assoluto neppure di aprire le trattative per la stipula di contratti collettivi con tutte le organizzazioni, potendosi configurare l’ipotesi di condotta antisindacale prevista dall’art. 28 dello Statuto dei lavoratori solo quando risulti un uso distorto da parte del datore medesimo della sua libertà negoziale, produttivo di un’apprezzabile lesione della libertà sindacale dall’organizzazione esclusa”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14471 del 07.06.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il datore di lavoro non può rifiutare la ferie al dipendente in malattia che altrimenti supererebbe il periodo di comporto rischiando il licenziamento.
La Suprema Corte, infatti, richiamando un proprio orientamento, ha chiarito che “il lavoratore ha la facoltà di sostituire alla malattia la fruizione delle ferie, maturate e non godute, allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto, dovendosi escludere una incompatibilità assoluta tra ferie e malattia”.
È stato osservato che in tali casi non sarebbe, invero, costituzionalmente corretto precludere il diritto alle ferie in ragione delle condizioni psico-fisiche inidonee al loro pieno godimento – non potendo operare a causa della probabile perdita del posto di lavoro conseguente al superamento del comporto, il criterio della sospensione delle stesse e del loro spostamento al termine della malattia – perché si renderebbe così impossibile la effettiva fruizione delle ferie e che spetti poi al datore di lavoro, cui è generalmente riservato il diritto di scelta del tempo delle ferie, dimostrare – ove sia stato investito di tale richiesta – di aver tenuto conto, nell’assumere la relativa decisione, del rilevante e fondamentale interesse del lavoratore ad evitare in tal modo la possibile perdita del posto di lavoro per scadenza del periodo di comporto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13404 del 29.05.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la prestazione di lavoro temporaneo rientra, anche in base alle norme europee, nella categoria del contratto a tempo determinato. La Corte ha chiarito che <>.

Corte d’Appello di L’Aquila, sentenza del 20.5.2013

La Corte di Appello di L’Aquila con la sentenza in esame ha riconosciuto un indennizzo ad un bancario per accertata tecnopatia causata da «overuse» (uso eccessivo) del mouse del computer

Corte di Cassazione, sentenza n. 10959 del 09.05.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’assoluzione in sede penale “perché il fatto non sussiste” non salva il dipendente dal licenziamento. Anche se i fatti addebitati risultano solo in parte confermati, il giudice civile può sempre procedere ad una valutazione complessiva della gravità del comportamento e trarne le conseguenze alla luce dei “doveri di correttezza e buona fede”.
La Cassazione ha precisato infatti che “il giudizio di proporzionalità della sanzione da irrogare […] non si può basare sulla valutazione di singoli episodi ma deve riguardare la condotta tenuta dal lavoratore nei suo complesso, attraverso l’esame dei comportamenti estranei ed eccedenti rispetto ai compiti propri affidati al dipendente”, in questo caso la notifica delle cartelle e l’esecuzione dei pignoramenti.
Infondata, invece, l’eccezione della banca che sosteneva la carenza di interesse perché il dipendente aveva conseguito il diritto alla pensione. Secondo gli ermellini:
“la peculiarità della tutela reintegratoria dell’articolo 18 dello Statuto, che comprende una ricostituzione dei rapporto ex tunc e determina una continuità giuridica del rapporto, con ripristino della posizione economica e contributiva del lavoratore illegittimamente licenziato, giustifica la persistenza dell’interesse” e ciò dunque anche “nelle ipotesi la effettiva ricostituzione del rapporto non sia più possibile”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10552 del 7.5.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il mancato invio al datore di lavoro del certificato medico con la conseguente scopertura di 4 giorni lavorativi legittima il licenziamento.
Per la Cassazione “il giudice d’appello ha correttamente interpretato le norme e […] ha verificato da un canto l’esistenza effettiva della condotta materiale (assenza dal lavoro per più di quattro giorni senza comunicare la giustificazione) e dall’altro ha approfondito anche il profilo soggettivo ed ha ravvisato, nella condotta tenuta dal lavoratore nel corso della sua assenza, un comportamento gravemente negligente, consistito nell’aver omesso di verificare la corrispondenza delle prognosi effettuate nelle due diverse certificazioni mediche acquisite (una nell’immediatezza del malore e l’altra a distanza di due giorni) ed in particolare nella non coincidenza dei termini finali tra la prima (trattenuta dal lavoratore) e la seconda inviata al datore di lavoro”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8843 del 11.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il licenziamento del prestatore che dopo la chiusura dell’unità produttiva si sia rifiutato di proseguire il rapporto di lavoro in altra sede.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8486 del 08.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che va riconosciuto il danno biologico da invalidità permanente al dipendente delle Poste che ha riportato dei danni fisici durante una rapina, se l’ufficio postale era del tutto privo di misure “idonee a prevenire atti criminosi”.
Secondo i giudici infatti è obbligo del datore di lavoro “valutare se l’attività della sua azienda presenti rischi extra-lavorativi” e adottare le misure “più consone e più aggiornate” per far operare il lavoratore “in assoluta sicurezza”, come imposto dall’articolo 2087 del Cc sulla tutela delle condizioni di lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7985 del 02.04.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che per contestare il mobbing non è sufficiente denunciare lo svuotamento delle proprie mansioni ma vanno allegate tutta una serie di condotte vessatorie collegate causalmente.
Per la Corte non è sufficiente la prospettazione di un mero ‘svuotamento delle mansioni’, occorrendo, ai fini della deduzione del mobbing, anche l’allegazione di una preordinazione finalizzata all’emarginazione del dipendente”.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9477 del 21.04.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che non integra la fattispecie di mobbing il clima di conflitto e di scontro che capi e colleghi instaurano nei confronti di un lavoratore che ha difficoltà caratteriali. La Corte ha ritenuto condivisibili le ragioni della Corte d’Appello di Milano, che aveva negato l’esistenza delle vessazioni, precisando che pur esistendo un clima di conflitto che si era determinato all’interno dell’azienda nei vari reparti in cui la lavoratrice aveva operato, ciò dava ridimensionato soprattutto per via delle responsabilità negate a problemi caratteriali della signora.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9474 del 21.04.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che può essere licenziato il lavoratore in malattia che non si riguarda e fa delle attività che in qualche modo ritardano la sua guarigione e quindi il suo rientro in ufficio. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di un’azienda sanitaria che aveva licenziato un dipendente perché sorpreso a scorazzare sulla sua moto mentre andava al mare a fare dei bagni ‘terapeutici’ e a raggiungere un’altra clinica per la quale lavorava provocando così in ritardo nella guarigione. Per la Corte l’espletamento di altra attività lavorativa o extralavorativa da parte del lavoratore durante lo stato di malattia è idonea a violare i doveri contrattuali di correttezza e buona fede nell’adempimento dell’obbligazione, posto che il fatto di guidare una moto di grossa cilindrata, di recarsi in spiaggia e di prestare una seconda attività lavorativa sono di per indici di scarsa attenzione del lavoratore alla propria salute ed ai relativi doveri di cura e di non ritardata guarigione, oltreché dimostrativi del fatto che lo stato di malattia non è assoluto e non impedisce comunque l’espletamento di una attività ludica o lavorativa.

Corte di Cassazione sentenza n. 16031 del 16.04.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che in caso di discriminazioni e le molestie subite dalle donne sul posto di lavoro possono costituirsi in giudizio come parte danneggiata e chiedere il risarcimento (iure proprio), insieme alla dipendente, gli organi delle pari opportunità il sindacato di appartenenza. Con tale principio la Corte ha confermato la condanna per maltrattamenti nei confronti di un datore di lavoro che era solito molestare verbalmente delle hostess di terra. Confermata anche la decisione dei giudici di merito di ritenere legittima la costituzione in giudizio, come parte civile, della Consigliera regionale delle pari opportunità

Corte di Cassazione, sentenza n. 6447 del 17.03.2009

La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che nell’ambito delle procedure inerenti il licenziamento, non sussiste per il datore di lavoro alcun onere di adottare formule sacramentali; pertanto la volontà di eseguire un licenziamento può essere espressa anche in forme indirette purchè siano chiare, trasparenti e raggiungano correttamente il lavoratore interessato; del resto l’annotazione sul libretto del lavoro della data di cessazione del rapporto di lavoro esprime inequivocabilmente la volontà del datore di lavoro ad effettuare il licenziamento, e proprio a decorrere da tale data, decorre il termine, a favore del lavoratore, per impugnare il medesimo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15752 del 15.04.2009

La Suprema Corte ha affermato che commette reato il capoufficio che risponde stizzito e mette in discussione le capacità lavorative di un dipendente che è solito polemizzare su tutto. Con tale principio la Corte ha annullato con rinvio la condanna per diffamazione inflitta a un capo che aveva risposto con una lettera perentoria alle richieste di chiarimenti avanzate da un dipendente sofferente di vittimismo e portato alla polemica. La lettera inoltre lasciava spazio a valutazioni poco lusinghiere sulla idoneità del dipendente a ricoprire il ruolo affidato. La Corte ha chiarito inoltre che se la lettera fosse stata mandata come risposta immediata alle polemiche del dipendente e (non dopo nove giorni) probabilmente il reato sarebbe stato scriminato dallo stato d’ira.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5581 del 06.03.2009

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha affermato che è legittimo il licenziamento in tronco di un dipendente comunale condannato in sede penale per concussione. La Suprema Corte ha, precisato che “in tema di impiego pubblico la condanna penale comporta di per sé il venir meno della fiducia, che presiede al rapporto di lavoro e tanto è sufficiente per confermare la legittimità del recesso”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7260 del 06.04.2009

La Corte di Cassazione ha stabilito che ai fini della distinzione tra lavoro subordinato e autonomo determinante è il requisito della subordinazione, da configurarsi come vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzato e disciplinare del datore di lavoro, il quale deve estrinsecarsi nell’emanazione di ordini specifici, oltre che nell’esercizio di un’assidua attività di vigilanza e controllo nell’esecuzione delle prestazioni lavorative, mentre altri elementi quali assenza di rischio organizzativo d’impresa, la continuità della prestazione, la cadenza e la misura fissa del compenso, l’osservanza di un determinato orario, assumono invece valore sussidiario.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6684 del 12.03.2009

La Cassazione con la sentenza in esame ha statuito che spetta anche il coniuge separato a cui sia stata addebitata la colpa della separazione il diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge. La Corte ha affermato che l’ex deve essere “equiparato sotto ogni profilo al coniuge superstite (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte, assolvendo alla funzione di sostentamento in precedenza indirettamente assicurata dalla pensione in titolarità del coniuge superstite titolare dell’assegno”. La Corte ha cosi accolto il ricorso di una signora separata che nei due precedenti gradi del giudizio si era vista negare il diritto alla pensione di reversibilità nulla base del fatto che in fase di separazione le era stata addebitata la colpa della crisi matrimoniale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6907 del 23.03.2009

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha confermato la condanna per mobbing di un’azienda milanese perché una sua dirigente aveva vessato per mesi una dipendente che ha avuto una serie di sanzioni disciplinari culminate nel licenziamento. La lavoratrice aveva fatto causa per mobbing, per i continui rimproveri e il clima vessatorio a cui ha detto si essere stata sottoposta per mesi. Il giudice di primo grado e la Corte di appello di Milano avevano riconosciuto i danni condannando l’azienda al risarcimento per 9.500 euro perché eccessivi sia i provvedimenti disciplinari sia il licenziamento. Secondo i giudici d’Appello era chiaro come il clima aziendale nei confronti della signora fosse stato pesante, dato che i rimproveri orali da parte dei superiori venivano effettuati adottando toni pesanti ed in modo tale che potessero essere uditi dagli altri colleghi di lavoro. La Cassazione, ha interamente confermato le precedenti sentenze, ribadendo nella decisione che rischi una condanna per mobbing il capo che rimprovera continuamente con toni pesanti e davanti agli altri colleghi di lavoro un proprio dipendente.