L’ex coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità?

L’ex coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità?

La disciplina dell’attribuzione all’ex coniuge divorziato del trattamento pensionistico di reversibilità, soprattutto se deve essere ripartito con il coniuge superstite, è da sempre oggetto di una giurisprudenza oscillante, a causa di un quadro normativo incerto e tale da indurre a risultati ambigui.

Le più frequenti divergenze applicative hanno interessato il significato da attribuire al testo letterale dell’art. 9, 2° comma, Legge n. 898/1970, nella parte in cui statuisce che in caso di morte dell’ex coniuge “il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5, alla pensione di reversibilità (…), alle quali ha dato soluzione lo stesso legislatore con la richiamata norma interpretativa, sancendo definitivamente che per titolarità dell’assegno ai sensi dell’art. 5, Legge n. 898/1970 deve intendersi l’avvenuto riconoscimento in capo all’ex coniuge divorziato, al momento della morte dell’ex coniuge pensionato e della richiesta della pensione di reversibilità, dell’assegno medesimo da parte del Tribunale”.

La natura rinunciabile e disponibile dell’assegno divorzile e la facoltà, concessa ai coniugi dalla legge, di preferire la sua corresponsione in unica soluzione, hanno poi originato un rilevante contrasto giurisprudenziale in punto di idoneità o meno della corresponsione una tantum dell’assegno divorzile ad integrare il presupposto della titolarità attuale dell’assegno ex art. 5 ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità a favore dell’ex coniuge divorziato, di cui l’ordinanza n. 11453 del 10 maggio 2017 della Sezione I Civile della Suprema Corte di Cassazione, ripercorrendone i tratti salienti, ne constata l’attualità.

La Corte continua affermando che, ferma la natura previdenziale e l’autonomia del diritto alla pensione di reversibilità (o ad una quota di essa) in capo al coniuge divorziato, il requisito della titolarità dell’assegno richiesto dalla legge per il suo riconoscimento deve ritenersi soddisfatto tutte le volte in cui vi sia stato un accertamento giudiziale relativo alla sussistenza delle condizioni solidaristico-assistenziali ad esso sottese, restando irrilevante il fatto che sia stato già riconosciuto ed assolto il relativo pagamento in un’unica soluzione.

Poi la Corte di Cassazione (sent. n.13108/2010; Cass. Civ. sent. n. 16744/2011) statuisce che “l’accordo intervenuto tra i coniugi in ordine all’attribuzione dell’usufrutto sulla casa coniugale a titolo di corresponsione dell’assegno di divorzio in un’unica soluzione, è idoneo a configurare la titolarità di detto assegno; ne consegue che tale costituzione di usufrutto soddisfa il requisito della previa titolarità di assegno prescritto dall’art. 5 della legge ai fini dell’accesso alla pensione di reversibilità o, in concorso con il coniuge superstite, alla sua ripartizione”.

Pertanto, sulla base dell’attuale esistenza di un netto contrasto intersezionale in ordine al diritto dell’ex coniuge divorziato, titolare di un assegno divorzile corrisposto una tantum, alla pensione di reversibilità, o ad una quota di essa, e non potendo risolverlo nemmeno con l’ausilio delle pronunce rese dalla Corte Costituzionale, sebbene intervenuta in materia ma regolando aspetti diversi (Corte Cost. n. 87/1195 e n. 419/1999), il Collegio adito ha ritenuto necessario rimettere la causa al primo Presidente affinché sollecitasse l’intervento risolutorio dell’Adunanza Plenaria: la parola quindi alle Sezioni Unite.

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