L’abuso dell’inadempimento contrattuale nell’era del Covid-19

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Nell’immaginario collettivo, l’emergenza pandemica causata dal Covid-19 ha riverberato i suoi effetti soprattutto sul piano sanitario, consegnandone una diversa attenzione sui riflessi che la stessa ha, invece, causato e che verosimilmente causerà nel prossimo futuro sulle aziende e sulle loro obbligazioni contrattuali. In relazione a ciò, vedasi l’emergere di una serie sempre più ampia di abusi nel ricorso all’inadempimento contrattuale.

 

A fronte dell’emergenza Covid-19 si pone, dunque, l’esigenza di tutelare gli operatori economici dalle condotte abusive poste da chi, sulla scorta di una più o meno legittima carenza di liquidità, scarica nell’alveo dell’”impossibilità della prestazione” i propri inadempimenti contrattuali.

 

Il decreto-legge denominato “Cura Italia”, datato 17 marzo 2020, ha introdotto, all’art. 91, una norma di notevole interesse per i rapporti contrattuali, prevedendo l’inserimento nell’art. 3 del decreto-legge 23 febbraio 2020 n.6, del comma 6-bis, il quale afferma che “il rispetto delle misure di contenimento da Covid-19 è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore”.

Tuttavia, un evento imprevedibile ed eccezionale, quale è l’epidemia in corso, non costituisce sempre e necessariamente un motivo sufficiente per non adempiere o risolvere un contratto.

 

A tal proposito, ai sensi dell’art. 1256 c.c. l’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile. Se l’impossibilità è solo temporanea il debitore non è responsabile dell’adempimento finché essa perdura. L’obbligazione si estinguerà soltanto se, in base alle circostanze, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla.

 

Tuttavia, nell’ambito delle obbligazioni, l’impossibilità della prestazione che permette la risoluzione del contratto, deve consistere non in una mera difficoltà, ma in un impedimento obiettivo ed assoluto non imputabile al debitore.

Si esclude quindi, dall’esimente della responsabilità del debitore, la mera impotenza economica dello stesso, derivante dall’inadempimento di un terzo nell’ambito di un diverso rapporto.

 

Alla luce di quanto segnalato sarebbe opportuno, soprattutto in virtù della necessità di salvaguardare i traffici giuridico-economici-commerciali legati alla stabilità dei contratti, effettuare una preventiva scrematura che passi necessariamente attraverso lo schermo legislativo.

Si tratta, invero, a parere di chi scrive, del possibile rimedio in grado di impedire l’abusivo ricorso allo strumento risolutorio offerto dall’art. 1256 c.c., il quale, tutelando nel caso di specie le ragioni di una sola delle due parti contraenti finisce per ledere quel principio di buona fede che, ai sensi dell’art. 1375 c.c., governa il comportamento delle parti nell’esecuzione del contratto.