CONVEGNO 12 maggio 2017 RELAZIONE AVV. LUIGI PARENTI

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Già nel lontano 1948, alla Camera, Ezio Vanoni (ministro delle Finanze dal maggio del 1948) affermava che fosse “improrogabile e urgente la necessità di un profondo rinnovamento del nostro sistema tributario che non risponde alle esigenze economiche del Paese e che si rivela scarsamente elastico, caratterizzato da molti testi legislativi che possono essere intesi solo da parte di chi abbia lunga esperienza di cose fiscali”.

Si avvertiva dunque già all’epoca la necessità di “semplificare la struttura, eliminando quelle formalità che intralciano l’attività economica senza un apprezzabile vantaggio fiscale, concentrare i tributi in modo da avere un limitato numero di imposte a larga base”.

Solo queste modifiche, precisò al Senato il 31 maggio del 1949, “permetteranno al singolo di calcolare il peso del sacrificio che gli viene richiesto e consente alla comunità di controllare che i sacrifici vengano ripartiti secondo criteri di giustizia”.

Nonostante la rapida evoluzione dei sistemi economici moderni, tuttavia,  oggi come allora, i contribuenti hanno sempre più la percezione che indipendentemente dal fatto che si paghino le tasse oppure no, i benefici che il cittadino riceve dallo Stato sono in gran parte gli stessi e che, dunque, ad una elevata pressione fiscale non corrisponda un proporzionale aumento dei servizi.

Si trattava, insomma, come è bene evidente, di conciliare esigenze non troppo diverse da quelle di oggi.

Ma quali sono le principali problematiche fiscali italiane che minano lo sviluppo del Paese e generano un clamoroso malcontento dei cittadini italiani?

Lo si è ripetuto più volte, tanto più che non si dubita più del fatto che la più sentita esigenza che i contribuenti urlano a gran voce sia quella della semplificazione fiscale.

Il nostro, infatti, è un sistema di regole sempre più complesso costituito anche da norme di livello sovranazionale: si pensi solo che abbiamo linee di indirizzo e regolazioni internazionali, europee, statali, regionali, provinciali e comunali.

Ad ostacolare oltremodo la semplificazione è senz’altro l’uso smoderato da parte del legislatore dei decreti di urgenza per il tramite di atti legislativi sempre meno “auto-applicativi”.

E’ ormai prassi consolidata l’emissione di decreti legge che impostano solo le linee guida ed i principi generali di determinati istituti e regolamentazioni, la cui concreta attuazione è però spesso demandata all’emissione di decreti ministeriali spesso di molto successivi.

Quindi se da un lato, il governo si muove ormai nell’ottica di semplificazione (almeno sulla carta e secondo gli spot elettorali che spesso impazzano sui media), tuttavia, si giunge al paradosso che la tendenza della normativa volta alla semplificazione a volte sembra addirittura complicare piuttosto che semplificare.

Questo caos normativo è determinato dai numerosissimi provvedimenti, sempre più spesso a contenuto generale e multidisciplinare, peraltro, senza che vi sia un raccordo  con le leggi già esistenti.

Ne consegue che anche se vi sono, codici e testi unici volti a disciplinare in maniera organica una determinata materia, questi vengono affiancati da normative che ne vanificano completamente la natura di testi unitari, risultando dunque frammentati e talvolta anche contraddittori.

Il risultato è dunque una stratificazione normativa che ne rende difficoltosa la ricostruzione non soltanto ai cittadini, ma addirittura ai professionisti quali addetti ai lavori.

La problematica della semplificazione, tuttavia, non può essere correttamente inquadrata e risolta se non si rilancia una riforma concreta della pubblica amministrazione e se quest’ultima non viene resa effettivamente responsabile del proprio operato.

Tale operato, peraltro, dovrebbe concretamente passare al vaglio degli amministrati, perché se è vero che la sovranità spetta al popolo in base alla nostra costituzione, allora sono proprio i cittadini a dover essere i protagonisti.

Ritengo, infatti, che per ovviare alla palese crisi di sistema non solo fiscale, si debba mettere al centro di tutto il cittadino/contribuente che deve finalmente essere dotato di un ruolo rilevante all’interno della dialettica con l’amministrazione.

In un sistema come il nostro, basato sull’autotassazione (perché come è noto, diversamente che in passato, non è più l’amministrazione finanziaria ad esaminare la posizione fiscale del contribuente ed a quantificare l’imposta che il medesimo deve versare, ma è il contribuente stesso attraverso la presentazione della dichiarazione dei redditi ad autotassarsi), si deve puntare sull’incremento della cosiddetta compliance e, quindi, valorizzare ed incentivare i servizi di assistenza, per giungere ad una reale personalizzazione del rapporto con i contribuenti.

La prima regola che le strutture amministrative che si occupano della fase accertativa e della riscossione dovrebbero seguire è quella del dialogo.

Niente più accertamenti o atti di riscossione che necessitino di elevate competenze tecniche ai fini della loro comprensione.

Molti, infatti, sono i contribuenti che si rivolgono ai professionisti anche solo ed unicamente per essere supportati nella comprensione degli atti che vengono loro notificati dall’Agenzia delle Entrate, ma anche da parte delle amministrazioni comunali quanto alle imposte locali.

L’amministrazione finanziaria che ora dovrà cumulare in sé la fase accertativa e anche quella di riscossione, essendo stata disposta la prossima chiusura di Equitalia, deve muoversi al fianco dei contribuenti e tendere alla personalizzazione delle iniziative e delle attività, anche avvalendosi (come è giusto che sia) della collaborazione, indispensabile nella gestione della fiscalità di massa, dei professionisti che assistono i contribuenti piuttosto che di altre figure, peraltro, già istituzionalizzate, come quella ad esempio del Garante del Contribuente di cui tuttavia non tutti conoscono le competenze.

Si potrebbe, infatti, ipotizzare di accentrare nelle mani di questa figura alcune delle attività oggi demandate all’Amministrazione finanziaria, ma che la stessa forse per disattenzione o forse per l’eccessivo carico di lavoro non espleta al meglio delle sue potenzialità.

Mi riferisco ad esempio all’esame di quelle istanze del contribuente volte all’ottenimento di un provvedimento di annullamento di un atto impositivo nonostante l’avvenuta scadenza dei termini per la sua impugnazione.

Va ricordato, infatti, che l’amministrazione finanziaria deve puntare la sua attività non al prelievo a tutti i costi, ma al giusto prelievo fiscale, e dunque indipendentemente dalla definitività o meno dell’avviso di accertamento per mancata impugnazione, l’Ufficio sebbene non abbia alcun obbligo di procedere con l’annullamento dell’atto, è però obbligato ad esaminare le istanze di annullamento in autotutela proposte dai contribuenti.

Ho dovuto, tuttavia, constatare nello svolgimento della professione che l’Agenzia delle Entrate non è molto propensa a questo tipo di attività, tanto più che nella maggior parte dei casi non risponde affatto, nonostante la medesima abbia, come già detto, l’obbligo di esaminare le istanze che i contribuenti le rivolgono.

Talvolta, invece, la risposta appare quasi redatta su modelli prestampati e risulta talmente standardizzata da non consentire al contribuente di comprendere quali siano le ragioni dell’eventuale rigetto.

Anche tali dati mettono in evidenza una impellente necessità di riportare il sistema ad una dimensione “umana”, cercando di valorizzare al meglio quella personalizzazione del rapporto tra il contribuente ed il fisco che oggi è quasi totalmente assente.