Autocertificazione Covid: decreti penali di condanna per chi ha mentito

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Dagli uffici giudiziari italiani sono stati notificati i primi decreti penali di condanna nei confronti di coloro che hanno dichiarato il falso nelle autocertificazioni per motivare gli spostamenti durante la fase del lockdown.

Più nel dettaglio, l’Ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano (G.I.P. Milano decreto penale condanna 29/10/2020) ha condannato ex art. 483 c.p. due giovani per aver dichiarato in sede di autocertificazione di svolgere attività fisica in prossimità della propria residenza. Le asserzioni non corrispondevano al vero, in quanto i due erano stati invece sorpresi a fumare e a parlare con un altro conoscente, senza una valida giustificazione della loro presenza presso l’abitazione di quest’ultimo. Dal momento che le dichiarazioni non sono apparse convincenti, è dunque scattata la denuncia che ha portato alla loro condanna.

La fattispecie di reato che viene ascritta ai due è quella dell’art. 483 c.p. (falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico), il quale prescrive fino a due anni di reclusione  chiunque attesti falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.

Come ha avuto modo già di affermare la Corte di Cassazione (cfr. sent. n. 3701/2019), le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto n. 445 del 2000, sono considerate come “fatte a pubblico ufficiale” e dunque idonee a rendere la condotta dell’autore punibile ai sensi dell’art. 483 c.p.

Il procedimento per l’emissione del decreto penale di condanna è quello disciplinato dagli artt. 459 c.p.p. e ss., che si caratterizza per l’assenza del contraddittorio e la sua emissione viene richiesta dal P.M. al G.I.P. quando ritiene che debba applicarsi soltanto una pena pecuniaria, anche se inflitta in sostituzione di una pena detentiva.

In quest’ultimo caso, il giudice, per determinare l’ammontare della pena pecuniaria, individua il valore giornaliero al quale può essere assoggettato l’imputato e lo moltiplica per i giorni di pena detentiva. Nella determinazione di tale ammontare, si tiene conto della condizione economica complessiva dell’imputato e del suo nucleo familiare. Il valore giornaliero, precisa il codice di procedura penale, non potrà essere inferiore alla somma di euro 75 di pena pecuniaria per un giorno di pena detentiva e non potrà superare di tre volte tale ammontare.

Il codice di rito consente di proporre opposizione contro il provvedimento, ma in un tempo particolarmente breve, ovvero entro 15 giorni dalla notificazione dello stesso. Si potrà chiedere al giudice il giudizio immediato ovvero il giudizio abbreviato o ancora l’applicazione della pena a norma dell’articolo 444.

Sarà dunque consentito, con l’assistenza di un avvocato, istruire il processo, ad esempio, per contestare la decisione e dimostrare che si era in giro per un motivo valido, come una visita medica, la spesa al supermercato, lo svolgimento di attività motoria vicino casa e così via.

Se non è proposta opposizione o se questa è dichiarata inammissibile, il giudice che ha emesso il decreto di condanna ne ordina l’esecuzione. Tra l’altro, è plausibile che molti imposteranno la propria difesa in base alla teoria, sostenuta da molti giuristi, che eccepisce la costituzionalità delle limitazioni alla libertà di circolazione (art. 16 della Costituzione) che sarebbero dovute essere disciplinate da una legge o da un atto avente forza di legge, non invece da un D.p.c.m. inidoneo al rispetto della riserva di legge.